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IL MIO NOME E' GUIDO ROSSI
pubblicato su l'Unità del 18 agosto 2006
Come
importanza, Guido Rossi sta al calcio italiano di cui è Commissario
Straordinario così come Giorgio Napolitano sta all’Italia
della cui Repubblica è presidente. E siccome l’Italia
del pallone si è dimostrata nel bene e nel male magna pars
dell’Italia tutta, se Guido Rossi rilascia un’intervista
come quella uscita ieri su “Repubblica” essa merita una
compiuta esegesi, proprio come se stessimo parlando di una cosa seria.
Intanto, il Commissario riscopre nella vicenda di Calciopoli il Gattopardo.
In un paese di ormai risibile memoria e letture infinitesimali, l’oratore
e il pulpito sono benemeriti nel riproporre al lettore distratto o
soltanto “giovane” il capolavoro. ”Cambiare tutto
per non cambiare nulla” gattopardescamente funziona in effetti
alla perfezione per tratteggiare la situazione del nostro pallone.
E’ già dimenticato il bubbone di Moggi e c. , si lamenta
Rossi, e così si tradiscono i tifosi.
Sulle prime sarei tentato di abbracciare idealmente il Rossi, come
il buono nel campo dei cattivi. Ma prepotente insorge subito il dubbio
che più che il buono, il Nostro reciti la parte del Buono nella
piece che da tre mesi giusti ha lasciato spazio sui giornali purtroppo
quasi solo alla tragedia libanese.
E già: se il nostro è un Paese di mille gattopardi non
dipende da Rossi, ma il funzionamento della Federcalcio invece sì.
Ed è la Federcalcio, sottoforma dei suoi organi di giustizia
sportiva, che ha sentenziato che non di scandalo si trattasse, bensì
di una serie di equivoci dai quali, differenziati, sono usciti i club,
la Juventus con le ossa rotte, Lazio e Fiorentina peste, il Milan
acciaccato e sornione come un gatto che ha evitato d’essere
investito.
Quindi Rossi se la sta in realtà prendendo con gli organi della
giustizia sportiva. Ma con quali, in particolare? Con il Pm evergreen
Palazzi, che Rossi ha trovato in zona arrivando? Con la Caf, la Commissione
d’appello federale nel caso primo grado di giudizio, che Rossi
ha rivoltato come un calzino a partire dal presidente Ruperto, dalla
quale è uscita la prima, clamorosa raffica di sentenze? Con
la Corte Federale, ridotta a giudicare in 5 membri su 9, 4 dei quali
di matrice carrariana, quindi preesistenti a Rossi ma alla fine più
decisivi degli altri giacché hanno promosso uno streaking delle
pene?
Forse Rossi, il nostro Napolitano rotondo, dovrebbe essere più
chiaro. Perché è vero, oltre che un paese di Commissari
Tecnici (a proposito: Rossi esclude un accordo preso con Lippi prima
dei Mondiali, del tipo io ti lascio in panchina ma poi tu lasci la
panchina nazionale comunque vada? ) siamo appunto un paese di gattopardi,
ma qualcuno con più responsabilità di altri, e Rossi
più di tutti. Dunque: la Corte Federale è rimasta ancien
regime per caso o per scelta? E scelta di chi, giacché Rossi
aveva cambiato la Caf?
Anche perché Rossi ribadisce di avere il sostegno del governo:
quindi in teoria avrebbe potuto davvero fare piazza pulita, spalleggiato
dal potere politico in sella e dal presidente del Coni in carica,
Petrucci, con il quale-Commissario dixit-adesso va d’accordo.
Profitto per ricordare al medesimo Rossi nella parte del Buono, che
è tuttora in carica anche il segretario generale di quello
stesso Coni, Federazione delle Federazioni Sportive (cioè quel
circolo di privati che si danno delle regole e devono rispettarle,
per citare ancora l’intervista a Rossi e qualunque commentatore
sensato): sì, intendo Raffaele Pagnozzi di cui le trascrizioni
delle telefonate raccontano un chiaro colloquio con Moggi su poco
chiare vicende doping.
Qui, Rossi esimio, forse non c’entra il Gattopardo e Tommasi
di Lampedusa si sentirebbe preso per i fondelli. Qui c’entra
Lei, Rossi, il potere politico, quello sportivo e il Vecchio che avanza,
come tutt’Italia ha titolato il ritorno di Matarrese alla presidenza
della Lega. Ma Calcio.
Anche a questo proposito, forse il lettore ignora che se avesse voluto
Rossi avrebbe potuto commissariare anche la Lega, senza aspettare
l’escamotage in extremis del cavallo di ritorno. Bastava volerlo,
e agire di conseguenza. Non si è voluto? Perché? E quanto
c’entra la politica dell’inciucio (cfr. sempre l’intervista
in questione) e l’inciucio della politica con questa elezione,
di stampo vetero-neo-democristiano? Qui il governo “non l’ha
sostenuto”, oppure sì e dunque i gattopardi sono loro?
E quando mezza Italia minacciava “riots” da strada e da
stazione, come si è mosso il governo? Dietro, davanti o di
fianco a Guido Rossi?
Parte consistente dell’intervista, infine, è mirata dal
Commissario su giornali e giornalisti. Qui siamo al gattopardo tradotto
in fumetti sportivi: Rossi ha scoperto che il giornalismo sportivo
non riesce ad essere indipendente. A sì? Ma guarda. E invece
il giornalismo con la maiuscola immagino di sì, quello a Rossi
forse piace di più. Nello sport, chiosa il Buono, imperversa
una cosa che chiama “insolenza mediatica”, ovvero la campagna
permessa, promossa e venduta benissimo sulla stampa ad opera degli
indagati di Calciopoli, maxime Della Valle, contro il Primo Cittadino
del Reame (nominato, non eletto). Che dovrebbero fare giornali e giornalisti
sulla cui indipendenza peraltro aprirei un forum di qualche mese…,
non intervistare personaggi pubblici? Dovrebbero censurare i loro
toni? Parliamone.
Ma intanto Rossi ci dica: perché per esempio meritoriamente
la “Gazzetta dello sport” aveva in anticipo notizie delle
sentenze e soprattutto esse si rivelavano esatte, vere? Da che cosa
dipende? Lui come se lo spiega?
Insomma: o ci accontentiamo di definirla una recita, e prendiamo per
buona la parte del Buono in attesa che qualcuno ci spieghi meglio
che cosa è successo in questi tre mesi (per gli ultimi 25 anni
mi arrangio da me con i miei libri…), oppure se vogliamo verità,
il primo da cui la pretendiamo è proprio lui, Guido Rossi,
il Napolitano del pallone. E’ ovvio che stiamo dalla sua parte,
ma -fuori dagli equivoci- non intendiamo una parte drammaturgica nel
noto teatrino. Cornuti e mazziati da questo calcio, e va bene, cioè
male. Ma anche fessi? Suvvia….
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