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    Home > articoli > Caro direttore
    07
    set.
    2002

    Caro direttore

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    Caro Direttore, aderisco volentieri al tuo invito di scrivere due righe in croce sul "caso Serventi Longhi", anche per non rischiare di liquidarlo con troppo facili battute sul nomen omen o sulla faccia, che all'et? nostra, tua, sua e mia, si dice sia quella che ci meritiamo. In che cosa consiste, dunque, il "caso"? Il segretario della federazione della stampa si inserisce nella sfilza di intervistati da Sabelli Fioretti per "Sette" sul voltagabbanismo, come via italiana al "berlusconismo" e (un po' meno, dice) all'"antiberlusconismo", spargendo giudizi pesantissimi su singoli e categoria, da lui sindacalmente (ben) rappresentata.

    Nessuno se lo fila. Perché la questione non ? interessante? Perché lui non rappresenta nulla? Perché la tribuna dalla quale lancia intemerate non ? abbastanza autorevole? Per tutto questo insieme o altro ancora? Vediamo, risalendo per li rami.

    Si, ? vero, la lunga teoria di interviste/sfiatatoio cui i colleghi accedono con sospetto entusiasmo ormai da parecchio confonde grandi nomi e “pizze e fichi” in un androne velleitario da portineria condominiale: e se possiamo godere di Arbasino che fa la portinaia, forse ? assai meno godibile la portinaia che fa Arbasino. Ma nel “caso in ispecie” si tratta pur sempre del principale sindacalista di categoria, tacciato di essersi “buttato a sinistra” alla Tot?, e soprattutto di una questione che rimanda immediatamente all’identit? del giornalista oggi.

    Un voltagabbana? Intanto, per voltarla bisogna avercela, la gabbana. Vogliamo parlarne? In che cosa consiste la nostra “gabbana” oggi, ben fuori di metafora? E poi: si d? in natura (e cultura) in Italia (e altrove?) un giornalismo indipendente, che cammini con le sue gambe (anche in senso stretto, cfr. lo “scarpinare” di Bocca di una volta)? Oppure la stragrande maggioranza dei colleghi, specie (!?!) tra le nuove generazioni, si limita a galleggiare, ondeggiando nei rapporti con la politica tra l’azionista e il tifoso, tra l’investimento di carriera (e le azioni come ? noto cambiano di valore, spesso in deficit di trasparenza visto il tipo di controlli della Consob cos? poco spaventata?..) e l’adesione acritica e inerziale per cui “a sinistra ? comunque meglio che a destra”, o viceversa?

    E a che punto ? arrivata la “convenzione” anche solo onomastica di destra e sinistra, cos? poco analizzata e messa in discussione anche e direi soprattutto sui mezzi di comunicazione di massa? Non sono, e forse neppure sembrano, solo spunti autorefenziali per una corporazione in ginocchio, cui molti anni fa ormai Cesarone Romiti intimava “prima di parlare di libert? di stampa tiratevi su i pantaloni”, pantaloni rimasti desolatamente gi? (chiedere lumi al medesimo Romiti?.) mentre in compenso sempre pi? spesso colleghi in mutande calzavano l’elmetto della militanza “alla faccia della realt?” e in grazia della sua strumentalizzazione o deformazione. Notizie/marketing, come prodotto politico-economico e basta, essendo ormai sbiadita la nozione di servizio.

    Se aggiungi, Giuliano, che forse senilmente immalinconico non vedo in giro neppure un briciolo di “allegria professionale”, di vivacit? intellettuale, di “ribellione culturale”, di “gioco dello spirito”, capirai perché me la prendo perfino con Serventi Longhi e con quel caminetto sbreccato ormai senza fuoco da cui straparla in compagnia ( cfr. Saint-Beuve: “la cosa pi? bella, la pi? giusta del mondo ? l’esser sani.” Che avr? voluto dire?).

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