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    16
    mar.
    2006

    Torna beha: il giornalismo ”schierato” è ammalato

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    da l'Adige di PAOLO GHEZZI «Il 9 aprile vincerà il centrosinistra, credo. E finirà il berlusconismo, che in questi dieci anni ha avvelenato la società e la politica. Ma non basterà per salvare la politica dalla palude: la classe politica deve rinnovarsi totalmente se vuole tirar fuori dalla melma questo Paese, che non ha idee, non fa ricerca, non è più all’avanguardia in niente, se non nel calcio e nel cibo».

    Oliviero Beha, giornalista ruvido e pessimista che ama il contropelo, «surgelato» dalla Rai, ha presentato ieri sera a Villa Lagarina il suo nuovo libro, «Diario di uno spaventapasseri », in anticipo sulla «vernice» nazionale di martedì. Titolo del dibattito romano, deciso ben prima del famoso editoriale di Mieli che ha «schierato» il Corriere: «L’informazione schierata è un male necessario?».
    È davvero un male o è invece un omaggio alla «trasparenza», dichiararsi per una delle parti in causa?
     
    «L’ informazione schierata è l’ultimo alibi per la non informazione, è dare per scontato che la realtà e la politica possano essere infilate solo in due contenitori: nella maggioranza o nell’opposizione. Invece non è così, la realtà, compresa quella politica, è più ricca e frastagliata».
     
    Qual è la strada, allora?
     
    «Tu giornale devi dare il massimo di evidenza alle notizie importanti, senza porti il problema se così spingi in una direzione piuttosto che in un’ altra. Dare le notizie sui processi di Berlusconi non significa attaccare Berlusconi».
     
    Ma il Corriere ha dato (e, si suppone, darà) anche le notizie sgradite ai Ds…
    «Tornando al Corriere, un anno e mezzo fa, Mieli scrisse che in Italia non c’era poi tanta libertà di stampa. Dal direttore del Corriere mi sarei aspettato qualcosa di più: quell’ articolo poteva scriverlo un fioraio, un dentista o un critico d’arte, mentre Mieli poteva dirmi PERCHÉ è malata, e come si diventa direttori del Corriere, quanto conta il Quirinale e quanto il Vaticano, quanto gli industriali e quanto la massoneria…»
     
    Quindi il direttore del Corriere non è la quintessenza della trasparenza informativa e poteva risparmiarsi l’ «outing» pro Ulivo.
     
    «Poteva avere senso se avesse fatto un passo in più, se ci avesse detto che era necessaria un’ indicazione di voto perché Berlusconi è un attentato alla democrazia.
    Ma non l’ ha detto. E si è schierato solo un mese prima del voto. Ora,
    io posso votare o non votare come mi pare, ma non vorrei mai apparire come un conduttore schierato; è Ferrara a dire che è impossibile non essere schierati.
    Io faccio le pulci a tutt’e due le parti, sono un cattivo giornalista per questo?»
     
    Il suo «Diario di uno spaventapasseri», sull’ultimo decennio italiano bloccato tra Berlusconi e Prodi, reca come sottotitolo «la recita statica di un Paese irreale». Ha anche una ricetta per uscire dalla stagnazione?
     
    «Il Paese è fermo e vecchio, e abbiamo perso dieci anni. Ma se c’è un momento in cui si possono rivedere le “etichette non etiche” di destra e di sinistra, è questo. L’ attuale generazione dei ventenni
    è la prima che tecnologicamente può insegnare ai propri genitori, e potrebbe essere l’ultima generazione in grado di rivedere le bucce storiche e culturali della politica, oltre il vecchio schema destra-sinistra, per ripensare il rapporto tra uomo e potere. In fondo prima del ’700 – quando sono nate queste due categorie – l’uomo era di destra o di sinistra?
    Questo pianeta in crisi – eco-logica ed economica – sempre più spaccato fra troppo ricchi e troppo poveri, ha bisogno di un’ALTRA politica».
     
    Oltre la destra e la sinistra, e in Italia oltre Berlusconi e Prodi, vuol dire.
     
    «La grande colpa di Berlusconi è aver bloccato per 10 anni questo Paese, anche perché è stato un alibi per la sinistra, che non ha affrontato i suoi problemi di fondo, non si è rinnovata».Come sarà l’ atteso duello tv, martedì prossimo?
     
    «Berlusconi tratta gli elettori-telespettatori da consumatori della politica, è facilitato perché accetta il peggio della comunicazione: lui non comunica quel che fa, ma se stesso. Prodi non può fare la stessa cosa: di se stesso ha poco da comunicare, non è un oggetto di marketing, e poi dovrebbe dire delle cose di sinistra, che non gli appartengono».
     
    Mimun e Vespa faranno gli arbitri dei due confronti. Nemmeno stavolta la fanno lavorare, Beha.
     
    «Sia Mimun che Vespa sono interessati alla vittoria di uno dei due… Io ho chiesto ai consiglieri d’amministrazione come avrebbero scelto i conduttori.
    Mi hanno risposto: li scelgono i partiti. Io non parteggerei: se faccio il dentista, come Calderoli, cerco di curare la carie sia che ce l’abbia Prodi, sia che ce l’abbia Berlusconi».
     
    Quale domanda farebbe, da una posizione non partigiana, a ciascuno dei due, a B. e a P.?
     
    «A B. basterebbe leggere l’elenco delle famose leggi ad personas, un elenco così lungo che, più che grave, è ridicolo.
    A P. ricorderei che le primarie dell’ Ulivo, con 4 milioni e 300.000 votanti, sono state la seconda novità politica di questi dieci anni, dopo Publitalia di Berlusconi, e sono stati la rivincita della politica popolare sul marketing politico. Ebbene, invece di valorizzare la società civile di quei 4 milioni, è stata subìta una legge elettorale che restituisce tutto il potere ai partiti. Prodi dovrebbe spiegare come mai hanno votato tutti, all’unanimità, in una delle ultime maxi-leggi varate a febbraio, due righe che dicevano: tutti i parlamentari e tutti i consiglieri regionali sono abilitati a concorrere per la direzione delle Asl. Anime belle della sinistra e amici di Al Capone hanno votato compatti, per piazzare gli amici di partito in esubero…».
     
    Forse queste domande non saranno fatte dal conduttore del duello, anche perché non se le fa neanche il popolo elettore: il Paese è ormai rassegnato, assuefatto al peggio.
     
    «Sì, ma non solo: c’ è una crescente incapacità di comprensione da parte del telespettatore. I programmi di questi anni hanno fatto degenerare il consumatore di tv, al punto che non sopporta più il
    ragionamento, frastornato da culi e tette, De Filippi e Platinette… Finisce che il telespettatore regge la faccia di B. ma non i discorsi di P.».
     
    È il trionfo della tele-antropologia berlusconide, seminata a fondo dalle sue tv ben prima che scendesse in campo…
    «E non dimentichiamo il Milan! Dopo vent’anni di presidenza berlusconiana del Milan, D’Alema ti arriva con la sciarpa della Roma, dopo il derby, a Montecitorio: due decenni dopo, ci arriva».
     
    Pronostici per il 9 aprile?
    «Vincerà la sinistra, e poi succederà molto presto qualcosa che rimetterà insieme un centro democristiano».
     
    Quanto durerà Prodi?
     
    «Forse meno dell’altra volta: potrebbe andarci anche lui al Quirinale, mica solo Berlusconi…»
    Il cittadino pessimista Beha vota? E chi potrebbe consigliare, oltre la destra e la sinistra, oltre P. e B.?
     
    «Sì che voto, ma essendosi la politica ridotta a gestione, come posso segnalare un gestore? La politica dovrebbe cambiare tutto. Il leader più a cavallo tra la gestione e una politica più civica, potrebbe essere Veltroni…»
     
    E il vicedirettore Rai Beha, pagato ma non lavorante (non la imbarazza, a proposito), che cosa farà dopo il 9 aprile?
     
    «Vedrai, mi dicono, se vince la sinistra ricominci a lavorare: lo considero offensivo e aberrante. La Rai mi ha impedito di lavorare, nonostante il giudice abbia ratificato il mio diritto. Mediaset, chissà perché, non mi ha offerto direzioni, e il proprietario de «La 7» è lo stesso padrone della Telecom a cui ho rovinato, quando facevo la radio, del miliardario affare dei numeri 709. Potreste dirmi: perché non ti sei dimesso e non hai cominciato a fare il «Grillo» serio? Rispondo: sono troppo vecchio, dovevo cominciare vent’anni fa».
     
     

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