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    22
    dic.
    2004

    Sulle garanzie la rai vive il periodo pi? nero della sua storia

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    da www.articolo21.com - di Vittorio Emiliani La Rai sta attraversando il periodo pi? nero della sua storia dal punto di vista, fondamentale, delle garanzie. Tutto si riconduce infatti all?assenza sempre pi? palese e drammatica di un organismo sovraordinato di garanzia.

    Non lo ? l?Autorit? delle Comunicazioni ? che ancora si barcamena con questioni datate senza risolverle ? e non lo pu? essere l?Antitrust che pure, con Giuseppe Tesauro, ha denunciato con forza l?ingessatura del duopolio Mediaset-Rai (ma a Tesauro, in scadenza, subentrer?, sembra, un esperto gi? di stanza a Palazzo Chigi come Catrical?). Non lo ?, se non limitatamente, la stessa Commissione di Vigilanza.

    La Rai ?, tragicamente, la sola emittente pubblica europea che non sia difesa e garantita nella propria autonomia da un organismo sovraordinato quale pu? essere la Fondazione tipo BBC o il Consiglio Superiore dell?Audiovisivo alla francese. Un vuoto istituzionale che ha condotto la Rai ? dopo i fallimenti dei tre governi dell?Ulivo ? direttamente in braccio al governo e al suo capo, filiazione diretta del Ministero dell?Economia senza neppure pi? la sottile intercapedine di Rai Holding erede del disciolto IRI.

    Lo si nota ogni giorno. Tanto pi? in vista di una privatizzazione finta e balorda che ingesser? ancor pi? l?emittente pubblica. Privatizzazione della quale non si ha ancora uno straccio di regolamento. Anche questo processo inedito avviene dunque senza alcuna rete di garanzia per il servizio pubblico, per i suoi utenti. Torniamo cos? al problema-chiave : garanzie, regolamenti, procedure trasparenti. Che non ci sono.

    Luned? scorso il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini ha sconfessato chiaramente questo CdA formato da 4 ?sopravvissuti? (ben remunerati peraltro) senza un presidente eletto, cosa mai successa sino a ieri in Rai. I presidenti delle due Camere hanno nominato i CdA della Rai dal 1993 ad oggi sulla base di una legge ?provvisoria?, la n. 206, la quale era pensata come un ponte che avrebbe potuto portare ad un sistema di garanzie di tipo francese. L? infatti i 9 membri del CSA (Conseil Sup?rieur de l?Audiovisuel) ? che governa l?intero sistema delle comunicazioni ? vengono cos? nominati : 3 dal presidente della Repubblica, 3 dai presidente della Camera bassa e 3 da quello della Camera alta. A sua volta il CSA nomina il presidente-direttore generale della Televisione pubblica oltre a 3 dei consiglieri. Che in totale sono 12. Gli altri 8 vengono cos? nominati : 4 dallo Stato, 1 dal Senato, 1 dalla Camera e 2 dal personale stesso di Télévision de France.

    Purtroppo i governi dell?Ulivo hanno imboccato altre strade finendo per smarrirsi infine nelle nebbie del nulla di fatto che ha consegnato la Rai, inerme e indifesa, a Berlusconi. Tornando a Casini, egli ha rivendicato un modo di nomina ? quello del presidente ?di garanzia?, poi costretto alle dimissioni ? che bilanciava presenze e poteri all?interno del vertice Rai. Equilibri travolti da un direttore generale che nulla ha a che fare con le logiche e con la storia del servizio pubblico. Il ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri gli ha tranquillamente risposto che questo CdA acefalo e monocolore ? pienamente legittimo. Un?opinione che cozza frontalmente col diritto e con la storia stessa della Rai dove i presidenti (in quanto legali rappresentanti dell?Azienda, sono sempre stati immediatamente rimpiazzati con votazione del CdA in caso di dimissioni del precedente titolare), ma, ormai, va cos?, ovunque, nel nostro infelice Paese.

    Bisogna dunque riproporre con grande forza la priorit? assoluta delle garanzie, porla anche al presidente della Repubblica il quale ha invitato i giornalisti ? quelli della Rai anzitutto ? a ?tenere la schiena dritta?. Sta bene, ma con quali garanzie, se non quella sindacale, di non venire colpiti dagli stessi provvedimenti di ?epurazione? tutta politica assunti in Rai contro Biagi, Santoro, Luttazzi, Sabina Guzzanti, e adesso Oliviero Beha (pi? altri che non hanno lo stesso nome importante). Per non parlare di Carlo Freccero relegato in un qualche ufficio.

    L?altra garanzia di autonomia per le emittenti pubbliche europee ? oltre agli organismi e agli statuti ? risulta essere un canone forte che scongiura la commercializzazione e la decadenza mercantile del servizio pubblico. In Italia non ? cos?. Il canone ? il pi? basso e il pi? evaso d?Europa. Tuttavia esso frutta tuttora alla Rai qualcosa di pi? della met? dei suoi ricavi, mentre la pubblicit? forma il 38-39 per cento delle entrate dell?azienda. Il restante 6 per cento circa ? dato dalla vendita di programmi, format, ecc. Non aumentare nel 2005 ? come ha ribadito il ministro Gasparri – questo modesto canone Rai, neppure del 2,4 per cento di inflazione, d? luogo a due conseguenze :

    1. non consente alla Rai di destinare ai compiti di servizio pubblico una cifra pi? elevata di quella attuale;

    2. accresce la dipendenza del servizio pubblico dagli spot commerciali e lo spinge quindi ad una programmazione ancor pi? simile a quella di Mediaset (che con la legge Gasparri e col suo SIC cuciti addosso non ha pi? nulla da temere).

    Certo, bisognerebbe verificare, in modo molto puntuale, quante ore della programmazione Rai finanziata dal canone sono occupate da trasmissioni ispirate ai criteri del servizio pubblico. L?impressione che si ha guardando la programmazione di Raiuno e Raidue (e pure ascoltando quella di Radio1 e Radio2) ? che il canone pagato dagli abbonati serva per non poche ore a finanziare programmi di tipo marcatamente, e biecamente, commerciale.

    A questo dato occorre porre tutta l?attenzione necessaria denunciando lo stravolgimento quotidiano dei compiti istituzionali dell?azienda pubblica radiotelevisiva, della sua ?missione?. Stravolgimento di cui sono esempi clamorosi ?L?isola dei famosi?, ?La talpa? e gli altri reality, lo stesso ?Affari tuoi?, ma anche quell?approfondimento che diventa sostanzialmente show o talk-show.

    Perché non formare un comitato di saggi o di esperti televisivi i quali, anche a turno, indicano quali sono, a loro avviso, i programmi di servizio pubblico, giorno per giorno, ora per ora, e quali invece non lo sono? Tutto ci? dovrebbe avere un risalto ampio e provocatorio.

    Vi sono inoltre televisioni europee le quali prevedono ? per esempio quella dei Paesi Bassi e quella francese ? la presenza, nei Consigli di amministrazione, di rappresentanti degli utenti e degli stessi dipendenti. Pure questi esempi vanno studiati e valutati con attenzione. Qualcun altro avr? idee migliori. Paolo Giuntella del TG1 ha proposto di aumentarsi ciascuno il canone di 10 euro, anche per rivendicare un ruolo dell?utenza la quale non vuole far decadere il servizio pubblico radiotelevisivo, ma lo vuole forte e autonomo.

    Insomma, occorre uscire dalla stagnazione, dalla rassegnazione o dalla rabbia impotente (o dal dibattito, francamente stantio, fra privatizzatori e non privatizzatori) dandosi alcune linee di movimento innovative e creative.

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