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    18
    dic.
    2004

    Quattro chiacchere con oliviero beha

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    da Letture - a cura di Daniele Piccini Uno dei mali del Paese, cronico e pare inestirbale, ? la continua partigianeria delle fazioni politiche e persino culturali: il ?giochino? della Destra e della Sinistra che, invece di aiutare a capire, ottunde e allontana la comprensione della sostanza delle cose. Sar? per questo che la lettura del romanzo-pamphlet di Oliviero Beha, Sono stato io (Tropea, pp. 224, euro 14,00), autobiografico al massimo nel documentare il malessere di un giornalista che fa i conti con il disastro e la regressione morale e culturale del Paese, cade cos? opportuna. Beha, classe 1949, ha fatto sempre il rompiscatole, con la Sinistra e con la Destra. Allontanato da ?Repubblica? dopo il suo reportage sulla sospetta combine per Italia-Camerun del Mundial 1982, sempre ostacolato in RAI, si trova oggi in causa con viale Mazzini, che pare non abbia intenzione di farlo lavorare e ha chiuso, tra l?altro, il programma radiofonico che da qualche stagione conduceva. Temporaneamente oscurato, Beha ha scritto un libro in cui immagina di diventare, sulla spinta di un amico-saggio, un ?berluschicida? (simbolico va da sé) per liberare il Paese dalla sua ultima ossessione?

    Beha, ? possibile oggi un giornalismo che non serva partiti e opinioni costituite ma cerchi la realt?? Il suo libro, sorta di pamphlet di controinformazione, sembra piuttosto scettico sul punto.
    Direi che a livelli alti ? quasi impossibile, pi? praticabile forse, ma molto difficile, a livelli inferiori. Del resto anche i libri cozzano contro lo stesso tipo di resistenza del sistema: un meccanismo malato, che si autoriproduce e genera malattia.
    Nel libro, dove pure si immagina un gesto simbolico contro di lui, si lascia intendere che Berlusconi non ? il solo responsabile di un simile stato di cose?
    Berlusconi le ha dato una bella spinta, ma l?Italia era gi? sull?orlo del precipizio. Un Paese che regredisce alla velocit? del suono ha trovato in Berlusconi il suo eponimo. Lui ? un problema temporaneo. Ma se l?Italia mutua i suoi stilemi, i suoi comportamenti, il modo superficiale di intendere le cose, allora anche dopo Berlusconi il Paese difficilmente avr? un futuro. ? un problema di antropologia culturale.
    Come si pu? frenare secondo lei questa regressione?
    Bisogna lavorare sullo stato di consapevolezza del Paese. Se non ci si convince, ad esempio, che anche il berlusconismo di D?Alema ? un problema, allora avanziamo sulla via del precipizio. Sempre pi? gente dovrebbe rendersi conto che ? lo stile di vita che va cambiato. La politica dovrebbe avvertire la pressione dell?opinione pubblica. Un possibilit? ? lavorare sul territorio, come io sto facendo per far conoscere il libro: porta a porta, ma in un altro senso?
    L?atmosfera che lei descrive ? opprimente. Eppure nel libro ? testimoniato anche un istinto vitale, una spinta volitiva. Che cosa le d? energia per questa sorta di lotta che lei inscena?
    Probabilmente ? un fatto solo biologico. Sono un animale resistente. E poi, a volte ho l?impressione che soffrendo di egocentrismo, si possa cercare una via di uscita da esso mettendosi al servizio degli altri. Forse si tratta di questo. E forse in me, a proposito di vitalismo, c?? una specie di paganesimo aggiornato.
    Progetti per tornare in tiv??
    Da anni ho in mente un format per la prima serata in cui, provocatoriamente, mettere in vendita pezzi d?Italia: un?asta delle cose pubbliche? E poi da tanto vorrei rifare il viaggio in Italia di Mario Soldati. Ma in RAI non ho trovato e non trovo interlocutori su queste idee.

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