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    24
    feb.
    2005

    Provider reponsabili del pedoporno?

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    da www.punto-informatico.it Accade in Australia dove il Governo ha annunciato una nuova norma: pesanti sanzioni a quegli ISP che non impediscano ai propri utenti di accedere a contenuti di pornografia infantile Sidney (Australia) - Una sanzione compresa tra i 10mila e i 55mila dollari australiani, equivalenti a 6mila-35mila euro, ? quanto dovranno presto pagare i provider del paese dei canguri se consentiranno ai propri utenti di accedere in rete a contenuti di pornografia infantile. Questo il senso di una nuova direttiva firmata e voluta dal ministro della Giustizia Chris Ellison.

    Ellison (nella foto) ha stabilito che dal primo marzo i provider di accesso e i fornitori di servizi di hosting debbano segnalare alla polizia federale australiana qualsiasi sito o altra attivit? internet collegato al pedoporno. Se non denunciano eventuali attivit? pedopornografiche e, ed ? questa la parte pi? singolare del provvedimento, se offrono servizi che possono essere utilizzati per accedere al pedoporno, allora i provider rischiano le multe. L’intero testo non ? ancora disponibile ed ? dunque difficile pronunciarsi sul reale impatto di questo provvedimento che per?, da come viene descritto, ai pi? appare inquietante.
    La direttiva sembra infatti delegare ai provider quanto ? tradizionalmente di competenza della polizia. Ed ? ovvio che rendere gli ISP responsabili di ci? a cui accedono i propri abbonati significa costringerli ad una operazione di censura preventiva che non solo non pu? impedire completamente l’accesso a siti di cui si ignora l’esistenza ma che, condotta anche con onerosi sistemi automatici, pu? significare rendere inaccessibili molti siti del tutto legittimi.
    Ellison sembra ritenere che la questione sia troppo calda per non costringere gli ISP ad intervenire direttamente. “Non si pu? enfatizzare abbastanza – ha dichiarato – il fatto che dietro ad ogni orribile immagine di pornografia infantile c’? il caso tragico di un bambino innocente che ha subito violenza da qualche parte nel mondo”.
    L’orrore per la cosa ? tale, dunque, da spingere, nel 2005, l’Australia in un territorio dal quale da tempo tutti i paesi pi? evoluti si sono ritratti: quello delle responsabilit? dirette dei provider per i contenuti a cui accedono i propri abbonati.
    Pi? comprensibilmente, la nuova normativa porta al livello di reato federale, punibile con reclusione fino a dieci anni, la trasmissione via internet o la messa a disposizione in rete di materiali pedopornografici.
    Che i provider debbano trasformarsi in cybercop Ellison lo ha reso ancora pi? chiaro auspicando che i responsabili dei servizi internet inizino al pi? presto a collaborare da vicino con la divisione della polizia federale dedicata alla repressione del fenomeno e con l’High Tech Crime Centre australiano.
    ? bene ricordare che l’Australia per combattere il pedoporno ha da tempo dato il via libera alla creazione di siti civetta pensati per attirare e identificare utenti internet “propensi” a scaricare immagini di un certo tipo. E ad ottobre proprio la polizia australiana ha dato vita ad una delle maggiori operazioni antipedofilia che mai abbiano riguardato utenti internet, non solo australiani peraltro.
    Va anche detto che per allontanare la tentazione del Governo inglese di muoversi nella direzione in cui si ? mosso quello australiano, l’anno scorso il principale operatore britannico, British Telecom, aveva sollevato enorme scalpore annunciando filtri antipedoporno sulle proprie reti in quella che ? stata definita operazione CleanFeed. Un’operazione nata e sviluppata proprio come forma di censura preventiva. A luglio dell’anno scorso BT ha annunciato che ogni giorno i suoi filtri bloccano 230mila tentativi di accesso a siti pedoporno da parte di utenti britannici. Non ? per? chiara quale sia la percentuale di spazi web del tutto legittimi resi “invisibili” al pubblico inglese.

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