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    08
    set.
    2004

    ?sono stato io? ? oliviero beha ? vivo e lotta insieme a noi

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    AUTOBIOGRAFIA POLITICA IN FORMA DI ROMANZO PER SPUTTANARE IL BASSO IMPERO ITALICO E LE SUE DEGENERAZIONI GENERAZIONALI? da www.dagospia.com [...] Oggi mettiamo in rete un estratto del libro che probabilmente pochi avranno il coraggio di recensire. Perché la vita di Beha ? una ricognizione tra le macerie soprattutto culturali che far? male a molti tromboni...Dal risvolto di copertina: "In un?Italia ipercontemporanea, tanto caricaturale da sembrare vera, si aggira una strana figura di giornalista in crisi. In crisi esistenziale, per l?impatto con la cosiddetta et? matura e le difficolt? del suo ruolo di padre.

    In crisi professionale, per la quasi matematica impossibilit? di svolgere il proprio lavoro in condizioni normali, senza servire un padrone. In crisi politica, stretto com?? – e con lui tutto il Paese – nel referendum quotidiano pro o contro Berlusconi.
    A un certo punto, la svolta. Un amico gli d? il consiglio giusto, compiere un?azione eclatante che serva da sfogo a lui e alla nazione: un attentato. Da quel momento in poi la vicenda si snoda fra l?attesa e la preparazione, non solo simbolica, dell?impresa che dovrebbe cambiare tutto, dare un senso alla vita di chi la compie e della collettivit? che se ne gioverebbe.
    Nella sostanza, Sono stato io ? una ricognizione tra le macerie soprattutto culturali di un Paese che sta rapidamente regredendo, parte di un pianeta globalizzato, inaridito dal denaro, che sembra aver smarrito il senso del futuro, incapace di sopportare sia la guerra che la pace.
    Nella forma ?, invece, una sorta di montaggio cinematografico: come se un regista avesse deciso di girare un film i cui elementi – la trama, i personaggi, gli scenari – sono calati nella sua stessa quotidianit?, dando vita a un ?effetto realt?? che mescola di volta in volta in dosi differenti narrazione e riflessione. Difficile, quindi, decidere se Oliviero Beha abbia voluto scrivere un romanzo in forma di saggio politico oppure un saggio in forma di romanzo.
    Certo il suo ? un libro sincero e ?impopolare?, che fotografa in presa diretta l?Italia che abbiamo sotto gli occhi, la stampa, la tv, il rapporto padri-figli, la degenerazione dei costumi e alla fine il gigantesco complesso di Edipo di un Paese schiacciato dal suo passato e alla ricerca affannosa di una strada, dritta o storta che sia.”
    Il romanzo di Beha – in libreria dal 7 settembre – ? stato presentato domenica 5 settembre presso la festa dell’Unit? Nazionale di Genova.
    Estratto da ?SONO STATO IO? di OLIVIERO BEHA
    Marco Tropea Editore
    Si dava in natura, nella natura sociale sbrindellata ben bene a queste latitudini, un?avvocatessa di grido di nome Pompilia. Si dava, si dava? Era da anni il suo avvocato, con l?abbreviativo d?ordinanza di Lia. Pompilia era solo per le grandi occasioni, o per i clienti amici di vecchia data, che ?l?avevano vista crescere?.
    Professionalmente. “Pompilia, come stai?” le chiese affettuoso specificandole che dopo qualche minuto
    d?attesa al telefono aveva avuto voglia di domandare, alla giovane di studio all?apparecchio, di ?Pompilia?, e non di Lia.
    “D?i, d?i, che oggi ho una rogna bestiale per la questione Telekom Serbia, raro pasticcio, caro mio, da qualunque parte lo si prenda. Che vuoi?” fece secca l?avvocatessa.
    “Ti debbo parlare presto. Non posso venire alla fine dell?orario di studio, stasera? Posso aspettare?”
    “No, vado di fretta, ho una cena”. Andava in una bella casa patrizia da una quasi nobildonna triestina, con codazzo di politici, imprenditori, giornalisti, modelle.
    “Sai, ormai il lavoro si fa in posti cos?” spieg? dopo una pausa, quasi a giustificarsi.
    “Ci vediamo l?” sintetizz? lui tagliandole in bocca parole di piacere come “cos? possiamo parlarci con calma.” Ma come, con calma?! Li conosceva anche lui, quei salotti. ?Parlarsi?, poi, era un azzardo logico: l? le parole erano poco pi? che un rumore di fondo, contava esserci, farsi vedere, sollecitare associazioni di idee. Che fosse uno spreco, be?, era chiaro o chiarissimo a quasi tutti, che fosse un set della recita anche. Per?, come mancare? Era lavoro, no?, nella sua forma pi? sofisticata. Bisognava timbrare il cartellino se ti veniva offerta la gratificante occasione di farlo. E la padrona di casa se era parzialmente nobildonna era per? del tutto una buona persona, che presa da sola aveva un che di umano.
    Gi?, ma chi riusciva a prenderla da sola? E perché lei, che montava anche con un certo dispendio di energie tutta quella panna, avrebbe dovuto smentire se stessa facendosi prendere da sola? In compagnia, tanto tanto, meglio se di sponda, appiccicando nell?albo della serata la fuggevole presenza del politico in voga, la scollatura di una starlett, le parole patchwork di tre intellettuali cucite insieme.
    In discussione era sempre non l?essenza della recita, ma la sua qualit?: Bruto ? un uomo d?onore, recitava Zorro a un antico se stesso assumendo i contorni mentali e verbali di Catilina presi a prestito da Giorgio Albertazzi, fate per bene i Cesari, le Cleopatre, i Craxi, i Crassi insomma. Allenatevi, preparatevi meglio, possibile che anche da voi non si riesca a cavare molto di pi? che un “il pranzo ? servito”? Va bene il basso impero, ma ormai si ? fatto infimo, questo impero: ci manca solo che si mangi male, si disse quella sera chiamando un taxi perché le case patrizie si raggiungono in taxi, la storia era precisa su questi dettagli.
    Riconoscendo Catilina, il tassista si prese delle confidenze, confortato dalla disponibilit? dell?accertato rivoluzionario. “Dotto?, lo sa che quando lei ha tirato fuori quella storia del Camerun, ma s?, che s?eravamo comprati la partita ai Mondiali del 1982, io l?ho odiata, e glielo dico adesso, dopo pi? di vent?anni”, e Catilina raggel? per quella specialissima cronologia che ormai gli stava dando la caccia dappresso.
    “A mia moglie dicevo: me piace tanto quel giornalista, dice la verit?, ma proprio sull?Italia mondiale la doveva veni? a di?. Certo, inizialmente pensavo, anzi mi illudevo coll?artri amici che lei se fosse sbagliato. Ma che sbagliato! Poi ho dovuto riconosce? anche con mi? moglie che c?aveva ragione su tutto. Era stato, s?, un po?…”
    “…temerario” sugger? il passeggero.
    “Temerario, s?? Ma c?aveva ragione. E sa quando ho cominciato a pensa? che ero stato ingiusto con lei, dotto?, lo vuol sapere?” chiese perentorio sporgendosi dietro. “L?autobus” accenn? Catilina.
    “Come?” “Stiamo andando contro l?autobus” indicando davanti. “Ah? Ma no, non si preoccupi” fece scalando le marce e mettendosi al sicuro. “Scommetto che non lo pu? sapere” continu?. “Che cosa?” si estenu? l?orbo del laticlavio. “Quando ho pensato che c?aveva ragione lei, contro tutti, e noi eravamo degli stronzi.”
    “Eh? diciamo dei tifosi.”
    “Dei tifosi stronzi. Una volta, non tanto tempo fa, carico uno con cui mi metto a parlare di calcio, sentivamo la radio che parla di calcio, delle squadre romane, giorno e notte. Quello dopo un po?, eravamo nel traffico? cio? fermi, come adesso, mi dice: ?Lei ci va mai allo stadio??. ?S?, certo? dico io ?la Roma ? una fede, e tutte ?ste stronzate? ?Sa che cosa ? successo per anni?? domanda lui ?fino a una decina d?anni fa negli stadi, a Roma, chiunque giocasse, a Napoli, negli stadi di varie categorie professionistiche?? ?No? dico io. ?Ha presente l?incasso?? fa lui. ?Certo, e allora?? ?Lo sa che per diversi anni, decine d?anni, regolarmente un paio di volte a stagione avvenivano strani furti della cassa, ma s?, tutto quel bel contante, sparito. Mentre le societ? di calcio piangevano gi? allora miseria, poi ? tutto peggiorato, naturalmente. Mi capisce?? ?E chi era a rubare?? chiedo io. ?E chi voleva che fosse?? dice lui ?un ladro?? ?Sempre loro? azzardo io.
    ?Ma certo!? dice lui ?glielo potrei provare. Ma ? roba vecchia, ormai, oggigiorno i presidenti hanno altri sistemi, come legge tutti i giorni sui giornali. Be?, proprio leggere no, intuire, direi?? Capito, dottore? E a lei l?hanno messo in croce per aver scritto le cose che tutti sapevano essere vere” sospir?.
    “Ci siamo, mi pare. Guardi la gente, tutti infiocchettati”
    Era proprio cos?, il tassista non sbagliava. Ma stava scivolando per la scesa della confidenza. Infatti azzard?: “Se vuole la riporto a casa, uno come lei qui” pentendosi subito e facendo un gesto come a dire ?scusi, scherzavo, ho esagerato?. Andiamo bene, adesso anche il tassista, soprapens? il Catilina serale imboccando il portone patrizio che introduceva a una sorta di patio decorato dalle luminarie. Si era in zona Bernini/Borromini, bisognava esserne all?altezza. Il trionfo della forma: ma non si era passati dagli artisti agli stilisti agli chef ai coprofili? Non eravamo in discesa? No, bisognava salire fino alla terrazza, da cui impunemente godevi tutta Roma. O mezza Roma?da www.dagospia.com

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