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    30
    dic.
    2004

    L’orrore nell’epoca della sua riproducibilit?

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    da www.corriere.it - di Beppe Severgnini Quaranta mesi: dall'11 settembre 2001 al 26 dicembre 2004. Dalle Torri Gemelle allo tsunami. In mezzo, le decapitazioni, le auto-bomba, Beslan. Tutte cose che abbiamo visto: non ci siamo limitati a immaginarle. Fino a pochi anni fa i media ci pensavano non una, ma dieci volte, prima di mostrare un corpo senza vita. In queste ore, cataste di morti ci aspettano all'edicola; cadaveri allineati come pupazzi aprono i telegiornali. Manca la morte alla radio: arriver?. Non sto protestando: prendo atto. Cambia il senso del pudore; era inevitabile, forse, che cambiasse il senso dell'orrore. Pensate alla fotografia pubblicata ieri da molti giornali (compreso il "Corriere della Sera"): una lunga fila di corpi nudi sulla sabbia bagnata di Khao Lak, in Thailandia.

    Per una frazione di secondo il cervello vede una spiaggia estiva; ma subito s’accorge delle posizioni innaturali, delle braccia ritorte, dei gonfiori sospetti. E’ la morte a colori, e arriva anche in vacanza.
    L’ho scritto dopo le giornate di Beslan: bisogna guardare il mostro negli occhi. Mi chiedo per? se al mostro non stiamo facendo l’abitudine: pensiamo di averlo addomesticato, ma non ? cos?. C’? un mostro umano, che uccide bambini, che decapita e se ne vanta; e c’? un mostro naturale, che sposta Sumatra trenta metri a sud-ovest e affoga decine di migliaia di persone. Entrambi ci accompagnano da sempre; ma le conseguenze sono rimaste a lungo nascoste. Un campo di battaglia durante la Guerra Civile americana lo vedeva chi c’era; poi diventava materiale per pittori, romanzieri e lettere a casa. Le cose, nel ricordo, si sfumano; il sangue, nei quadri a olio, si nota appena. Molte tragedie moderne sono invece pubbliche. Ci sono i satelliti della TV e gli aerei per far arrivare le telecamere; ma bastano un cellulare, una videocamera amatoriale e un collegamento internet. Tutto ? riproducibile, anche l’orrore: in fretta e basso costo. La novit? ? che abbiamo deciso di riprodurlo. Servir? a svegliarci? A rendere sempre e comunque ingiustificabile un’auto-bomba? A ribellarci ai ricatti del terrorismo? O, magari, a installare boe-sensori per anticipare gli tsunami? E’ una speranza doverosa, perché altrimenti dovremmo pensare che la fantasmagoria dell’orrore ? solo l’ultimo trucco della societ? dello spettacolo. Guai se fosse cos?. Dobbiamo credere, invece, che ci sia sempre umanit? in chi gira, scatta e pubblica certe immagini. E, insieme, un briciolo di pedagogia, utopistica e preterinzionale.
    L’autore della straordinaria fotografia che occupava ieri met? della terza pagina del “Corriere” – una giovane indiana si dispera davanti al corpo di un congiunto su una spiaggia a sud di Madras – ha imitato i pittori di cinque secoli fa: quello scatto sarebbe stato un dipinto, Maria sotto la Croce. I cameramen che hanno filmato le persone che andavano a morire scendendo come coriandoli dalle Torri Gemelle, e i militari che hanno ripreso le azioni dei commilitoni nella prigione di Abu Ghraib, non l’hanno fatto a cuor leggero. Di sicuro volevano dire: “Mai pi?”.
    Purtroppo non eviteremo un altro tsunami perché abbiamo osservato file di cadaveri sulla spiaggia di Khao Lak; ma saremo pi? preparati. Non sconfiggeremo il terrorismo perché abbiamo visto di cosa sono capaci i terroristi; ma da quelle immagini ? iniziata la loro sconfitta. Molte cose terribili sono accadute nel mondo perché nessuno vedeva: pensate ai lager, ai gulag, al genocidio armeno, al trattamento dei curdi iracheni, alle sparizioni argentine, ai “killing fields” cambogiani, a tante tragedie africane. Vedere vuol dire non aver pi? scuse per non sapere. Per questo delle guerre moderne ci viene mostrato cos? poco. Perché un missile ? uno tsunami di fuoco. Perché se vedessimo cosa lascia sul terreno – se guardassimo quei corpi squarciati – diremmo: “Mai pi?.”

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