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    12
    feb.
    2004

    Il senso di andrea per le cose vere

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    Da L'Unit? Con questo articolo Walter Veltroni ricorda Andrea Barbato, scomparso il 12 febbraio 1996. L?ho rivisto recentemente, Andrea. Chi consegna un frammento importante della sua vita a qualcosa che lo riproduca interamente, il cinema o la televisione, conquista l?immortalit?. Quella specie particolare di immortalit? che consente di tornare improvvisamente agli occhi e non solo a quelli della memoria. Andrea, nei giorni scorsi, ? tornato dalla luna. Tutti ricordano, infatti, il momento in cui Neil Armstrong mise il piede sulla superficie e disse: ?Un piccolo passo per l?uomo, un grande passo per l?umanit??. Tutti ricordano Tito Stagno e Ruggero Orlando che si contendevano la notizia dell?allunaggio.

    Io ricordo Andrea.
    E quando un mio amico appassionato come me della storia della televisione mi ha regalato la registrazione integrale di quella notte, dalla sigla alla sigla, l?ho ritrovato. Ero ragazzino, quella notte di luglio del ?69, quando lui conduceva quella indimenticabile prima notte in bianco vissuta dalla strana creatura che si stava formando, il telespettatore. Ero ancora pi? ragazzo l?anno prima, quando vidi, con stupore e dolore, la cronaca dell?assassinio di Robert Kennedy che Andrea fece da uno spoglio studio di una tv di Los Angeles. Stava a testa bassa, davanti a uno sfondo grigio e malinconico. Non aveva che poche immagini, quasi nulla. Ma raccontava, raccontava ci? che aveva visto quella sera all?Ambassador hotel ma anche quello che aveva visto nei mesi precedenti, seguendo il giovane senatore candidato nel suo viaggio americano. Ad Andrea RFK piaceva e molti anni pi? tardi mi regal? tanti ricordi e una foto, ancora oggi appesa in casa mia, in cui la sua faccia simpatica compare dietro al ciuffo biondo di Robert Kennedy in chiss? quale sperduto aeroporto in chiss? quale sperduto stato montagnoso degli Stati Uniti.
    Andrea raccontava, perché riconosceva ci? che vedeva. Ma i suoi racconti non erano pure cronache, erano sempre qualcosa di pi?. Le cose che accadevano, le grandi cose che attraversavano il mondo, in quel fine decennio di sogni e mutamenti, erano pi? di loro stesse. Erano frammenti di un mosaico che forse si andava scomponendo, forse si stava ricomponendo in modo nuovo. Le cose avevano un loro senso, nascosto e clamoroso. Andrea cercava il senso delle cose e i suoi reportages erano, cos?, met? racconto e met? saggio. In un mondo di informazione primordiale Barbato prendeva per mano lo spettatore e lo portava a ?leggere? le notizie, a collocarle nel contesto, nella dimensione temporale, geografica e storica giusta.
    Andrea era un giornalista colto e onesto. Aveva una meravigliosa lealt? e uno splendido cervello. Piaceva alle persone giuste e dispiaceva alle persone giuste, come deve essere.
    Ricordo ancora il giorno in cui lo conobbi, il momento in cui gli strinsi la mano e cominci? la nostra amicizia. Andrea era stato appena cacciato dal Tg2. Lo aveva diretto magistralmente e quel giornale televisivo libero, autorevole e pluralista aveva turbato i sonni di molti. Giustamente Marco Bellocchio in ?Buongiorno, notte? ha scelto quel tg per scandire il racconto dei 55 giorni del rapimento Moro. Andrea era arrivato l? dopo la magnifica esperienza del pi? bel tg che mai sia esistito, quello delle 13.30 della fine degli anni 60.
    Un?edizione diretta da Fabiano Fabiani con la novit? di una conduzione affidata a pi? giornalisti, ciascuno dietro la sua scrivania, ciascuno con un grande tema di cui era esperto. Erano Piero Angela, Sergio Telmon, Piergiorgio Branzi, Nuccio Fava, Alberto La Volpe, Demetrio Volcic, Lello Bersani, Maurizio Barendson, Ottavio Di Lorenzo e tanti altri. Fu durante uno di quei tg che Rodolfo Brancoli, grande giornalista, fu colpito da una torta in faccia durante un collegamento dal congresso dello Psiup. Una scena mai vista. Andrea conduceva e disse senza fare una grinza: ?Brancoli, vai avanti!?. E Brancoli and? avanti come nulla fosse e la tv intelligente sconfisse la goliardia che invece oggi si aggiudica il match di ritorno, ogni sera, con punteggi tennistici.
    Andrea era sotto il cavallo della Rai in viale Mazzini, il giorno della manifestazione di protesta per la sua cacciata. Era l?, dispiaciuto ed elegante. Perché Andrea Barbato era, in primo luogo, un gran signore. Un uomo lieve, con un senso dell?umorismo che gli consentiva di guardare la vita mescolando distacco ed indignazione. Fummo molto amici, da allora. Insieme in Consiglio comunale di Roma, ai tempi di Petroselli e insieme in altre occasioni pubbliche e private. Ricordo un giorno dei primi anni Ottanta, quando venne a casa mia per vedere Juventus-Amburgo, finale della Coppa dei Campioni di calcio. La Juve perse, inaspettatamente perse. La folla degli juventini pronta a festeggiare ostentava mestizia e qualcuno meditava gesti insani. Andrea, alla fine della partita, si mise a guardare fuori dalla finestra. Io, sapendo a cosa andavo incontro, lo raggiunsi. Da buon romanista stava piegandosi in due dalle risate.
    Lo stimavo, gli volevo bene e cos? accadde un giorno che quel ragazzino che lo guardava in tv raccontare l?uomo sulla luna o l?invasione della Cecoslovacchia si ritrov? ad essere il suo direttore. Infatti quando mi fu affidato il giornale (tanti auguri per il suo meraviglioso compleanno) chiesi ad Andrea di diventare il nostro principale collaboratore. E ogni volta che gli chiedevo dei ?fondi? su qualsiasi tema possibile Andrea mandava un pezzo perfetto che aveva sempre un?idea dentro. Era il tempo in cui ogni sera diceva in tv le sue ?cartoline?, esempio ineguagliabile di coraggio ed eleganza giornalistica. Era il tempo del suo ?Va pensiero?. Andrea non amava, non sopportava proprio l?Italia un po? volgare e cialtrona, un po? arrogante e disinvolta che accompagn? gli ultimi anni della sua vita. Visse, in quel tempo, il fastidio di una discriminazione cieca. Il giorno del suo funerale, in una chiesa stipata di suoi colleghi, non c?era un solo rappresentante del vertice di quella azienda alla quale aveva dato il meglio della sua vita professionale.
    Cos? va il mondo, in questi tempi di incubi e di sogni. Si ? risparmiato molto, Andrea, di quello che non gli piaceva. Ma a noi, morendo, ha tolto la possibilit? di ascoltare come lo avrebbe raccontato. E questo non ? giusto, proprio.
    Walter Veltroni
    Da L’Unit?(Naturalmente c’ero, ai suoi funerali, otto anni fa, come ero con lui tra dissensi e consensi nell’avventura di “Va pensiero”. Andrea era, oltre a tutto quello che ricorda Veltroni, un sangue caldo che cercava di tenersi a bada, riuscendovi quasi sempre. Ci manca. Ma ricordandolo come ormai capita raramente, e rimpiangendo il suo lavoro sopratutto di questi tempi, mi chiedo: ma io che sono vivo, perché questa realt? contemporanea cos? degradata non posso raccontarla se non in minime dosi mediatiche? o.b.)

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