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    02
    mag.
    2005

    La grana sgrena / 2

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    da www.dagospia.com SALTANO GLI OMISSIS: CHI SPAR? ALL?AGENTE DEL SISMI SI CHIAMA MARIO LOZANO, DELLA GUARDIA NAZIONALE DI NEW YORK ? LO SCARICABARILE TRA LETTA E IL CAPO DEL SISMI POLLARI, IDEATORI DELL?OPERAZIONE CALIPARI? Dario Olivero per www.repubblica.it Di colpo sappiamo nomi e cognomi. Sappiamo da dove venivano i soldati che erano al check point volante 541 e che spararono all'auto su cui viaggiavano Giuliana Sgrena, Nicola Calipari e l'altro agente del Sismi che guidava. Anche di lui sappiamo il nome. Sappiamo il nome dell'altro agente del Sismi in contatto con Calipari da Bagdad. Sappiamo chi erano gli ufficiali che quella sera del 4 marzo scorso avevano un'unica priorit?: proteggere il convoglio di quello che in tutto il rapporto ? chiamato Vip, l'ambasciatore Usa in Iraq John Negroponte. E sappiamo che tra i tanti mezzi di comunicazione in dotazione all'esercito Usa qualcosa non funzion? e non si riusc? a far sapere ai vari posti di blocco che il Vip era gi? passato e arrivato a destinazione.

    Gli omissis di cui era costellato il rapporto della commissione Usa che ricostruisce quanto avvenne quella sera, sono caduti di colpo. Per un errore tecnico, per un disguido informatico. Basta prendere il formato pdf del documento dal sito del comando della forza multinazionale in Iraq, copiarne il testo e incollarlo su un normale programma di scrittura. Oppure, cambiando il colore dello sfondo sul pdf e rendendolo dello stesso colore delle pecette e scegliendo il bianco come colore di testo. Tre movimenti di mouse e cadono tutti i segreti.
    L’uomo che apr? il fuoco contro la Toyota si chiama Mario Lozano, soldato della guardia nazionale di New York. E’ uno dei tre “specialisti” del check point. Gli altri, tutti del 69esimo reggimento di fanteria, sono un capitano, un tenente e quattro sergenti. Sei di loro vengono dalla Guardia nazionale di New York, uno, il comandante Michael Drew, ? sergente di polizia del New York Police Departement. Gli altri quattro vengono dalla Guardia nazionale della Louisiana.
    Drew calcol? la velocit? dell’auto con cui la Toyota si avvicinava e disse che era elevata, tanto che non avrebbe tenuto la curva. Lozano lasci? il riflettore che teneva puntato sulla macchina in avvicinamento e spar?.
    Ma non ci sono solo i nomi delle persone coinvolte negli omissis del rapporto. Ci sono paragrafi e pagine intere coperte di nero. Uno dei passaggi pi? importanti riguarda i problemi di comunicazione che gli americani ebbero quella sera, intollerabili soprattutto in un momento delicato come quello, cio? gli spostamenti di Negroponte. Dice il rapporto che abitualmente le comunicazioni avvengono tramite il Voice over Internet Protocol, ma quella sera ci furono disguidi. Il comandante della 76esima compagnia che coordinava gli spostamenti dell’ambasciatore Usa non riusc? a comunicarli al comando della Quarta brigata. Né tent? di farlo per radio.
    Il risultato fu che l’ordine di smantellare i posti di blocco volanti, come quello messo in piedi vicino all’aeroporto, non arriv?. Per questo gli uomini al check point della 69esima compagnia erano ancora in allerta totale.
    Tutto questo ? in un voluminoso omissis. Al quale se ne aggiunge un altro in cui si specifica che la 76esima compagnia era nuovo della zona essendo arrivata in Iraq il 21 febbraio. E un altro che dice che il Vip che di solito si spostava in elicottero, come fece per tornare, fu dissuaso dalle cattive condizioni del tempo.
    Non ? tutto. Altre parti oscurate riguardano un’analisi di quella strada, definita la pi? mortale della zona: dal primo novembre 2004 al 12 marzo 2005 ci sono stati 3.306 attacchi nell’area di Bagdad, di cui 2.400 contro le Forze della coalizione. In particolare, lungo la Route Irish – la strada per l’aeroporto – gli attacchi sono stati 135.
    In tutta la prima parte del documento si descrivono le tecniche di guerriglia e i tipi di ordigni che vengono utilizzati e con quali modalit?. Soprattutto si elencano le divisioni e le truppe sia americane che irachene impegnate nella zona.
    Poi si descrivono le tecniche di controllo che vanno utilizzate nei check point e l’addestramento che i soldati ricevono. Quello sulle perquisizioni delle auto, per esempio, i militari lo imparano sul campo.
    Infine ci sono le raccomandazioni per migliorare le procedure di controllo ai posti di blocco per evitare che si ripetano altri episodi come quello di Calipari. Tra queste, prendere in considerazione l’utilizzo di “ulteriori misure non letali”, non lasciare a un solo uomo sia la guardia al faro di riconoscimento sia la responsabilit? di aprire il fuoco. Una sorta di riconoscimento di responsabilit? o comunque un’ammissione che qualcosa in pi? per evitare quella morte si poteva fare. Ma era coperto da omissis.
    BERLUSCONI SI SMARCA DA WASHINGTON, LETTA SI SMARCA DA POLLARI E LA SINISTRA HA ABBOCCATO
    Giuseppe D´Avanzo per La Repubblica
    La Toyota Corolla di Nicola Calipari viaggia, dunque, a 96 chilometri all´ora nella notte del 4 marzo. In tre secondi l´auto “copre” gli ultimi 88 metri della sua corsa. Tre secondi sono un tempo infinitesimo che non consente molta consapevolezza. Soltanto percezioni. Se si conviene che – in quei pochi attimi – americani e italiani hanno soltanto intuizioni, si pu? sostenere che le due versioni, apparse in contraddizione, possono anche non esserlo. Il maggiore C., alla guida della Toyota (come Giuliana Sgrena, seduta alle sue spalle), percepisce nell´auto una velocit? non troppo sostenuta e, con il bagliore di un faro, gli spari. I soldati del 69° reggimento della guardia nazionale, fermi sul terreno, percepiscono forte la velocit? dell´auto e, in tre secondi, accendono il faro e sparano nove colpi, quando la Toyota ? ormai a 42 metri da loro. Due ragioni non fanno due torti. Sono due ragioni.
    Il maggiore C. ha tutte le ragioni per voler venire via da quella strada in fretta, dopo ore penose in un vicolo di Bagdad in attesa del “contatto” iracheno. Conosce l´Irish Route. Sa che in quel punto non ci sono check-point (il “504″ ? infatti “volante”). Ritiene di poter (dover) dare un po´ di gas. 96 km/ora non sono poi questa velocit? da pazzi. Non sono pazzi nemmeno i soldati americani, per?. Avvertono l´arrivo veloce dell´auto nel silenzio della notte. L´avvistano a 130 metri. Sparano quando manca all´”impatto”, chiamiamolo cos?, pi? o meno un secondo e mezzo. Meno di niente, soprattutto se sei un ragazzo in armi, inesperto e addestrato alla carlona.
    Le immagini del satellite, di cui riferisce la Cbs, dimostrano quel che ? apparso chiaro fin dalla notte del 4 marzo: ? stato un fottuto pasticcio di guerra. Confermano anche che il lavoro della commissione mista non ? poi cos? rilevante, a meno a non voler credere alla bagattella che gli americani abbiano deliberatamente ucciso perché pedinavano quella sera i nostri agenti (chiunque sa che lo screening delle intercettazioni e delle immagini del satellite “random” ? stato avviato soltanto in queste settimane per rendere pi? accorto il governo di Roma).
    In questa storia sono altri i nodi da sciogliere, e sono tutti nostri, tutti italiani. E´ stata aperta una trattativa con i sequestratori? E´ stato pagato un riscatto? Soltanto queste possono essere le condizioni utili a spiegare perché Nicola Calipari affronta, con coraggio e dedizione, la missione irachena senza alcuna protezione e tacendo le sue mosse agli americani, contrari a trattative e a riscatti.
    Una verit? probabile ce la saremmo dovuta attendere dal lavoro della magistratura italiana. Purtroppo le procedure della procura di Roma sembrano in sintonia con gli antichi vizi del “Porto delle Nebbie”.
    Il pool antiterrorismo apre un´inchiesta per sequestro di persona quando afferrano la Sgrena. Palazzo Chigi respinge l´ipotesi del blitz, proposto dagli americani, e decide di pagare. Gianni Letta ? colto da un timore. ?E´ legittimo??, chiede alla sua amica Augusta Iannini, direttore del Ministero di Giustizia. La Iannini chiede un parere ai suoi uffici. Gli uffici rispondono: ?Pagare ? reato?. Allora Letta, vecchia volpe, convoca a Palazzo il pm Ionta e lo associa, con le opposizioni, alla decisione di trattare e pagare. L´inchiesta sul sequestro presto scolora e scompare.
    E´ pronto un rapporto che indica alcune fonti di prova che dimostrerebbero come la banda che ha rapito le Simone ? la stessa che ha preso la Sgrena. Pu? essere la dimostrazione che pagare ? controproducente perché mette in movimento un´industria che lavora soltanto contro gli italiani. E´ un rapporto che la procura non ha fretta di leggere. Sostengono i pm: ?I contatti telefonici e gli incontri avuti da Calipari, prima e dopo la liberazione di Giuliana Sgrena, sono un falso problema?.
    Per loro c´?, con la morte di Nicola, una sola questione da affrontare: l´omicidio in un teatro di guerra. L´una e l´altra decisione giudiziaria sono, con evidenza e impropriamente, funzionali soltanto alla gestione politica del “caso”. Dopo il comunicato asciutto e rumoroso che sancisce la rottura tra ministero degli Esteri e Dipartimento di Stato, occorre allora affrontare proprio le ragioni politiche del governo guardando meglio alle mosse dei tre protagonisti. Berlusconi. Gianni Letta, autorit? politica dell´intelligence. Nicol? Pollari, direttore del Sismi.
    Il presidente del Consiglio, nel suo cinico dilettantismo, ? un “genio” nel curare i propri interessi immediati e proteggere il suo destino politico. Si sente (?) gi? in campagna elettorale e comprende subito quanto, nel breve periodo, gli possa essere utile una cura antiamericana del “caso Calipari”. Sa (e lo ha detto) che deve far rientrare in Italia, al pi? tardi da settembre, i tremila soldati italiani oggi in Iraq. Le casse dello Stato non consentono distrazioni e ogni risorsa va destinata a una ?finanziaria elettorale?.
    Peraltro avverte che il riavvicinamento di Bush all´Europa e all´asse franco-tedesco restringe gli spazi che si ? aperto nel Vecchio Continente come campione filo-americano. Sacrifica allora l´orto che ha coltivato – la politica della pacca sulla spalla, delle visite al ranch texano, come le pretese italiane sulla riforma del Consiglio di sicurezza – e gioca d´azzardo. Alza la voce, chiede ?una verit?? che penalizzi gli Stati Uniti. Si smarca fino a seminare zizzania tra la Rice e Rumsfeld. Posa a campione di indipendenza. Addirittura, a difensore della dignit? nazionale. Coltiva l´ambizione di decidere subito il rientro dei nostri soldati recuperando, con milioni di euro, anche quote di consenso in un´opinione pubblica che, per larga parte, la guerra irachena non l´ha mai gradita e accettata.
    Anche Gianni Letta rivede la sua strategia. E´ l´ideatore dell´intervento cosiddetto ?di doppio livello?. Il primo prevede la richiesta di collaborazione agli americani. Se le forze della coalizione non riescono a individuare la prigione del sequestro (come nel caso dei tre body-guard), scatta la seconda opzione: “trattativa e riscatto”. Spettatori silenziosi e consenzienti: opposizione, comitato di controllo parlamentare e, come si ? visto, magistratura. E´ tentato qualche giorno fa di “scaricare” ogni responsabilit? sul direttore del Sismi. Pollari, dalle colonne del Riformista, gli fa sapere che ?il vertice del servizio ha concordato passo passo con Palazzo Chigi ogni cosa?. Quindi, ?quanto a teste da far cadere di capi del Sismi, non se parla nemmeno?. A Letta non resta che appoggiare le mosse di Nicol? Pollari per confondere le acque, distribuire in giro b?bbole come quella, per dirne una, che Calipari fosse pedinato dagli americani, quella notte.
    In realt?, il direttore del Sismi si muove per proteggere soltanto se stesso. Sa che ? perduto: pu? essere il capo di un´intelligence occidentale un uomo che gli americani giudicano non indipendente ma ambiguo, infedele, ingannatore? E´ proprio la carta che decide di giocare Pollari. Non la gioca con il governo naturalmente che, prima o poi, dovr? ricucire alla bell´e meglio con Washington, sacrificandolo. Il capo del Sismi muove verso l´opposizione. In fondo, per Pollari, si tratta di resistere qualche mese in attesa del “cambio di stagione” che lo vedrebbe eroe dell´autonomia nazionale e legittimo candidato alla riconferma nell´incarico per la prossima legislatura.
    Incredibilmente, con un capovolgimento di ruolo degno della commedia dell´arte, la sinistra radicale e riformista abboccano alle trame dei “magnifici tre”. Indebolita dal morbo ideologico, accecata dall´antiamericanismo, bevono come acqua limpida ogni veleno distillato dall´intelligence di Pollari. Povero Nicola Calipari – sulle sue spoglie si ? giocata una partita tutta deformata dall´interesse politico – e poveretta l´Italia che vede le sue politiche soffocate dalle baruffe del cortile di casa e le ambizioni di questo o di quello. E´ giunto il tempo che l´opposizione rinsavisca e che i leader di prima fila (e non le seconde e terze file di queste settimane) battano finalmente un colpo.
    In ballo non ci sono né gli esiti elettorali del centro-destra né il destino di Pollari, ma l´interesse e la sicurezza nazionali. I duri colpi al prestigio del Paese e il discredito dei nostri apparati d´intelligence ci rendono pi? deboli in una lotta al terrorismo internazionale che si nutre di rigore, integrazione delle informazioni e collaborazione delle strutture e non con l´isolamento in cui la dissennata gestione del “caso Calipari” ci ha purtroppo cacciato. Chi potr? credere a un nostro agente segreto e, quel che ? peggio, alla parola di un premier italiano quando si truccano, come ? accaduto ieri anche le traduzioni dei comunicati congiunti e “findings” (scoperta, risultati) diventa “deduzioni”?

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