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L'ASSASSINO TORNA SEMPRE SUL LUOGO DEL DELITTO
pubblicato su l'Unità del 14 agosto 2008
Come in un romanzo d’appendice e assai più che in un
giallo scolorito, l’ assassino cioè il “biscotto”
torna sempre sul luogo del delitto. A dir la verità una capatina
ce l’aveva già fatta, quando dieci anni fa, in una Montpellier
colorata dai tifosi del Camerun, il primo turno dei Mondiali di Francia
accoppiò i nostri ai loro. Ma i nostri – anche se Vieridipendenti
e Baggioastinenti - erano troppo forti per i loro e non ci fu partita
né sufficiente occasione di memoria: 3-0 e via per un cammino
di lì a poco interrotto. Ieri invece la forza del destino,
l’ironia della sorte e l’astuzia del concetto si sono
coalizzate per commuovermi, e ringiovanirmi di oltre un quarto di
secolo.
Quasi non credevo ai miei occhi assistendo a un’Italia-Camerun,
a Tianjn con 50 mila spettatori che fischiavano di fronte al nulla,
gli addetti ai lavori/livori che se la ridevano disimpegnati come
quasi sempre, il presidente della Spectre pallonara, alias la Fifa,
la Federazione Internazionale, Joseph Blatter che si indignava meditando
il divorzio tra calcio e Olimpia, il presidente della Confraternita
Rotondolatrica de Noantri, alias la Federcalcio, Giancarlo Abete,
che stigmatizzava un match (o una sua sineddoche, una parte per il
tutto) che faceva un pochino vergognare.
Il “biscotto”, dolcissima espressione che traduce gli
accordi più o meno taciti tra avversari che guadagnano entrambi
da una situazione di non belligeranza (l’Italia con un pari
vinceva il girone evitando il Brasile, il Camerun con un parì
giungeva secondo rimanendo in Cina), era stato inzuppato senza fretta
nella megagalattica umidità di Tianjn e poi ritirato fuori
dalla tazza/stadio quasi asciutto. Poco calcio e agonismo, insomma,
e parecchi calcoli e convenienze. Tutto bene (o male) e comunque tutto
nella consolidata norma del pallone che sul tema vanta una sterminata
letteratura di cui spesso gli italiani si sono ipocritamente doluti,
se non fosse che appunto c’era in giro l’assassino e il
luogo era quello del delitto. Almeno, di un delitto efferato di memoria.
L’Italia-Camerun più famosa o famigerata della cronaca,
il match combinato per antonomasia e sotto gli occhi di tutti, risale
infatti all’estate del 1982, Mondiali di Spagna. A Vigo nel
primo turno l’Italia in quel momento sbeffeggiata di Bearzot
viene da due pareggi, con Polonia e Perù. Se perde va fuori
tra le pernacchie (la spernacchiava Matarrese già allora presidente
della Lega), se pareggia sopravvive comunque per il quoziente reti.
Il Camerun se pareggia viene eliminato ma torna imbattuto in patria
a ricevere soldi (assai pochi) e onorificenze dal regime monocratico
avviato a diventare militare a colpi di guerriglia, prima squadra
africana a riuscire in un’impresa simile di grande orgoglio
patriottico, figurando così dignitosamente in un Mondiale ossia
in tv.
Fu uno 0-0 travestito da 1-1, prima Graziani su scivolata di N’Kono,
il portiere dalla lunga carriera spagnola, un secondo dopo il camerunense
M’Bida, unico gol in carriera credo, di fronte a Zoff e a una
difesa da “strano interludio”, sapete, quelle belle statuine
della piece di O’Neill.
Nessuno protestò più di tanto, allora, mentre in contemporanea
Germania e Austria “biscottavano” ai danni dell’Algeria,
per passare a braccetto al turno seguente: invenzioni di chi scrive?
Macchè, qualcuno dei “biscotta- tori” avrebbe confessato
molti anni dopo che le cose erano andate esattamente così,
come ci erano parse “in diretta”.
Per Italia-Camerun, viatico per gli azzurri di un Bearzot poi portato
in trionfo a Madrid, con Pertini, Spadolini e i giocatori, non ci
fu al momento alcuno strascico, se non a cena, tra colleghi che ne
avevano viste tante di quel genere e quindi pensarono bene di non
scrivere nulla. Dov’era il Blatter indignato di oggi?Al mare,
in Galizia?No, era già segretario generale della Spectre/Fifa,
ma evidentemente gli andava bene così. Dov’era Giancarlo
Abete?Negli scranni di una delle sue legislature come deputato democristiano,
attendente di un Franco Carraro già allora presidente del Coni
come oggi è in Cina, dall’Olimpica, quale membro del
Cio.
Chi mise in dubbio un paio d’anni dopo, grazie a un’inchiesta
in Africa e in Europa dal significativo e minaccioso titolo di “Mundialgate”,
quel “biscotto” italo-camerunense e una serie di trame
da far rabbrividire (cfr. il boss camorrista Michele Zaza che esercitava
per conto del presidente della Federcalcio di allora, Federico Sordillo,
il suo legale), fu chi scrive. Mal gliene incolse.
Come mi disse Carraro telefonicamente all’epoca, nell’estate
del 1984, ”Lei non lavorerà più, ho parlato con
il suo Direttore”. Trattavasi di Scalfari, che all’epoca
dialogava con il potere terreno e non con quello divino. Aveva ragione
quasi del tutto Carraro, anche se posso scrivere qui questa breve
memoria per i più giovani, ringraziando l’Olimpica per
questa meravigliosa reiterazione del delitto, sia pure all’acqua
di rose e probabilmente all’incontrario del 1982. Grazie di
questo elisir che mi avete regalato involontariamente, ragazzi. Adesso,
per rispettare la tradizione, pur con tutti gli scongiuri puntate
all’oro. E poi magari ripuliamo i Giochi dal calcio (non sono
neppure parenti), e addirittura il calcio da se stesso.
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