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    07
    apr.
    2006

    Eccomi, sono l’unico colpevole (condannato) di punta perotti

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    Ora che tutto è finito e la dinamite sta per fare il suo lavoro, si può svelare l’ultimo mistero. Ora che anche il Wwf ha assegnato il suo prestigioso Panda d’Oro (meritatamente, al sindaco Emiliano; ma ancor più lo avrebbe meritato il giudice Maria Mitola, autrice nel 1999 di una sentenza rigorosa giuridicamente e onesta intellettualmente), si può fare l’ultimo passo. Cominciamo dal mistero. E sveliamolo: non è vero che per Punta Perotti non ci siano colpevoli (in senso penale, non figurato). I colpevoli ci sono, eccome. Ma non sono quelli che hanno costruito i palazzi. Né coloro che – politici e funzionari - li hanno fatti nascere, votando le lottizzazioni e le concessioni edilizie, senza mai essere indagati e condannati per questo. E non sono colpevoli nemmeno quelli che tutti assieme, da destra a sinistra, nel 1990, l’anno dei Mondiali, confezionarono la legge regionale numero 30, una legge ad hoc (ad personam, diremmo oggi), che fu la madre di Punta Perotti.

    Figuriamoci poi se i colpevoli possono essere coloro che si potevano opporre ai palazzi (per tempo, non dopo) in virtù del loro ruolo sociale (docenti universitari, architetti, artisti, preti, politici) e non lo hanno fatto.
       No, i colpevoli (ripetiamolo: in senso penale, non figurato) sono altri. Due persone che non vi immaginereste mai. Sono il giornalista che fece “scoppiare” il caso-Punta Perotti  sul Corriere della Sera, cioè io (pensate un po’, era il 30 gennaio 1998), e il suo direttore, Ferruccio De Bortoli, oggi alla guida del Sole 24 Ore. Entrambi condannati dal tribunale di Milano, con sentenza dell’8 giugno 2004, rispettivamente a mille e a trecento euro di multa, oltre al risarcimento del danno, per il reato di “diffamazione a mezzo stampa”. 
       Certo, è solo una condanna di primo grado, che, come si dice in linguaggio tecnico, i nostri avvocati Corso Bovio e Caterina Malavenda hanno “impugnato”, e che verrà discussa in appello a ottobre.
       Ma, se permettete, è pur sempre una bella condanna, che alla domanda: chi sono i colpevoli di Punta Perotti?, autorizza chiunque a rispondere: Vulpio e De Bortoli. Ma com’è possibile? Condannati per aver fatto su Punta Perotti una battaglia civile e un’operazione di verità? Rispondetevi tranquilli: sì, è possibile, tanto che è accaduto.   
       L’articolo “incriminato”, ma suffragato da documenti che nessuna sentenza potrà mai cancellare e che in appello ci auguriamo avranno altra considerazione, criticava il consociativismo da Prima Repubblica che rese possibile i palazzi di Punta Perotti e il contestuale “sdoganamento” (leggi: business edilizio miliardario) dei suoli del lungomare Sud, di proprietà di importanti gruppi imprenditoriali baresi.
       Un consociativismo che era un’ammucchiata. Democristiani e socialisti, sindacati e tutto il resto del “pentapartito”, verdi e comunisti e, già che c’erano, anche i missini. Un’orgia del potere che doveva realizzare un “delitto perfetto” e che quindi non poteva trascurare nulla. La sceneggiatura, prima di tutto.
       Bisognava: lottizzare, autorizzare, fingere di altercare, votare in un modo in Commissione urbanistica e in un altro in Consiglio comunale, dire una cosa in pubblico e farne un’altra in privato, scrivere lettere da istituzione a istituzione (come quella del sindaco Pietro Laforgia, pds, al Consiglio regionale) per sollecitare una legge ad hoc, e poi effettivamente legiferare. Infine, costruire.
       Così è andata, e per sbrogliare la matassa ci è voluta una  sentenza davvero “originale”, che ha giudicato abusivi le lottizzazioni e i palazzi, ma ha contemporaneamente (e giustamente) assolto i costruttori.
       A questo punto, facciamo l’ultimo passo che resta da fare. Chiediamo al Wwf di consegnare il Panda d’Oro anche al giudice Maria Mitola (senza toglierlo al sindaco di Bari). Noi, invece, giornalista ed ex direttore del Corriere della Sera, gli unici veri colpevoli per Punta Perotti, dobbiamo riconoscerlo: ci siamo ampiamente meritati un altro, prestigioso trofeo. Il Tapiro d’Oro, il premio di Striscia la Notizia.
       Quando la Saracinesca salterà per aria e i soliti noti del professionismo ambientalista ne rivendicheranno il merito, che non hanno, e ne festeggeranno la fine, che non volevano, per favore, regalate un sorriso anche a noi, dateci il Tapiro d’Oro.
     
    Carlo Vulpio (inviato de Il Corriere della Sera)Corriere del Mezzogiorno, 2 aprile 2006
     

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