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ASPETTANDO GODOT. ANZI LA RAI
pubblicato su l'Unità del 13 dicembre 2007
Caro Petruccioli, oggi è un piccolo anniversario,forse non
esattamente da celebrare ma da commemorare (letteralmente “fare
memoria insieme”) certamente sì. Sarà infatti
passato un anno da quando attraverso questo giornale le ho inviato
una lettera aperta in cui descrivevo come da titolo in prima pagina
“La mia giornata da dimenticato alla Rai”. Come allora
anche oggi debbo premettere che non si tratta “solo” di
un fatto personale, altrimenti non abuserei di questo spazio. Perché
il mio interlocutore continua a essere il capo della più importante
azienda culturale di comunicazione del Paese. Culturale se ha contenuti
culturali da comunicare, di comunicazione se li sa e/o li vuole comunicare.
Senza uno dei due corni crolla tutto.
Questo suggerisce una prima domanda. La Rai è ancora un’azienda
culturale (di cultura antropologicamente intesa, naturalmente, alta,
bassa e a mezz’altezza, non penso per forza a Kant ma a trasmissioni
che ci facciano conoscere e capire la realtà circostante) ?
E ammesso che abbia un contenuto culturale accertato, come lo comunica?
Fa cioè girare idee, riflettere le persone che la seguono in
tv, alla radio, sul suo teoricamente assai competitivo (cfr. il blog
di Beppe Grillo…) sito internet, accrescere la consapevolezza
degli italiani dalla politica alla cronaca, dallo sport allo spettacolo
grazie ad associazioni logiche e informazione corretta e il più
possibile completa, ecc. ? Detto ancora più chiaramente: a
che serve e a chi serve oggi la Rai?
Lo so, starà pensando che sono domande ingenue, che in qualche
maniera ricalcano una serie di interrogativi che le ponevo vanamente
già un anno fa proprio qui. Tra l’altro chiedevo lumi
sulla rivisitazione operativa dell’editto di Sofia e del trio
espulso felicitandomi per un Santoro fortunatamente di nuovo in video.
E nutrivo una certa qual apprensione sul rapporto dell’Azienda
con la politica, cioè con i partiti e con le istituzioni che
sempre di più mi dicono coincidere addirittura fisicamente
quando si è parlamentari, Presidenti di Commissione magari
di Vigilanza e Indirizzo sulla Rai e poi Presidenti di quest’ultima
come per merito ed avventura è capitato a Lei, Petruccioli.
Ma sono domande che credo continuino legittimamente a formicolare
nella mente di molta gente, specie nella mente di uno che non viene
impiegato e –come si dice-ha più tempo per pensare. Un
anno in più, dunque, trascorso assai diversamente per me e
per Lei, cioè per la Rai, cioè per la relazione determinante
tra realtà e informazione (formazione?deformazione?) che essa
configura.
Prendiamo in due battute il mio, di anno. Come allora, e ormai vado
per il quarto anniversario, la mia giornata aziendale è vuota.
Sì, parlo con i colleghi e posso testimoniare senza estremizzarlo
il loro grado di rassegnazione e impotenza a migliorare le cose, mescolato
a un sanissimo, forse troppo sano istinto di conservazione (del lavoro,
se c’è, dello stipendio, del “glamour” di
far parte della Rai e della sua storia, ”glamour” meno
accentuato se si tratta della sua cronaca). Fa il paio con i sentimenti
più gettonati nel Paese in qualunque campo. Che vuoi fare,
va così, è il versetto talmudico sulla fronte italiana
sempre più bassa.
Ma anche alla Rai a rischio effetto-Alitalia qualcuno non demorde.
Lungi da me dar pagelle, non avendone né la capacità
né la vocazione, ma insomma basta prendere ad esempio la sensibilità
anche ultimamente dimostrata da Rai Tre e dal Tg3 sul tema politicissimo
delle “morti bianche” (e più in generale la programmazione
di Rai Educational, per restare alla tv in chiaro che per il Paese
del canone è ancora la vera materia prima in discussione) per
verificare che queste isole ci sono. E le maestranze, specie di penultima
generazione, sono per lo più singoli e gruppi di valore, che
se rimotivati (ma non a parole bensì con gli esempi) riporterebbero
in auge l’Azienda. Lo dice benissimo Loris Mazzetti, nel suo
”Il libro nero della Rai”, prefato dall’ora compianto
Biagi cui si poteva far passare meglio l’ultimo lasso di vita.
Poi a riempire gli occhi dello scrivente meteco audiovisivo quasi
ogni giorno c’è la visita di una o più scolaresche
a Saxa Rubra, introdotte a visitare il plastico della struttura neanche
fossero i Musei Vaticani. Inquieto come sono per l’immaginario
di quei ragazzini, in fondo niente di più che il futuro di
questo Paese, cui viene illustrato con sussiego “qui c’è
il tal Tg, qui fanno Uno Mattina” ecc. senza ovviamente nulla
dire di come funziona il meccanismo (non viene spiegato ai loro genitori,
figuriamoci ai figli…), una volta ho chiesto a una giovane supplente
d’accompagnamento se era interessata a una comparsata –che
so-a “La vita in diretta”. ”Magari”, mi ha
risposto con una gratitudine sognante. E alè, anche la scuola
è sistemata…
Per il resto, veda, Petruccioli, comincio a perdere le speranze che
Lei mi riceva, come Le scrivevo un anno fa riferendomi a un appuntamento
promesso “ad horas” nel giugno 2006. Nel frattempo ho
vinto la terza causa di lavoro e vado per la quarta, ho fatto in tempo
a conoscere il Direttore Generale, Cappon, uomo gentile, assai meno
buffo di Meocci e mi auguro meno costoso per l’erario e le nostre
tasche, ho assistito a qualche tornatuccia di nomine mi dicono con
le stesse regole cencellesche, conscio di non essere in grado di carpirne
gli “arcana” anche se hanno provato a sbattermeli in faccia,
ho fatto qualche altra propostina progettuale che mi ha garantito
sguardi di rispetto ma mai risposte, e ho atteso con fiducia la nuova
stagione.
Con il ricordo commosso per quando, un paio d’anni fa, di questi
tempi mi veniva detto da più parti:” Adesso che Prodi
vince le elezioni hai finito di soffrire, vedrai”, dove il vedrai
aveva una desinenza beneaugurante modello mondovisione. Rispondevo
allora che conoscendo i miei polli per me non sarebbe cambiato niente,
e comunque che reputavo più che offensivo, un’autentica
aggressione concettuale alla mia professione, l’idea che il
mio lavoro dipendesse dal risultato elettorale. Se era così,
e pare che per la maggioranza sia così, era/è ormai
un lavoro finito. O meglio cambiato, essendosi palesemente mutato
in altro.
Nel frattempo invece Lei e i vertici aziendali non vi siete annoiati:
è stato un Luna Park. E’ un Luna Park. Alzi la mano,
senza ovviamente alcuna pretesa di sostituire la magistratura, chi
-pur impigiamato nell’ipocrisia che fa dormire serena l’Azienda-
si è davvero meravigliato in termini di costume diciamo così
ambiental-politico leggendo delle telefonate intercettate tra Saccà
e Berlusconi appena rese pubbliche. Come si vede, ormai è tutta
“un’inchiesta interna” (e io conosco il genere,
la prego di credermi…).
Oppure, senza andare troppo indietro in quest’anno che ho passato
sotto di Lei ma senza di Lei, basti pensare alla faccenda “Rai-Mediaset”.
Chi l’avrebbe mai detto (forse qualche autore di libri che conosciamo
entrambi…)?Eppure è scoppiata. E quando nel turbine della
polemica per la disdetta di un invito a un impressionista del Giornale
ad “Annozero” di Santoro, ai primi di novembre, Lei aveva
scritto un editoriale su “Repubblica” dedicato alla Sua
“Rai senza censura”? Come essere in disaccordo? Peccato
non abbia potuto affrontare il tema con Lei di persona. Glielo dico
da qui. Per non parlare poi della saga del Consigliere Nuovo e del
Consigliere Vecchio, cioè Fabiani e Petroni, questione che
ancora credo turbi l’apice della Rai.
Sempre dal modestissimo ridotto di osservazione che mi è stato
riservato, la sensazione ricorrente è che si assista al gioco
dei gusci di noce e del pisello. Sa, vero?, i tre gusci (o nove, è
uguale ed è anche più facile farlo con un minimo di
destrezza da parte dell’Azionista) da ruotare per non far capire
sotto quale di essi sia il pisello. Mi domando infatti sotto quale
guscio sia ancora l’Azienda, il suo impegno, il suo compito,
la sua responsabilità, e soprattutto se ci sia ancora, l’Azienda,
dico il suo spirito (la sua “mission”, la sua “vision”…come
si esprimono al marketing). Oltre il derby maggioranza-opposizione,
intendo, cui siamo tutti avvezzi da sempre o quasi.
Insomma, buon compleanno epistolare, Presidente: mi perdonerà
se oso inviarle, da Abate Faria aziendalista purtroppo non ancora
Conte di Montecristo che scava nella sua nicchia priva di ironia,
i migliori auguri di buon lavoro.
O.B.
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