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    13
    apr.
    2006

    Emergenza climatica e tracollo economico planetario

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    Qualsiasi impresa che si rispetti, sia che produca automobili o frigoriferi, e sarebbe lo stesso se fabbricasse cannoni o preservativi, per contentare i suoi proprietari, i dipendenti ed i consumatori deve ogni anno incrementare la sua produzione; solo in questo modo potrà distribuire dividenti agli azionisti, stipendi ad impiegati ed operai e rifornire il mercato di prodotti il più delle volte inutili, se non addirittura dannosi. Questa regola ferrea, che non ammette eccezioni di sorta, è in vigore oggi oramai su tutto l’orbe terracqueo, da quando, con il dissolvimento dell’impero sovietico, il villaggio globale ha cominciato a parlare un solo linguaggio economico.Per aumentare la produzione incessantemente vi è bisogno di sempre nuovi mercati: l’Europa dell’est, i paesi emergenti o la stessa Cina, che, per quanto ufficialmente ancora comunista, ha imboccato da tempo la via di uno sfrenato capitalismo.

    Ma non bastano soltanto nuovi consumatori, è necessario che l’ecosistema sia in grado di assorbire l’incremento dell’inquinamento ambientale, che tutte le lavorazioni producono e, soprattutto, che le risorse primarie, dalle materie prime: acqua, metalli, legname, alle fonti energetiche siano senza limiti.
    Purtroppo queste ultime condizioni oggi non esistono più, mentre il degrado dell’ ambiente ha raggiunto livelli di pericolo altissimi, forse non più regredibili.
    Ma di questi rischi, colpevoli i mass media, sembra a nessuno interessi più di tanto, sicuri che la scienza trovi in tempi brevi un rimedio, per cui ogni giorno ci affanniamo su argomenti fatui, dalle liste per le prossime elezioni alla corsa per lo scudetto, dalle trasmissioni televisive agli acquisti di cose inutili. Nel frattempo il Pentagono, alla chetichella e, pare, contro il parere dello stesso Bush, ha reso noto un rapporto, nel quale candidamente si riconosce che il più grosso pericolo per l’umanità non è costituito dal terrorismo, per il quale tanto ci agitiamo, bensì dall’emergenza climatica, che scatenerà quanto prima guerre planetarie per il possesso di un bene primario come l’acqua.
    L’altra estate la temperatura, senza che nessuno l’avesse minimamente previsto, è salita di circa sei gradi.
    Meteorologi e futurologi ci hanno allora ammonito che un eventuale aumento di altri sei gradi significherebbe la scomparsa sulla Terra di ogni specie vivente, ma nonostante lo scenario inquietante non vi è stato alcun impegno da parte di nessuna nazione per fermare o almeno rallentare lo stravolgimento ambientale, causa scatenante dei rialzi termici.
    Ci pare, in alcuni momenti di riflessione, di ascoltare già sbigottiti il suono straziante delle trombe di Gerico, ma se non vogliamo la nostra estinzione, dobbiamo muoverci subito tutti.
    Cosa fare? Diminuire drasticamente tutti i consumi inutili, risparmiando così materie prime e risorse idriche e attuare al più presto una rivoluzione energetica, sfruttando fonti alternative rinnovabili, ma soprattutto l’idrogeno, ubiquitario ed adoperabile immediatamente, da domani, anzi  da oggi. Altri provvedimenti dovranno essere il frutto di una nuova corrente di pensiero, ancorata alla strenua ed intelligente difesa dell’ambiente.
    La fantasia al potere uno slogan che ritornerà prepotentemente d’attualità.
    Certo le potenti lobbies non gradiranno questi lodevoli proponimenti; esse sono in grado di scatenare guerre inutili e di togliere la voce a chiunque, avendo un controllo quasi totale dell’informazione, ma bisogna provare.
    È questione di vita o di morte e forse è  già troppo tardi!
    Il mondo è oggi governato unicamente dall’economia e la politica, timida ed ossequiosa ancella, è subordinata alle rigide e spietate leggi produttive.
    Non chiediamo, dopo i disastri economici provocati dall’utopia marxista, di ripristinare logiche pianificatrici, bensì di farsi partecipi e promotori al tempo stesso di una straordinaria rivoluzione culturale, che cambi drasticamente le nostre abitudini consumistiche ed il nostro stesso modo di pensare.
    Il consumismo è un mostro vorace che induce e si nutre di insoddisfazione: i beni inutili, martellati da una pubblicità asfissiante, sono ritenuti falsamente necessari, creando così un diabolico circolo vizioso che provoca il desiderio di altre cose superflue. Una logica aberrante entrata clamorosamente in crisi per lo shock ambientale, che rende improcrastinabile un cambiamento copernicano.
    Diminuire drasticamente i consumi provocherà un contraccolpo mortale al sistema economico mondiale: diventeremo improvvisamente tutti più poveri, ma questo inevitabile sacrificio non sarà sufficiente. Per salvarci dovremo operare una riconversione industriale a livello planetario, dovremo rinunciare all’automobile ed al riscaldamento,  almeno fino a quando il sistema energetico non utilizzerà  fonti rinnovabili ed ecologicamente ineccepibili.
    Consumare meno prodotti inutili significherà però un enorme risparmio di materie prime e risorse energetiche, che in parte potranno essere destinate alla produzione di beni di prima necessità e ad un colossale piano di disinquinamento.
    Sarà necessario un ricorso massiccio ad ammortizzatori sociali per sostenere le famiglie dei numerosi addetti alle produzioni inutili, prima che possano, e lo saranno solo in parte, essere riconvertiti in altre attività.
    Il tempo libero aumenterà a dismisura e molti delle nuove generazioni trascorreranno tutta la vita senza avere né occasione, né necessità di lavorare. Ai giorni nostri un agricoltore americano produce in un anno quanto cento suoi colleghi africani , è naturale che quando ciò avverrà in Africa novantanove contadini si saranno liberati dalla maledizione biblica.
    Una nuova imprenditoria dovrà sorgere dalle ceneri della vecchia. Non è detto che ciò avverrà, anzi è altamente improbabile che ciò avvenga, ma è la nostra ultima spiaggia, dopodiché in breve tempo cesserà ogni possibilità di vita sulla terra. L’Apocalisse la vedremo noi stessi, non sarà uno spettacolo riservato unicamente ai nostri discendenti e senza dubbio sarà un avvenimento imbarazzante.
    Achille della Ragione – Napoli
     
     

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