| |
CONTRO IL VOTO DEL GIORNO DOPO
pubblicato su l'Unità del 12 aprile 2008
In tutto il resto del giornale trovate per chi votare (e ovviamente
per chi non votare, cfr. ”Mister Unfit” che ci sta dicendo
sempre più che ci vuole esattamente come lui, solo un po’
più poveri). Qui parlo invece agli indecisi della vigilia non
sul voto ma sul seggio stesso, che stando al naso e ai sondaggi sotto
traccia restano parecchi anche oggi, parlo a coloro che non sanno
se andranno a votare. Il livello politico, razionale e umorale che
chiamo in causa è - lo premetto esplicitamente - basso, niente
a che vedere con la ratio dei politologi e le teorie rocambolesche
applicate al voto utile, disgiunto, opposto che hanno riempito le
discussioni mediatico-elettorali delle ultime settimane.
Parlo insomma ai cittadini della politica da caffè, della politica
da casa, della politica “ignorante”, nel senso che ignora
tantissime cose anche perché la stampa gioca in questo un pesante
ruolo a velare invece che a svelare, ma anche della politica consapevole,
ossia di quella che pensa di saper tutto e proprio per questo non
ne può più e ritiene di “dover dare un segnale
definitivo” non andando a votare. Ne hanno fatte troppe, sono
stufo di turarmi il naso e qualunque altro foro, compreso quello interiore…
E ne scrivo da un livello di saturazione che nulla ha di antipolitico
e tutto di politico o politicissimo, nella critica al complesso di
persone e di fattori che ci hanno ridotto così. Sarei perfetto
per il “non voto”, insomma, e davvero da due mesi sono
incerto sul da farsi. Invece andrò a votare. E ci andrò
per una serie di motivi che possono riassumersi in una banalissima
domanda: chi danneggio se non vado a votare, oltre al mio diritto/dovere
di voto se volete in apparenza ormai anacronistico di fronte allo
scempio cui abbiamo assistito finora? Che cosa ottengo? Non mi pentirò
il giorno dopo di non aver votato, per chiunque (lo ripeto a caratteri
cubitali) intenda votare?
Così ho smontato politicamente, razionalmente e umoralmente
la catena di ragioni per cui avrei disertato volentieri per la prima
volta nella mia vita di elettore, avendo alle spalle teorie non proprio
leggerine e sostenute ovunque potessi come la “complementarietà
degli schieramenti”, lo scippo di democrazia reale e formale
negli ultimi anni ai nostri danni, una serie di errori marchiani ai
confini della complicità in Parlamento ecc. ecc. Insomma, ”la
casta” e i suoi derivati, in una stagione infernale in cui al
minimo della progettualità ideale si è abbinato il massimo
dell’invasività della cosiddetta politica politicante,
brava a infiltrarsi ovunque, in alto come in basso, o in infimo.
Dunque i tre avverbi. L’avverbio “umoralmente” rimanda
a quel senso di impotenza che prima il quinquennio berlusconiano e
poi i due smozzicati anni del centro-sinistra ci hanno comunicato:
non c’è più niente da fare, siamo fottuti. E già,
e martedì prossimo se non sono andato a votare forse che ho
fottuto qualcuno io?Mi sono sfogato, certo, con l’idea che “non
mi fregano più”, ma nel frattempo continuerebbero a fregarmi.
E a meno di non aver pronte altre soluzioni di tutt’altro genere,
diciamo alla termidoriana i “forconi”, sarei qui a rodermi
come e più di ora. L’umoralità è una gran
bella cosa, ma poi finisce a fette di mortadella nella scheda (vent’anni
fa, come cronista ad un seggio, vidi anche quella). “Razionalmente”
invece rimanda alle cose da fare: non voto, mi collego a chi non vota,
cerco la resistenza di altri cittadini stufi come me a futura memoria,
tanto non saranno elezioni decisive almeno a giudicare dal contesto.
Che tipo di abito mentale, di pragmatismo civico, mi fornisce questa
scelta? Che cosa ci guadagno nella mia identità di persona?
La ratifica che “ la storia è finita”? Ma a parte
le bestialità modello Fukuyiama, chi finisce casomai saremmo
solo noi, autoemarginati persino dall’esercizio elettorale.
Non solo: l’esempio di non andare a votare per protesta si comunica
o si comunicherebbe immediatamente soprattutto a parenti, amici e
giovani, quasi una sorta di suggello a un percorso politico. Capolinea,
insomma: e già, ma al capolinea si scende. Per andare dove,
fermo restando naturalmente tutte le critiche all’azienda dei
trasporti e al guidatore dell’autobus che sembrano pensare solo
a loro? “Politicamente” è un avverbio ancora
più rognoso, ma anche più semplice da decifrare. Disertando
le urne, quale dei poteri politico-economici rappresentati in questa
tornata elettorale danneggio o anche solo infastidisco? Probabilmente
nessuno, secondo la regola che meno teste/voti debbo controllare più
semplice è fare come se non avessi degli obblighi di rappresentanza:
non è forse quest’ultimo l’autentico misfatto degli
anni più recenti? Ma così astenendomi mi privo della
pur minima possibilità di “frequentare” la democrazia.
Quale? Quella che ci è rimasta, cioè una democrazia
impallidita che proprio per questo non ho intenzione di fugare del
tutto. Me lo ricordo in tutt’altra situazione, nei primi anni
’90, l’onnipotente Craxi che diceva al Tg2 “andate
al mare” e con lo stesso tono di voce poi “passami il
sale” al sodale di tavola alla vigilia del referendum sulla
preferenza unica, mi pare da Caprera o dalla Maddalena: quella sì
era una fucilazione della democrazia, che adesso rischia (eufemismo!!)
una fine analoga per sua stessa colpa implosiva.
E’ ovvio che mi ripugnano “larghe intese”, ”lunghi
inciuci” e tutto il repertorio che incombe su questo infelice
momento politico. Ma non vedo nella storia e nella cronaca italiana
eventi e sviluppi che diano ragione all’astensione, mai. Non
sembra “cosa nostra”. Sì, la pazienza non può
essere infinita, e quindi la guardia non va abbassata neppure di un
centimetro. Sì, votare sempre e comunque il meno peggio rischia
di essere un esercizio sempre meno democratico e sempre più
olfattivo.
Ma l’ipotesi astensione non mi garantisce niente di più
e casomai mi toglie una scelta pur virgolettata, lasciandomi ancora
più povero. Quindi votiamo, anche se in parecchi non si meritano
questo voto, votiamo alla memoria di chi ha sacrificato tutto per
permettercelo, votiamo alla memoria del futuro che comincia un momento
dopo lo scrutinio delle schede. Aver votato comunque non indebolisce
ma rafforza qualunque espressione civica. Certo, a maniche rimboccate….
O.B. Tutti gli articoli ^
|
|