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    06
    nov.
    2004

    In questo mondo di veline. l?italia secondo beha

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    da Il Corriere della Sera Ritratto del Belpaese secondo un giornalista scomodo, che non si inchina ai vip In questo mondo di veline. L?Italia secondo Beha Una avventura fra conduttori e leader politici, manipolatori e showgirl, conformisti e ribelli ?Stretta la foglia?, in realt?, deve essere un errore di trascrizione di qualche amanuense distratto, che non capiva il senso di ci? che stava scrivendo. E? invece ?stretta la soglia? (larga la via, eccetera), il vero incipit della famosa massima popolare recitata alla fine di ogni racconto, vero o fantastico che sia. Altrimenti, si chiede Oliviero Beha nel suo romanzo Sono stato io, che senso avrebbe?

    Ma non ? uno scherzo mettere in discussione una massima cos? inveterata, addirittura contestandone il senso. Figuriamoci trovare il senso dell?alluvione di cose che attraversano la vita. Non ? mai stato facile. Dunque la soglia (e non la foglia), non pu? che essere stretta. Oggi per? quella soglia ? ancora pi? stretta, forse come non mai, mentre il senso delle cose ? viviamo o no nell?epoca della riproducibilit? tecnica illimitata e istantanea di qualunque cosa ? ? ? qualit? sempre pi? rara, a rischio di estinzione. Sono stato io ? costruito appunto su questa progressiva e, sembra, inarrestabile perdita di senso, che alla fine ci seppellir? ? a meno che non la seppelliamo noi, magari anche con una risata, come si diceva nella seconda met? del secolo scorso. E come, alla ricerca di una via d?uscita, progettando un attentato (metaforico, a forte carica simbolica), pensa di fare il protagonista.
    Dov?? per? la vera forza di questo romanzo, che sconfina virtuosamente in saggio, autobiografia (anche della nazione), introspezione individuale e collettiva? Che ? un ?romanzo politico?, proprio come diremmo ?romanzo storico?. E? un romanzo politico nell?accezione pi? autentica, perché parla della polis e dei suoi abitanti come ci si aspetterebbe facesse la politica. Beha nasce giornalista-ombudsman e non perde mai di vista le situazioni concrete, le persone in carne e ossa, diffida delle nebbie ideologiche, ultima quella che ci vorrebbe tutti, disciplinatamente, ?o di qua, o di l??, come i tifosi allo stadio. E in questo risulta un epigono di quei veri moralisti, come Leonardo Sciascia, che non avrebbero sacrificato la libert? di pensiero, l?esercizio della critica, anche quando il rischio, in realt? un alibi, fosse stato quello di fare, magari ?oggettivamente?, il ?gioco del nemico?.
    E? anche per questa ragione che i fatti e i personaggi di Sono stato io, a cominciare dall?autore, sono veri, nel senso che esistono realmente, e nel romanzo (?opera palesemente di fantasia, naturalmente realistica?, dice l?ironica avvertenza) interpretano la parte di sé stessi: Berlusconi fa Berlusconi, Scalfaro e Scalfari idem, e cos? via per Prodi-Fassino-Rutelli, Amato-D?Alema e la loro fondazione, la signora Romena Anastasia con accento sulla ?i?, Giancarlo Paletta e Miriam Mafai, Giorgio Bocca e il giudice Nicola Magrone, D?Agostino e il suo sito internet Dagospia, la Rai, Canale 5 e Costanzo, i giornali e i giornalisti, e persino le veline, intese come showgirl e come notizie manipolate.
    Il mondo raccontato da Beha ? quello che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e che in qualche modo ?impone? di servire un padrone, o anche pi?, e magari contemporaneamente. No, non necessariamente il solo Berlusconi colpevole di tutto, ma un padrone qualunque, purché si indossi (e si volti) gabbana al momento giusto. Non averla, la gabbana, e non volerla indossare, nemmeno quando ha il volto anonimo del denaro misura-di-tutte-le-cose, significa essere fuori tempo e fuori luogo, un po? Zorro (e infatti Beha faceva con ottimi ascolti Radiozorro e l?hanno segato), un po? don Chisciotte e un po? Pierino sognatore. Significa essere lasciati soli e magari essere tentati di fare il processo a sé stessi, chiedendosi ?dove ho sbagliato??, anche quando non ? cos?, come accade al protagonista di Sono stato io. Che per liberare sé stesso, e il Paese da questo senso di colpa, decide di fare un attentato serio (cio? metaforico: diciamo di lesa maest?, per non rivelare troppo).
    Carlo Vulpio

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