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    07
    mar.
    2005

    Il berlusconismo e’ un’abitudine

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    Da l'Unit? SUL ROMANZO DI OLIVIERO BEHA di NICOLA TRANFAGLIA Non ? facile scrivere un romanzo sull?Italia di oggi. La crisi culturale e politica (per non parlare di quella economica) produce negli italiani che non hanno ceduto la propria coscienza all?ammasso di qualche sogno pi? o meno improbabile uno stato d?animo di incertezza, di timore o di disperazione di fronte a un paese che sembra aver smarrito il senso del suo percorso verso il futuro. C?? poi la difficolt? che molti narratori trovano tra le vicende individuali e il senso della comunit? nazionale. Pi? di una volta quelle vicende sembrano sospese nel nulla, in un mondo immobile e staccato dal presente. Oppure irreali di fronte alla pur grande corposit? del destino individuale. Sicché si incrociano in tanti romanzi i racconti di un caso e le sue connessioni con il paese in cui hanno luogo. Sar? un effetto della contemporaneit? immersa nel pianeta e non pi? racchiudibile all?interno dello stato nazionale.

    Anche Oliviero Beha che ha voluto dedicare all?Italia del 2003 una lunga narrazione (SONO STATO IO da Tropea editore), fatta di dialoghi e di sprazzi autobiografici assai trasparenti, si ? trovato di fronte a un simile problema ma lo ha risolto a modo suo mescolando il carattere del saggio a quello del romanzo e coinvolgendo i suoi lettori in una sorta di conversazione a pi? voci, fluida e brillante, che conduce chi legge in una specie di analisi del presente fitta di nomi e di riferimenti sistemata all?interno di una trama che dovrebbe concludersi con un immaginario tirannicidio.
    La storia, ? quella di un giornalista che non riesce a trovare un equilibrio nella sua professione di fronte alla caratteristiche della comunicazione e dell?informazione del ventunesimo secolo: riletta di fronte ai telegiornali e ai quotidiani che parlano di una tessera e non la collegano mai al mosaico di cui fa parte, alla sostituzione di idee e di fatti con quella che definisce ?una bieca personalizzazione?, alla necessit? cogente per chi sta nel mondo dei media di prender partito in maniera militare, senza possibilit? di una minima autonomia, costellata di un precariato eterno che stronca i pi? giovani e li conduce all?assunzione quando ormai sono senza pi? stimoli e senza pi? speranze.
    Il giornalista protagonista del romanzo ha dovuto rendersi conto ormai e ha proprie spese che la professione che ha scelto da giovane non riesce a mantenere nel nostro paese le caratteristiche che ne ha fatto la grandezza nei tempi della democrazia liberale: l?autonomia, sia pure relativa, dalla politica e dall?economia, il contatto diretto con i cittadini, la funzione pedagogica sul piano culturale e cos? via. E si chiede fino a che punto tutto questo dipenda dal particolare momento politico che attraversa il paese dopo l?avvento al potere di un leader, pi? o meno carismatico, che porta nel suo governo un pesante conflitto di interessi e una concezione aziendalistica delle istituzioni che si basa sul denaro, sul successo immediato, sulle costellazioni spesso non trasparenti degli amici e dei clan che lo sostengono.
    La sua risposta ? complicata perché l?autore vede con chiarezza quelle degenerazioni della vita politica e sociale che si collegano al passato e che premono sul presente. Ma, accanto ad esse ci sono le conseguenze della svolta che ? avvenuta tre anni fa e che ostacolano in maniera determinante l?uscita dal passato meno accettabile che sembra ad ogni passo riemergere. La societ? dei consumi giunta all?esasperazione per cui siamo il terzo paese al mondo nella diffusione dei telefoni cellulari ma uno degli ultimi nella spesa per la ricerca scientifica. Le forze al potere parlano in continuazione della civilt? liberale ma si oppongono con tutti i mezzi a un?effettiva libert? di concorrenza e, quando fanno le privatizzazioni, favoriscono in maniera smaccata i monopoli e gli oligopoli dei loro amici.
    E ancora la distruzione di qualsiasi forma di morale collettiva in nome del dio televisivo, del consenso effimero, del successo individuale perseguito con ogni mezzo lecito oppure no. E i frequenti ritorni all?indietro propiziati dalle istituzioni tradizionali della societ? italiana, come i vertici attuali della Chiesa cattolica. E ancora una societ? schizofrenica che vede parole e comportamenti effettivi che fanno a pugni tra loro, una vernice esterna che copre grandi contraddizioni, una perdita progressiva di senso da parte degli individui come dei gruppi sociali, insomma una crisi morale e culturale di un paese che pure ha conosciuto in passato momenti importanti di riscossa e di mobilitazione delle coscienze.
    Alla fine il narratore si chiede che cosa ? il regime affermatosi in Italia con le elezioni del 2001 e si da una risposta problematica ma non priva di chiarezza. ?Che altro ? scrive in una delle ultime pagine riportando un giudizio del protagonista-narratore ? era il berlusconismo se non un?abitudine e una rinuncia insieme, un?abitudine comprata al mercato solo con discorsi o similia, e una rinuncia alla dialettica comunque dolorosa e dolorante tra ci? che si mantiene e ci? che si cambia al mondo, per l?individuo e la collettivit???. Insomma una sorta di etereo e immobile presente televisivo, un tentativo di fermare il tempo?

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