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UN CALCIO ALLA DECENZA
pubblicato su l'Unità del 20 marzo 2008
E’ un po’ come vedere un uomo o una donna nudi, invece che in costume da bagno. Manca davvero poco per l’immaginazione al mare, eppure uno nudo è diverso. Uguale, ma diverso. E’ la sensazione che forse in molti abbiamo provato vedendo ieri esposta in bella evidenza sulle pagine della “Gazzetta dello sport” la busta paga di un calciatore. Per l’esattezza di un “panchinaro” di un grande club di A, uno che gioca poco ma che ha uno stipendio considerevole: 541 mila euro al mese, ma lordi, attenzione…, perché netti con le ritenute di Fisco ed Enpals il tutto si riduce a circa 300 mila euro. Al mese.
La “Gazzetta” poi didascalicamente spiega le cifre, precisa che non è esattamente questa la media di un calciatore professionista sia pure al massimo livello, si infila in distinzioni e asterischi certo molto più familiari a un dipendente tipo, ad un insegnante, a un operaio metalmeccanico e quindi a un Cremaschi che a un Kakà. Diciamo che normalizza o tenta di normalizzare il tutto: in fondo sia pur speciali sono lavoratori dipendenti anche loro. Questa normalizzazione dovrebbe in un certo senso tranquillizzare. Sotto il costume sono come noi, siamo tutti figli di Dio.
E poi il punto è che c’è la legge della domanda e dell’offerta, che le società non sarebbero obbligate a pagare tanto ma pagano, che c’è un giro di intermediari e di indotto da paura, che l’emotività della gente italica si sfoga per lo più allo stadio o in tv nel tifo evitando-si dice da sempre-di farlo in altro modo. Quindi un oppio ben remunerato, una religione alla portata di tutti i fedeli, una guerra simulata (sempre meno) ecc.
Roba nota. Eppure quella busta paga con quelle cifre fa effetto, fa effetto ai lettori di questo giornale che scrivono le lettere che leggete, fa effetto comunque in un contesto come quello italiano e specialmente di questi tempi. La busta paga della “Gazzetta” è renitente a “fare solo la busta paga”, sembra dirci che suo malgrado oppone resistenza a questo processo di normalizzazione che vorrebbe candeggiare con la trasparenza i grandi guadagni di cui nel calcio si ciancia da sempre, ma sempre di più.
Perché allora questa resistenza, che cosa c’è che non torna al di là delle ovvie considerazioni di sempre, della demagogia a volte retorica a volte motivata che ingoia i ragionamenti e le distinzioni, del sangue agli occhi che viene per un momento ma forse di più nel leggere “541 mila euro al mese” complessivi, magari con il corredo di un’invidia montante dura da padroneggiare?
E ancora: con chi paragoniamo questi campioni o sedicenti tali in fatto di emolumenti nel panorama italiano?Con un attore, un cantante, un uomo di spettacolo?No, se non nel caso di un rapporto di lavoro a termine con un’emittente tv o radio, ma solitamente le cifre non coincidono…Metti Vespa e Maldini, e poi vedi…Forse il paragone potrebbe calzare di più con lo stipendio/ingaggio di un manager d’alto bordo. Ma un manager è più vicino alla realtà che non un “mito” in mutande.
E poi c’è la doppia natura del calciatore, lavoratore dipendente per il periodo del contratto e comunque pur sempre un prestatore d’opera per le caratteristiche del suo lavoro nell’evoluzione della normativa che lo riguarda, in Italia prima e in Europa (Boosman) poi. Forse è questa doppia natura che genera questa resistenza a leggere come “normale” la suddetta busta paga, peraltro facilmente immaginabile come un bagnante nudo invece in costume sulla spiaggia.
Si annida poi, forse, nei recessi psicologici di chi strabuzza gli occhi davanti a cifre, tipo di lavoro e status di dipendente del calciatore, una contraddizione in termini tra un generatore di felicità o di distrazione o di oppio o delle tre cose insieme, autentica supplenza della vita quotidiana, e lo specchietto contabile di una busta paga. Non si vorrebbe accettare che è “una busta come un’altra”, un po’ perché le cifre sono astronomiche e non come le altre, e molto credo perché normalizzare un luogo dell’immaginazione fa a cazzotti con l’idea che “prendano tanto perché sono superuomini”, o vengano semplicemente venduti, spacciati,
consumati, utilizzati come tali.
La busta paga di un (quasi) milionario mensile, sia pure solo per un margine ridotto di anni, è alla fine una sorta di autodafè del capitalismo, serve o servirebbe per discutere di che società facciamo parte. Ma oggi non vorremmo perdere Totti non essendo stata trovata finora una ragionevole contropartita.

O.B.

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