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"COMMA 22" PER SPAGNA-ITALIA
pubblicato su l'Unità del 22 giugno 2008
L’unica cosa che sembra distrarre dalle nefandezze istituzionali
del premier in patria e in Europa gli italiani non ancora del tutto
distratti
(muscolarmente,intendo,certo…), è la partita di stasera:
Spagna-Italia,20,45,a Vienna,quarti di finale dei Campionati Europei.L’attesa
è grande,la partecipazione pure,l’antidoto emotivo contro
una malattia grave che sminuzza la democrazia riducendola a poca cosa,
anche.Ma siamo a una sorta di “Comma 22” aggiornato: un
Paese che ha bisogno di una tale supposta passionale per tenersi su
e deberlusconizzarsi per una notte (come i comuni denuclearizzati
con tanto di targa che per il futuro potrebbe sparire), è un
Paese che sembra meritarsi quello che ha.
C’entra questo con un discorso tecnico-tattico sulla partita
che vedremo stasera? Magari sì, perché paradossalmente
se qualcuno obiettasse (giustamente,in senso stretto,stolidamente,in
senso lato) che “questo è calcio,lasciatemi almeno
quello”, rientrerebbe appunto nel discorso sul “Comma
22” appena citato (dal romanzo e dal film famosi: se uno si
dice matto può rinunciare alle missioni di guerra,ma se rinuncia
alle stesse non è matto).
Di sicuro c’entra con il rapporto tra il calcio e la società,in
Spagna come in Italia, in un confronto schematicamente già
presente ieri su queste pagine a proposito dell’attuale momento
dei due Paesi,meglio la Spagna secondo Zapatero e Panucci,meglio
l’Italia secondo Berlusconi,Cannavaro e forse Gattuso che
ormai sembra la versione simpaticamente calabrese della Pizia,tanto
apre bocca e le dà fiato.In Spagna al calcio tengono quanto
ci teniamo noi,questo è solare.Ma, invece che riprodurre
spicciamente la statistica recente dei confronti tra le due Nazionali,
di gran lunga a favore dei Nostri, forse andrebbe ricordato il Mondiale
mussoliniano ospitato e vinto dall’Italia nel ’34,con
il fantastico portiere spagnolo, Ricardo Zamora,detto El Divino,
un Buffon dell’epoca,fatto fuori (dal campo,dico,non confondiamolo
con Matteotti…) malamente e in modo sospetto proprio prima
della ripetizione di un quarto di finale con gli Azzurri di Pozzo.Allora
si parlò della libertà spagnola abbattuta dal regime
italiano dimostratosi più forte anche sul terreno di gioco.Leggende…
Negli anni ’50,in pieno e rigido franchismo,a parti invertite
il calcio spagnolo era il Real Madrid che come ricorda il più
grande scrittore spagnolo vivente,Javier Marias, veniva visto “di
nascosto” vincere in Coppa dei Campioni contro le squadre
italiane “democratiche” (Milan,Fiorentina,Juventus,Inter)
dell’Italia della Ricostruzione.Gli intellettuali di”izquierda”
andavano allo stadio Bernabeu un po’ vergognosi come se andarci
e farsi coinvolgere dal tifo postfalangista fosse un po’ meno
di sinistra.Ma il rapporto con il calcio e con lo sport non era
poi tanto differente neppure in Italia, dov’era bollato stupidamente
come residuo fascista del ventennio e dei ginnasiarchi (cioè
i gerarchi e la ginnastica).
Ma senza andare molto lontano in questi contesti allargati, e cioè
solo ai Mondiali vinti in quel modo commovente che sappiamo dall’Italia
di Bearzot proprio in Spagna,nel 1982, è significativo l’uso
del calcio e del suo straordinario indotto politico-economico-sociale,
là come qua: il Paese oggi di Zapatero era uscito da qualche
anno dal regime ed era governato dal democrata- cristiano Adolfo
Suarez,in odore di transizione elettorale verso il Partito Socialista
di Felipe Gonzales.Il “business Mondiali”,con tantissimi
aspetti eufemisticamente oscuri nell’organizzazione,parve
essere una sorta di prezzo da pagare per questa fase di passaggio,
indolore o quasi.Ma badate, all’epoca si guardava alla Spagna
dall’Italia con simpatia e compassione para-terzomondiste,
come a una Nazione bambina che doveva crescere dopo l’oscurantismo
franchista, in confronto al Paese democratico post-terroristico
e pre-edonistico con il più forte partito Comunista dell’Occidente.Si
considerava il calcio semplicemente un viatico di affermazione e
di paragone tra i due Paesi,ma specifico, essendo essi invece distantissimi
nel resto,con l’Italia assai più avanti.
Dodici anni dopo,quando le due Nazionali si incontrarono nei Mondiali
Usa (dopo un passaggio non molto significativo se non per i numeri
agli Europei del 1988 con l’Italia ancora vincente), all’inizio
dell’era politica Berlusconi, la Spagna stava già rapidamente
crescendo nella democrazia e aveva avviato un rapporto più
maturo e convinto con l’Europa su vari piani, a partire dalla
richiesta,il conseguimento e la fruizione dei fondi europei, invece
che per qualche ruberia in più, per il finanziamento della
ricerca e della qualità universitaria.Tutti gli indicatori
ci dicono che prendendo in esame gli ultimi 14 anni,guarda caso
dalla “discesa in campo” di un signore molto competente
di pallone,di tv e di affari, come in una corsa in salita la Spagna
(terra di scalatori) ha ripreso in tutto o quasi e superato in parecchi
campi l’Italia che la precedeva.
E questo indipendentemente dal calcio, che rimaneva e rimane uno
strato di costume ineliminabile nel vivere spagnolo,ai tempi del
Caudillo come in quelli di Zapatero e dei matrimoni gay.Ma non è
mai stato più di tanto e soprattutto non è oggi il
pallone che deve offrire occasioni di riscatto a un Paese e a un
Governo che si è già riscattato da sé, pur
naturalmente sapendo benissimo quanto sia complesso e precario insieme
il momento internazionale.
E persino il mondo del calcio spagnolo è assai migliore,più
pulito,più vivibile,meno avulso dalla realtà e quindi
meno finto e recitato e dovrei aggiungere più meritocratico
del nostro: non lo dico io,ma si evince nitidamente dalle testimonianze
dei giocatori e tecnici italiani con esperienze iberiche.”Lavorare
con gli spagnoli è meglio”,sostengono in tanti tra
gli addetti, “perché non ti vogliono fregare per forza”.
Spagna-Italia di stasera è quindi anche questo,una possibile
pausa nel nostro declino/deriva/recessione democratica ma solo per
un momento,in quella sorta di nazionalismo in calzoncini che ancora
tiene a bada e organizza il pathos come in termini clinici “si
organizzano gli ematomi”.Mentre per gli spagnoli sarebbe solo
–se vincessero- la conferma di una superiorità oggi
estesa anche a una tradizione sfavorevolissima e alla cattiva sorte
abituale di sbriciolarsi emotivamente sempre o quasi nel momento
topico.Oppure-se perdessero- la conferma soltanto rotondolatrica
che gli Azzurri sono più bravi dei Rossi,”furie”
evidentemente solo della vigilia, almeno nelle occasioni decisive.Del
pallone,però.
Nel resto,nel giorno per giorno,continuiamo ad affidare al calcio
una supplenza generalizzata che esso non ce la fa a sostenere,per
motivi che chiunque,dal sociologo affermato o raffermo al panettiere
tifoso,può mettere a fuoco senza troppe cefalee.Lo si è
visto con i Mondiali vinti,allora,nel 1982,con il primo Presidente
del Consiglio laico (leggi non democristiano) della storia della
Repubblica,Spadolini (all’ombra di Craxi), e ier l’altro,nel
2006, quando il Caimano sembrava inoperoso nel bioparco.In realtà,poteva
temere solo che venisse bonificata davvero la palude dove è
e rimane il migliore,come infatti non è accaduto.
E adesso pronti con il Tricolore,perché non è una
bestemmia che l’Italia ma solo quella pallonara passi oltre,con
il solito sistema emergenziale alla Enrico Toti (meglio asini sani
a centrocampo che dottori- squalificati- così e così)
e un po’ di Risorgimento sudato e in mutande spiegato al popolo.Che
tifa,tifa,tifa,per una sera ignaro o dimentico di quello che si
sta preparando alle sue spalle,come è sempre avvenuto ma
oggi molto di più.”Comma 22”,un puro e semplice
“Comma 22”.
O.B.
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