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    08
    mar.
    2006

    In primo piano: oliviero beha

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    Da Librialice.it In Trilogia della censura (Avagliano), Oliviero Beha raccoglie tre sue pubblicazioni, edite nell’ultimo ventennio, ma mai distribuite: Mundial Gate (1984), sul “caso Camerun” nei Mondiali di calcio del 1982; Antenne Rotte (1990), una raccolta dei suoi interventi nella trasmissione televisiva Va pensiero di Andrea Barbato; L’Italia non canta più (1997), una conversazione con Mogol. “Già, ma che cosa si intende per censura? Tutti sembrano saperlo, dal colto all'inclita, dall'intellettuale al popolino, ma forse danno al vocabolo e alla temperatura, all'atmosfera in cui è avvolto e alla quale rimanda, un significato differente.”

    Così scrive Oliviero Beha nell’introduzione alla Trilogia. Un capitoletto introduttivo indispensabile per comprendere la storia dei tre libri e lo spirito con cui l’autore ha affrontato questa vicenda. Abbiamo chiacchierato con lui raccontando alcuni passaggi della Trilogia e approfittando della sua esperienza a 360° in campo giornalistico abbiamo provato a capire cosa è cambiato oggi nel modo di fare censura nel nostro Paese.
    All’interno di Antenne rotte ci sono due paragrafi dedicati al libro. Ne Il libro inutile parla del traffico di libri “inutili”. Invitava i telespettatori di Va pensiero, a indicare il libro più inutile che fosse loro capitato a tiro. Arrivarono molte segnalazioni?
    Parecchie. Quella era una trasmissione molto seguita con un target qualitativamente alto, come si diceva all’epoca. Una di quelle trasmissioni che “selezionava” il pubblico, la gente che leggeva i libri, che partecipava. Insomma il contrario dei programmi della De Filippi.
    Anche la proposta dell’asterisco in Il recensore di libri mi sembrava curiosa. Ossia che ogni recensore postasse alla fine del suo pezzo i suoi legami professionali con le varie case editrici…
    È una cosa dell’88/89 e a distanza di 18 anni mi pare attuale.
    Proposte che non hanno visto mi sembra un’attuazione…
    Naturalmente. Ognuno continua a fare come gli pare e mi pare che il conflitto di interessi, perché poi di questo si tratta seppur in un caso specifico, sia ormai nello stemma araldico del nostro paese.
    Sempre all’interno di Antenne Rotte nel paragrafo su Beppe Grillo chiudeva con la domanda “che fine farà Grillo?” Beppe Grillo è entrato nella rete e non perde occasione per dichiarare che solo nel web esiste la vera democrazia. È d’accordo?
    Da un lato sembrerebbe proprio di sì, ma bisogna mettersi d’accordo sul concetto di “censura”. Prima osservazione: in rete circolano tante cose anche pericolose, messe online senza nessun filtro. Vale sia il parere di Beppe Grillo sia il fatto che uno voglia curarti con il bicarbonato i tumori. E se tu abbocchi perché sei disperato e curi con il bicarbonato una malattia fai un disastro. Qualcuno potrebbe obiettare che non è colpa della rete. Forse non è colpa sua in senso stretto ma bisogna sapere che ci sono sia dei vantaggi che degli svantaggi. Se sul giornale esce un articolo tipo quello sul bicarbonato l’articolista passa dei guai. Sulla rete no. Un altro discorso è quello geografico. Prendiamo Google come esempio. Google ha ceduto sul piano della libertà di espressione con il governo cinese pur di andare in Cina. Eliminando quelle parole che venivano giudicate “pericolose” dal governo cinese. Google avrebbe fatto bene a rinunciare per una questione di principio? Sì, no, forse… La verità è che la censura è un criterio relativo, non è un criterio assoluto. Tutto ciò che viene assolutizzato è pericoloso. Prendiamo ad esempio il discorso delle vignette satiriche di cui si dibatte in questi giorni: possiamo mettere in rete le vignette su Maometto ottenendo libertà di espressione e di satira, giusto? Beh allora io metto delle vignette anche sull’olocausto e Auschwitz. Beh lei che dice? No scusi Beha noi non intendevamo libertà di espressione in questo. Allora mettiamoci d’accordo, quali sono i paletti?
    Sono cambiati i sistemi di censura o i metodi di censura?
    Io noto che la cosa che è cambiata è l’autocensura che è aumentata in dosi industriali. Ormai da tempo la facoltà critica è sotto i tacchi, e questo comporta una forma di autocensura, una disabitudine a pensare, a trasmettere idee che mette paura. Quindi da un certo punto di vista chi deve censurare ha il lavoro già pronto perché ci pensano gli altri. Se la categoria dei giornalisti in un paese in cui la libertà di stampa è veramente ai minimi storici, si lamentasse e non facesse sentire isolati i pochi martiri della libertà, considerasse normale battersi per avere la possibilità di informare le persone, non a servizio di un padrone ma a servizio del lettore stesso, del telespettatore o del radioascoltatore forse non saremmo ridotti così.
    Quanto è stato difficile e coinvolgente portare avanti queste pubblicazioni?
    In realtà ha segnato tutta la mia vita, perché la vita professionale coinvolge naturalmente anche la sfera privata (non siamo dei compartimenti stagni) è stata coinvolta da queste serie di censure e dal mio essere, evidentemente, diverso dagli altri. La difficoltà in realtà non sta solo “nello scrivere di questo”, ma nello scrivere in generale. Ancora oggi, per esempio, non riesco a fare il mio lavoro sia in televisione che alla radio. Scrivo da qualche tempo sull’Unità, ma per dieci anni non ho pubblicato da nessuna parte. Adesso ho ricominciato a fare libri, ma per anni sembrava mi facessero un favore a pubblicarmi le cose.
    Si trovano editori coraggiosi?
    Mi pare che in questo momento l’editoria dal punto di vista dell’indipendenza sia il settore che regga meglio. Per esempio quello che riesco a scrivere nei libri non riesco a dirlo in televisione o alla radio: i libri e la rete penso siano i media che funzionino meglio. Ma per essere letti in rete ci vuole “un giro”. Io ho un sito internet, un blog personale, civico, abbastanza visto ma non sono Beppe Grillo, quindi non ho i milioni appresso di Beppe Grillo, o i soldi per gestire il sito che ha lui.
    Nel terzo libro L’Italia non canta più affronta con Mogol l’argomento Siae. Nell’epoca della cosiddetta generazione iPod, che si nutre del file sharing, come resiste il diritto d’autore? Tempo fa una puntata della trasmissione Tv Report (Raitre) svelava le falle del sistema Siae. Alcuni (e non molti) percepiscono cifre enormi, altri attendono anni per ricevere quanto gli spetta. Ai giovani può apparire come un monolite astratto poco vicino alle loro esigenze…
    Intanto guardiamo all’effettivo funzionamento della Siae. Forse non è trasparente come dovrebbe essere, forse non è efficiente come dovrebbe essere. Forse andrebbero rivisti alcuni funzionamenti generali, per equiparare i diritti al di là dei numeri. Questo per quanto riguarda il presente e il passato.Per quanto riguarda il futuro in una società che tecnologicamente sta cambiando tutto mi sembra indispensabile che anche la Siae si metta a tavolino per rivedere quanto regge ancora del sistema organizzativo dei suoi diritti e quanto non regge più. Il mio timore è che siccome esiste una lobby all’interno della Siae, si guardino bene dal rivedersi le bucce.
    Ma questa sorta di conservatorismo non finirà per divenire autolesionista a lungo andare?
    Ha presente quando uno spreme il limone fino all’ultima goccia e poi lo deve buttare anziché pensare a seminare delle piantagioni? Il mio timore è che per i diritti d’autore, si vada più a spremere che a seminare.
    Mi spiego poco comunque poco il motivo della censura a L’Italia non canta più…
    Insomma lei fatica a spiegarsi perché la conversazione intellettuale o paraintellettuale tra un noto autore di parole per canzoni e un discretamente noto giornalista, venga censurata. Quel libro è stato contrattualizzato e stampato per la casa editrice della CGIL. Un libro che però poteva stampare, per l’argomento trattato, anche una casa editrice come Rizzoli, Mondadori o Feltrinelli. Siccome eravamo in ottimi rapporti, sia io che Mogol, con Cofferati, ci venne chiesto il favore di farlo con la casa editrice della CGIL, Ediesse. Noi chiedemmo come mai erano interessati a un libro sulla musica: all’epoca i libri editi dalla CGIL erano tutti dedicati al diritto del lavoro, al mercato, ai sindacati. Noi dovevamo fare da apripista perché l’anima della CGIL diventasse un’anima più esterna, occupandosi anche di altro, di questioni popolari, che non fossero solo quelle canoniche del diritto al lavoro e tutto il resto. Bene. Noi facciamo il libro, firmiamo il contratto e quando il libro sta per uscire la stessa Ediesse ci comunica che è cambiato il direttore editoriale, e che avevano deciso di tornare all’”anima interna”. Il nostro libro non li interessava più. Mi hanno mandato indietro tutte le copie. All’epoca mi sono informato in giro ma non lo volevano. Una cosa stampata ma non distribuita suona male. Se vuole, questa è una censura di tipo particolare, diversa dalle altre, però resta sempre una censura, per così dire “concettuale” da parte della casa editrice.
    Parliamo di Televisione. Mi chiedo e le chiedo perché oggi sembra difficilissimo fare buoni programmi televisivi. Le trasmissioni di Celentano, possono piacere o non piacere, qualcuno può certamente discutere l’opportunità di trattare temi di attualità politica in un contesto poco ufficiale, ma certamente non si può negare che all’interno del prodotto ci siano idee. Un canovaccio ben organizzato, con elementi spiazzanti, voglia e coraggio di dire le cose. Eppure passa per essere un evento (o tale lo si rende)…
    Celentano è l’unico, o comunque uno dei pochissimi ad avere una grande forza contrattuale. È uno degli uomini di spettacolo più forti, più impegnativi, più incisivi che ci siano in circolazione. Celentano sale sul palcoscenico e “si vede”. Si vede proprio ne senso più eclatante del termine. È una grande star che potrebbe solo fare il cantante o l’intrattenitore. Però Celentano ogni tanto si annoia di fare le solite cose. Siccome soffre a mio parere di un piccolo complesso di inferiorità, forse sbagliato, forse giustificato, nei confronti della cosiddetta cultura, decide di concedersi dei lussi sapendo da astutissimo uomo di spettacolo che sono lussi rischiosi fino a un certo punto e che pagheranno poi in termini di ascolti. Allora ci infila dentro il tema della censura attorno al quale ruotava la sua trasmissione. Lo spettacolo a scatola chiusa per non essere censurato. Secondo me erano ottime trasmissioni, professionali, artigianali, con una grande star e un lavoro dietro. Ha parlato di censura e di difficoltà di espressione in questo paese. Il fatto che per parlare di censura bisogna aspettare Celentano la dice lunga sulle condizioni del paese.
    Francesco MarchettiRedazione www.librialice.it
     
     
     

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