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LE VERITA' CHE MANCANO
pubblicato su l'Unità del 13 novembre 2007
In memoria di un innocente vorremmo avere delle parole di verità
dai colpevoli,o almeno dai responsabili della tremenda domenica.Se
non serviranno purtroppo a rendere la vita a un giovane di 28 anni,almeno
ci aiuteranno a capire perché è accaduto,e perché
da questa domenica non esce l’immagine di un Paese in cui è
avvenuto “un tragico errore” bensì quella di un
Paese sconvolto,attraverso il calcio ma non solo.E non solo per gli
italiani,ma anche per i mass-media dell’universo mondo.
La prima verità riguarda che cosa è accaduto nella stazione
di servizio incriminata.Davvero, e senza mediazioni opportunistiche.Come
è possibile che un ragazzo che dormiva in un’ automobile
che stava riprendendo la sua strada sia finito morto ammazzato.Qualsiasi
verità,anche la peggiore,è meglio di qualunque supposizione.Certo,si
metta a fuoco il contesto,la rissa eccetera,ma la morte ancorché
casuale è un’altra cosa.Adesso anche per il disgraziato
agente che l’ha causata indagato per “omicidio colposo”.
La seconda verità riguarda quello che è accaduto nelle
prime ore successive al “tragico incidente”.Né
la polizia, nella persona del suo capo Manganelli,né il Questore
competente,né il Ministro degli Interni ci devono aver impiegato
molto a sapere come fossero andate realmente le cose.Come è
possibile dunque che abbiano lasciato lievitare le voci su un “tifoso
laziale morto in seguito a scontri” e immediatamente dopo “per
un colpo sparato in aria da un poliziotto della stradale”,versione
ufficiale che è rimasta in piedi (si fa per dire) per ventiquattr’ore?Non
si rendevano conto che mentre la meccanica del “tragico errore”
era certo tragicamente “solo” quella,nel caso di un collegamento
con il mondo del calcio bisognava controllarne gli effetti?C’era
bisogno di un genio per metterla così?Perché non hanno
detto subito e ufficialmente che era stato ucciso per colpa o per
sbaglio un ragazzo?Non sarebbe bastato,nel dramma irreparabile di
un ventottenne dalla vita spirata in quel modo?
La terza verità riguarda l’affidabilità decisionale
e organizzativa di chi era preposto a orientare la domenica calcistica,quindi
sempre i tutori dell’ordine pubblico ma di conserva con i vertici
del calcio e dello sport.Domenica mattina sarebbero stati in grado
di concordare se sospendere il campionato perché “era
scomparso tragicamente un giovane tifoso” oppure più
logicamente e sensatamente farlo disputare regolarmente perché
un poliziotto aveva sparato immotivatamente a un giovane su un’
automobile.La soluzione intermedia,una partita rinviata,una sospesa
e la terza,il posticipo serale,rimandato in extremis ufficialmente
“per una questione di civiltà” (la lingua come
al solito tradisce in tutti i sensi),è stato quanto di peggio
si potesse immaginare.Ma appunto un peggio rivelatore della situazione
complessiva.
La quarta verità riguarda il ruolo dei mass-media,nel caso,
per una questione soprattutto di orario e di modalità arruffone
istantanee, la tv,la radio,gli sms con le agenzie,internet.E’
stato un massacro mediatico,che ha ribadito la necessità che
almeno per fare informazione ufficiale (internet è un caso
insieme a rimorchio e di traino,ma pressoché incontrollato)
ci voglia una specie di “patente”,come diceva Karl Popper
riferendosi vent’anni fa esclusivamente alla tv.Vedete,anche
i mass media sono armi,e se mal maneggiati possono far partire dei
colpi.E’ quello che è accaduto e che sta accadendo da
domenica mattina.
Sia nell’uso del linguaggio (conduttrici/veline che definiscono
una vicenda così delicata un “delitto” tout court,conduttori
che straparlano di un morto in simili circostanze con la stessa leggerezza
con cui giudicano i giocatori in campo) che nello smercio delle immagini,a
partire dalla corsa a quale emittente mostrava per prima la foto del
giovane colpito a cadavere caldo,gli addetti ai lavori cui mi riferisco
hanno solo spacciato una merce,senza minimamente tener conto del loro
ruolo obbligatoriamente (?!?) anche di servizio.E’ ormai una
storia annosa,ma rotolando per questa china ogni volta è peggio.Quanto
all’informazione ufficiale,ho sentito per l’intiera giornata
colleghi con incarichi di prestigio riferire di un ragazzo seduto
sul sedile posteriore di un’auto ferito a morte al collo da
colpi sparati in aria da una considerevole distanza.Nessun commento,naturalmente,perché
la fonte era ufficiale.Dunque deficienti in senso tecnico,cioè
colleghi mancanti di associazioni logiche,o talmente abituati alla
dipendenza da qualunque fonte di potere dal ritenere impensabile metterne
in dubbio la veridicità (processo mentale che non fa fare carriera)?
La quinta verità riguarda il mondo del calcio.E’ tale
evidentemente la cattiva coscienza di chi ha gestito fin qui malissimo
il potere sportivo,non facendo nulla per seminare cultura specifica
e invece badando quasi esclusivamente appunto a potere,denaro,immagine
in una commistione brulicante con il potere politico tout court,che
domenica senza minimamente ragionare e distinguere per non cadere
indietro si sono buttati avanti,vaneggiando di un caso Raciti(l’ispettore
morto a Catania in febbraio) che nulla aveva a che fare con il “tragico
incidente” di Gabriele.
Del resto che costoro non si rendano affatto conto di come va il mondo,non
solo quello del calcio-oppure che se ne rendano conto fin troppo bene
per i loro vantaggi-, lo dimostra il fatto che nei punti nevralgici
di questo potere sono tornati in sella gli stessi che c’erano
prima dello scandalo di Calciopoli.Senza che nessuno eccepisca alcunché.
La sesta verità riguarda la guerriglia pomeridiana simbioticamente
calcistica di Bergamo e altrove,e quella spaventosa serale romana
post-calcistica o quasi extra-calcistica,per la quale ci sono stati
una impressionante quantità di feriti tra gli agenti e degli
arresti in odore di “terrorismo”.La virgolettatura ha
delle ragioni argomentative.Da un pezzo si conosce il potenziale eversivo
dei simbolismi calcistici,o rotondolatrici.Ho cominciato a parlarne
nel 1983 nel libro “All’ultimo stadio-Una Repubblica fondata
sul calcio”,quando il povero Gabriele doveva avere quattro anni.Per
dire che durante questa generazione purtroppo nulla si è fatto
per prevenire gli effetti di un calcio di volta in volta palesemente
metafora della guerra e della religione,o delle due cose insieme.C’era
bisogno di una flebo di coscienza e di consapevolezza,dentro e fuori
dal calcio,nella classe dirigente che invece ha usato il pallone per
motivi economico-politici,spremendolo fino al midollo.Non a caso quando
si gioca per forza è sempre per questioni inerenti ai diritti
tv,ovvero la fonte seria di capitale pallonaro.
Il punto è che nel midollo del Paese ci sono soprattutto i
giovani,i ventenni “guerriglieri” delle immagini di un
Paese stravolto,e i ventenni o trentenni che cercano nel calcio quello
che il calcio, specie “questo calcio” non può dare
loro,cioè la simulazione di una vitalità e di un’appartenenza
depresse altrove.I “buoni” ancora reggono nell’identità
di tifosi di una squadra mentre la loro di giovani italiani è
prematuramente sbiadita.I “cattivi” trovano la loro identità,
nello smarrimento generale e precario in tutti i risvolti del termine,”contro”,nel
caso e da tempo contro una divisa,quella delle forze dell’ordine,se
è vero che ultras di Roma e Lazio si coalizzano nelle Grandi
Occasioni.Ho usato le stesse maiuscole che sono repertorio di una
stampa irresponsabile che suona la gran cassa per vendere tutto insieme,il
Calcio e i suoi Balordi,perché alla faccia di ogni ipocrisia
ormai si vendono tutto compreso,come in un pacchetto Sky…
Naturalmente non si tratta di assolvere i teppisti,non sono certo
“innocenti” come il morto sparato dell’autostrada,tifoso
o no,laziale o no,semplicemente uno di 28 anni stroncato così.Sto
dicendo soltanto che gli ultras non sono la parte malata di un Paese,bensì
una parte del Paese malato cui metter mano molto più onestamente,energicamente
e coralmente di quanto non si faccia,in un’emergenza che urla
il suo principio di realtà nel calcio come altrove.
Per questo che il Ministro competente proponga di sospendere il campionato
per qualche domenica non è una soluzione più che irrisoria.Si
accinga casomai a proporre la sospensione del Paese per qualche tempo,oppure
affronti il problema di un calcio da salvaguardare in quanto area
importante di un Paese da bonificare.Certo,misure più efficaci
ancora,magari domeniche blindate senza tifosi in trasferta in una
specie di “pallone in quarantena”,possono sembrare ed
essere un farmaco d’occasione.Ma se non si seminano un po’
di quelle verità riassunte fin qui in morte di un innocente,francamente
la vedo bruttissima.Più di quanto non la veda il povero Abete,ex
viceCarraro,oggi presidente della Federcalcio e terminale di una simpatica
cerchia industriale che lo collega ai poteri forti,il quale sostiene
da Marte che sospendere è sempre “una sconfitta per il
calcio”.E’ il Paese sconfitto,seduto su una polveriera,altro
che calcio.
O.B. Tutti gli articoli ^
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