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    11
    mag.
    2004

    Che cosa sono le br

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    da www.dagospia.com LA VITA IN CAMBIO DEL SILENZIO SUI SEGRETI DI MORO ALBERTO FRANCESCHINI, FONDATORE DELLE BR, VUOTA IL SACCO LO STRANO LIBRO-INTERVISTA DI MORETTI CON ROSSANA ROSSANDA La Bur Rizzoli ha mandato in libreria un interessantissimo libro-intervista, ?Che cosa sono le Br? (8 euro e 50). A porre le domande ad Alberto Franceschini, fondatore delle Br, arrestato nel 1974, dissociatosi nel 1982, dopo 18 anni di carcere ora fa l?imprenditore, ? Giovanni Fasanella, giornalista di Panorama, gran esperto del caso Moro per aver pubblicato presso Einaudi ?Segreto di Stato? e ?Il misterioso Intermediario?.

    Dal libro, abbiamo tratto gran parte dell?ultimo capitolo, ?La pietra tombale?, che fa luce sul perché le Br non resero mai pubblici gli interrogatori di Aldo Moro (in cambio ottennero la salvezza delle loro vite); e perché Rossana Rossanda ci teneva tanto a pubblicare un libro-intervista con Mario Moretti per sottolineare che le Br erano ?una storia italiana??
    ?LA PIETRA TOMBALE? ? da ?Che cosa sono le BR?, BUR.
    In carcere, sapevate che le Br stavano progettando il sequestro Moro?
    Assolutamente no, per noi fu una sorpresa. Nessuno di noi pensava che l?organizzazione fosse in grado di compiere un?azione di quel tipo.
    Perché sorpresa? Quando l?arrestarono a Pinerolo, lei aveva in tasca il piano per il sequestro di un politico potente, Giulio Andreotti.
    Sequestrare Andreotti allora era facilissimo, non aveva la scorta. Io lo avevo pedinato e addirittura, nella chiesa sul Lungotevere, dove andava tutte le mattine alle 7, gli avevo toccato una spalla. Moro, invece, era scortato. Conoscendo tutti i brigatisti che parteciparono al sequestro, e il loro livello militare, ancora oggi non riesco a capire come abbiano fatto. O devo pensare che la scorta di Moro fosse composta da incompetenti. Ed ? improbabile. Oppure che, nel commando, c?erano personaggi tipo Francesco Marra (l?ex paracadutista del sequestro Sossi), mai identificati. Ed ? possibile. Nessuno di noi, poi, aveva mai pensato a Moro come a un possibile obiettivo. Il nemico, per noi del nucleo storico, era il progetto ?neogollista? incarnato dalla destra democristiana. Per cui, semmai, era quello il filone: Andreotti, Taviani, loro s?, erano obiettivi da colpire. Ma soprattutto fu sconcertante, poi, la gestione politica del sequestro: errata e assolutamente incomprensibile.
    Sconcertante, incomprensibile, lei dice. Perché?
    Le notizie che noi avevamo dall?esterno, allora, passavano soprattutto attraverso il canale degli avvocati Edoardo Arnaldi e Sergio Spazzali, due compagni dell?organizzazione assolutamente degni di fede. All?inizio ci dissero che le cose andavano benissimo, che Moro stava parlando, che aveva gi? rivelato retroscena importantissimi sulla strage di piazza Fontana e sulle responsabilit? di Andreotti. Poi, di colpo, la situazione si rovesci?: dall?esterno si preoccuparono di farci sapere che Moro non aveva detto niente di interessante e che i compagni temevano di essere scoperti, perci? erano costretti a chiudere la vicenda al pi? presto.
    Ricorda se quel brusco cambiamento coincise con un qualche evento particolare?
    Le cose cambiarono dopo la scoperta del covo in via Gradoli: si pass? improvvisamente e incomprensibilmente dall?euforia alla depressione pi? nera.
    Secondo una delle ricostruzioni pi? recenti, quella dell?ex presidente della Commissione stragi Giovanni Pellegrino, via Gradoli costitu? un punto di svolta. Moro stava rivelando segreti militari sensibili ai suoi carcerieri perché voleva costringere lo Stato a trattare per la sua liberazione.
    Proprio come aveva fatto Sossi con noi. Anche Moro aveva capito che era ormai spacciato e che poteva tentare di salvarsi giocando l?unica carta che aveva: i segreti.
    E da quel momento, infatti, una vicenda ?italiana? si trasform? in un caso internazionale, entrarono in gioco poteri assai pi? forti della politica e dei governi e inizi? una complessa trattativa per salvare Moro, ma soprattutto per proteggere i segreti che stava rivelando. La scoperta del covo di via Gradoli fu in qualche modo pilotata da Moretti per indurre uno stato d?animo nell?organizzazione: quello che lei ha appena descritto.
    E cio?, Moro non ha detto niente di interessante, siamo in pericolo, dobbiamo chiudere la vicenda al pi? presto… S?, ? credibile questa ricostruzione. Ma noi, allora, non potevamo sapere e rimanemmo sconcertati. Tant?? che, a quelli fuori, mandammo a dire: guardate, se la situazione ? questa, non chiedete la nostra liberazione in cambio della vita di Moro. Facemmo arrivare questo messaggio anche perché non credevamo alla possibilit? di uscire dalla galera con uno scambio. Attraverso l?avvocato Giannino Guiso eravamo in contatto direttamente con Craxi. E Craxi ci aveva fatto avere questo messaggio: ?Non crediate di uscire salvi da questa situazione.
    Anche se riuscite a farvi mettere su un aereo per andare all?estero, hanno organizzato un gruppo speciale con il mandato di uccidervi tutti appena l?aereo tocca terra. L?unica possibilit? che avete ? di mettere in piedi una qualche trattativa?.
    ?.
    Torniamo alle carte di Moro. Dunque, a Firenze qualcuno le aveva suddivise e poi le aveva consegnate ad Azzolini, dicendogli quale parte nascondere e quale, invece, dare da leggere alla Mantovani.
    Questo ? il punto. Mentre i brigatisti fuori dicevano a noi che Moro non aveva detto niente di interessante, a Firenze invece qualcuno era perfettamente in grado di capire l?importanza delle dichiarazioni di Moro, tanto da decidere quali erano le carte da far ritrovare a Dalla Chiesa e quali no. E se qualcuno era in grado di comprendere l?importanza delle dichiarazioni di Moro, era anche in grado di utilizzarle in una trattativa occulta.
    ? per questo, dunque, che a voi dicevano che Moro non aveva parlato: perché non potevano o non volevano utilizzare pubblicamente le sue carte?
    Evidentemente s?. Eravamo sconcertati di fronte all?inerzia politica dell?organizzazione. Noi insistevamo perché facessero un bilancio politico dell?operazione Moro, ma da fuori non avevamo risposte e l?organizzazione sembrava allo sbando.
    A un certo punto arrivarono a chiedere a noi in carcere di assumerci il compito di trarre un bilancio complessivo dell?operazione Moro. E, infatti, il documento della direzione strategica che fa un bilancio politico del sequestro Moro fu scritto da Curcio nel carcere di Termini Imerese nel gennaio 1979 e poi discusso con noi prigionieri all?Asinara.
    Certo, oggi la dinamica della vicenda Moro ? pi? facile da decifrare. Ma allora, in carcere, avevate comunque percepito che le carte del ?processo? avevano una certa importanza? O no?
    Si percepiva chiaramente un?inquietudine legata alle carte di Moro. E non solo dal versante brigatista. Le racconto un episodio su Francis Turatello, il gangster milanese. Nel 1980, poco prima che lo uccidessero, eravamo nello stesso carcere, a Nuoro. Non avevo mai avuto con lui rapporti particolarmente affettuosi, ma non ci eravamo nemmeno mai fatti la guerra: ci limitavamo a osservarci e controllarci reciprocamente, a distanza. Anche perché lui era un nazista, portava sempre appesa al collo una svastica d?oro tempestata di diamanti.
    Turatello era inquieto, turbato, mi girava intorno con l?aria di chi voleva fare amicizia. E un giorno mi disse che voleva parlarmi e mi raccont? un paio di episodi che io allora non capii subito.
    Episodi legati alle carte di Moro?
    S?, avevano a che fare con Moro. Mi disse: io vi ho salvato la vita. E mi raccont? che il suo avvocato, tale Formisano, un esponente del Msi a suo dire legato ai Servizi segreti, era andato da lui e gli aveva proposto di organizzare in carcere dei nuclei di picciotti per assassinare quei brigatisti rossi che erano nella lista dei detenuti da liberare in cambio di Moro. I killer, per il loro lavoro, avrebbero percepito anche uno stipendio mensile di 2-300 mila lire. Turatello mi disse: io mi sono rifiutato, perché, anche se sono di destra, voi siete dei bravi ragazzi e non far? mai una cosa del genere. All?inizio pensai che la sua fosse una smargiassata, che volesse farmi sentire in debito per creare un rapporto di dipendenza nei suoi confronti. Ma alcuni anni dopo, la storia ? venuta fuori attraverso i racconti dai pentiti di mafia: Tanino Costa, uno dei boss di Messina, disse ai giudici le stesse cose che Turatello aveva confidato a me.
    Qual ? il secondo episodio che le raccont? Turatello?
    Era legato proprio alle carte di Moro. Continuava a ripetermi, con il tono allusivo tipico dei mafiosi: e poi tu lo sai benissimo perché sono finito in punizione a Nuoro, sai quella storia delle carte di Moro… Io non ne sapevo nulla, non capivo e non potevo fargli nemmeno troppe domande, perché avevo imparato che con certi personaggi non si pu? essere troppo curiosi. Venti giorni dopo, Turatello venne massacrato in modo orrendo dai suoi stessi scagnozzi.
    E lei non ha mai saputo che cosa voleva comunicarle?
    L?ho scoperto molto tempo dopo, leggendo il libro di memorie di un maresciallo del carcere di Cuneo, Angelo Incandela. Il quale racconta che una sera Dalla Chiesa and? da lui con Mino Pecorelli. Il giornalista di ?Osservatorio politico? disse al maresciallo che stavano per arrivare in carcere carte destinate a Turatello, che allora era detenuto a Cuneo. E spieg? anche che si trattava degli originali del memoriale Moro, che Turatello intendeva utilizzare per ricattare qualcuno. Incandela avrebbe dovuto intercettarle e consegnarle a Dalla Chiesa. Le carte arrivarono e Incandela fece esattamente come gli aveva chiesto Pecorelli. Quanto a Turatello, per punizione fu trasferito prima a Pianosa e poi a Nuoro.
    L?episodio di Turatello ? un?altra conferma dell?importanza di quelle carte. Se i brigatisti trattarono, che cosa ebbero in cambio del silenzio sui segreti di Moro?
    Immediatamente la salvezza della vita. Perché, di fatto, i brigatisti poterono tenere Moro per 55 giorni, ucciderlo, lasciarlo in pieno centro e andarsene indisturbati. Successivamente, l?impunit?. La trattativa io l?ho vista proseguire in carcere. Ho visto molti brigatisti coinvolti nel sequestro Moro affermare alcune cose e rimangiarsele dopo aver avuto colloqui con Remigio Cavedon, allora direttore del quotidiano Dc ?Il Popolo? e uomo di fiducia di Flaminio Piccoli.
    Cavedon ci prov? anche con me, dicendomi chiaramente: ?Non dire nulla pubblicamente di quello che sai, dei tuoi dubbi. Scrivilo e fammelo avere. In cambio vi daremo l?amnistia ?. Io rifiutai, ma molti altri, primo fra tutti Morucci, accettarono di buon grado. Tant?? che poi, in una lettera riservata all?allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, fece il nome di Alessio Casimirri, indicandolo come uno dei brigatisti che agirono in via Fani. Prima, quel nome, Morucci non lo aveva mai rivelato ai magistrati inquirenti. E soltanto 20 giorni dopo aver ricevuto la sua lettera, Cossiga decise di inviarla al magistrato competente.
    Ma perché volevano che raccontaste tutto a loro e riservatamente?
    Evidentemente perché avevano la necessit? di mantenere un controllo assoluto sulle informazioni relative al sequestro Moro. Come dice il senatore Pellegrino, ci sono aspetti di quella vicenda che sono ancora ?indicibili?.
    Qual ?, secondo lei, l?area di ?indicibilit???
    Certamente l?Hyperion. Tant?? che ogni volta che le inchieste giudiziarie sono arrivate a Hyperion, o sono state bruciate da fughe di notizie pilotate in Italia, o si sono arenate per mancanza di collaborazione da parte dei Servizi segreti francesi.
    Lei sostiene che i francesi sabotarono le inchieste italiane su Hyperion: che elementi ha per affermare una cosa del genere?
    Non lo dico io, ma il generale Dalla Chiesa alla Commissione parlamentare d?inchiesta sull?assassinio di Aldo Moro, nel febbraio 1982, pochi mesi prima che lo ammazzassero: ?Il fatto ? che non abbiamo molta collaborazione da parte francese e lo ha potuto sperimentare anche il dottor Calogero [...].
    Il Mulinaris era uno al quale Moretti faceva capo spesso e non solo a Udine ma anche a Parigi [...] per l?Hyperion avremmo bisogno di una collaborazione attiva da parte della gendarmeria francese, degli organi di sicurezza francesi, cosa che non hanno alcuna intenzione di fare?.
    Parigi, come ho cercato di spiegare finora, ? fondamentale per la sopravvivenza delle Br. Tant?? che, quando nel 1981 arrestano Moretti, i vari tronconi in cui si erano spaccate le Brigate rosse dopo l?assassinio di Moro, la prima cosa di cui si preoccupano ? ristabilire i contatti con Parigi. I rapporti con la Francia, infatti, li aveva mantenuti sempre e solo Moretti, l?unico che aveva anche il numero di telefono giusto, quello di un certo ?Louis?, che parlava italiano.
    Chi era?
    Vanni Mulinaris, come ha dichiarato Savasta. Il suo numero di telefono, Moretti non l?aveva scritto, l?aveva imparato a memoria. Per cui, quando lo arrestano, quelli fuori non sanno pi? come collegarsi con Parigi.
    Ma, alla fine, quel numero di telefono parigino, qualcuno lo ritrova o no?
    S?, il criminologo fiorentino Giovanni Senzani, tramite lo stesso Moretti e Fulvia Miglietta, militante della colonna genovese che intanto era latitante a Parigi. Lo rivela il pentito Roberto Buzzati al giudice istruttore romano Rosario Priore.
    Ecco il suo racconto: ?I contatti internazionali delle Brigate rosse si erano interrotti con l?arresto di Moretti, che era quello che se ne occupava. Senzani, sia attraverso di lui, che attraverso la Miglietta, li aveva ristabiliti tutti [...]. Questa cosa era un altro punto a nostro favore, in quanto il ?centro? era riuscito a mantenere solo un contatto con alcuni superstiti con la Raf tedesca?.
    Senzani ritrova il numero parigino e prende il posto di Moretti nei rapporti con Hyperion. Ma Hyperion, che cos?era: soltanto un?istanza superiore delle Br, o qualcosa di pi? complesso?
    Si pu? ricavare una risposta a questa domanda leggendo gli appunti trovati in tasca a Senzani al momento dell?arresto, avvenuto a Roma il 9 gennaio 1982, proprio mentre stava per sequestrare Cesare Romiti, allora amministratore delegato della Fiat. ? uno scritto di suo pugno, il verbale di una riunione a Parigi che svela l?orizzonte dentro cui si muoveva Hyperion. A Parigi si discuteva di geopolitica, dei grandi giochi dell?Est e dell?Ovest, innanzitutto sulla scacchiera europea e mediterranea. E dei grandi giocatori. Non solo Urss e Usa, ma anche, per fare un esempio, un asse socialista franco-austriaco, un ?terzo giocatore, l?asse Mitterrand-Kreisky per il controllo politico del Medio Oriente?. Parlavano dei grandi giochi e degli strumenti utilizzati, in primo luogo i Servizi segreti: ?? chiaro che R. ha interesse oggettivo all?O. e per come si muove potrebbe avere un uomo nell?O [...]. I Servizi segreti R. li ha in tutti i m. r. [movimenti rivoluzionari] europei ? anche Raf, ultima operazione Nato ? loro ma politicamente guidata da Servizi segreti di R. che ha fornito sicuramente (ma indirettamente) le notizie?. Dal contesto mi sembra chiaro che con R. si intenda la Russia, e con O. l?Organizzazione, cio? le Brigate rosse. Anche da questi pochi appunti si capisce a che livello si muovevano gli uomini di Hyperion e perché dovevano essere assolutamente protetti.
    Solo attraverso il sabotaggio delle inchieste giudiziarie, come denunciava Dalla Chiesa? Oppure, secondo lei, sono state messe in campo altre forme di protezione? Le pongo questa domanda perché colpisce il fuoco di sbarramento che da pi? parti viene subito alzato ogni volta che la ricerca della verit? prende certe direzioni, come quella parigina.
    Sono sempre pi? convinto che Hyperion sia stato protetto anche attraverso la costruzione di una verit? ufficiale. L?esempio pi? clamoroso, da questo punto di vista, ? il libro-intervista di Moretti con Rossana Rossanda e la giornalista Carla Mosca, Brigate rosse: una storia italiana. Attorno a quel libro hanno costruito una vera e propria operazione politica, il cui senso ? chiaro sin dal titolo: le Br sono un fenomeno assolutamente autoctono, italiano, tutto interno alla tradizione culturale della sinistra. Ogni altra interpretazione ? semplicemente ?dietrologia?.
    E non ? vero che le Br sono il prodotto di quella cultura e di quella tradizione? L?ha detto lei stesso proprio all?inizio di questa intervista.
    Certo che ? vero. Del resto, chi pu? saperlo meglio di me che provengo dal Pci e sono stato uno dei fondatori delle Br? Ma questa ? solo una met? della mela. Dell?altra met?, finora si sono visti solo alcuni labili contorni. In quell?intervista, Moretti si preoccupa costantemente di tagliare ogni filo che possa condurre a Parigi. Lo fa andando spesso non solo contro la logica e il buon senso, ma persino contro le dichiarazioni estremamente chiare e precise di molti testimoni e pentiti. La Rossanda, sin dalla Prefazione, avalla apertamente la ricostruzione di Moretti, nobilitandola con il proprio prestigio. E questo francamente mi risulta difficile da comprendere.
    Perché si stupisce? Fu proprio la Rossanda a indicare le radici delle Br nell??album di famiglia? della sinistra italiana. E la ricostruzione di Moretti le d? ragione.
    Anch?io le do ragione, questo ? un merito che indubbiamente le va riconosciuto. Ma la Rossanda, sposando le tesi di Moretti, ha anche la responsabilit? di aver avallato una verit? monca. Qualsiasi persona dotata, non dico di coraggio civile, ma semplicemente di buon senso, si porrebbe mille domande sulla grande tragedia che abbiamo vissuto. Lei, invece, ? partita bene con la storia dell??album di famiglia?, ma poi si ? fermata di fronte alla verit? di Moretti: l? ha smesso di esercitare la sua intelligenza critica.
    Se ? cos? convinto di quello che dice, come spiega allora l?avallo della Rossanda all?operazione di Moretti?
    Francamente non lo so, ripeto: mi ? difficile comprendere. Il libro-intervista venne pubblicato per la prima volta nel 1994 da Anabasi, una casa editrice dalla vita effimera, aperta e chiusa nell?arco di tre anni: praticamente pubblic? Brigate rosse: una storia italiana e poco altro. E sa chi era il suo fondatore?
    No, me lo dica lei.
    Ne abbiamo gi? parlato nel corso di questa intervista: Sandro D?Alessandro, uno degli uomini pi? fidati di Corrado Simioni.
    ? sicuro di quello che dice?
    Guardi qui, sono ritagli di giornali dei primi anni Novanta, ?Panorama?, ?la Repubblica?… Che cosa c?? scritto? Che Sandro D?Alessandro, ex uomo di vertice alla Feltrinelli, ? il fondatore della casa editrice Anabasi.
    Ma il Sandro D?Alessandro di Anabasi ? la stessa persona che frequentava Simioni? Non potrebbe trattarsi di un caso di omonimia?
    Quando nel 1983 Mastelloni lo interrog?, Sandro D?Alessandro dichiar? che era appena entrato alla Feltrinelli. Di recente, navigando su Internet, mi sono imbattuto nel Catalogo storico pubblicato nel 1985, in occasione del trentesimo anno di vita della casa editrice. Si parla di ?Sandro D?Alessandro, entrato nel 1983 e dal 1986, dopo la morte prematura di Franco Occhetto, direttore editoriale?. Gi? questo dovrebbe bastare. Comunque, per tagliare la testa al toro, in quello stesso catalogo c?? una sua fotografia: le assicuro che ? la stessa persona che ho conosciuto nella comune di Simioni.
    Franceschini, lei si riferisce a rapporti tra Simioni e D?Alessandro che risalgono al 1970. Che cosa le fa pensare che il loro legame abbia resistito anche in seguito? Le persone cambiano nel corso degli anni.
    D?Alessandro, per sua stessa ammissione, ? rimasto in contatto con Simioni almeno fino al Natale del 1978, quando and? a trovarlo a Parigi. Tenga poi presente che, durante l?interrogatorio, Mastelloni lo fece arrestare per reticenza, perché si ostinava a proteggere i suoi amici parigini. La caratteristica del gruppo di Simioni ? proprio la longevit? delle relazioni nate al suo interno. Aspetto che, del resto, ha incuriosito moltissimo proprio gli inquirenti italiani che si sono recati in Francia e diversi magistrati. ? infatti una rete di almeno una trentina di persone che sono state insieme per anni, vivendo i loro rapporti sempre all?interno dello stesso gruppo, quasi come una setta.
    Credo che non sia facile trovare persone che hanno attraversato la drammatica complessit? degli anni Settanta rimanendo insieme, in un rapporto strettissimo di protezione reciproca.
    Dev?esserci qualcosa di estremamente importante a legare il tutto.
    da www.dagospia.com

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