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    05
    mag.
    2006

    Vedi alla voce imbroglio

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    Mi dispiace, e insieme sono molto seccato. Mi dispiace per i milioni di appassionati di calcio a cui le intercettazioni telefoniche sui giornali di ieri (anche solo come assaggio) hanno detto che “l’assassino è proprio il maggiordomo”. Sarà sempre più arduo credere (o far finta di) a questo pallone improbabile. E sono molto seccato per essere stato sorpassato in curva dai protagonisti di queste intercettazioni, dalla famiglia Moggi, a Pairetto, a Bergamo ecc. Ma come, un disgraziato per anni, troppi anni in solitudine pressoché completa, tenta di raccontare le nequizie del calcio, venendo trattato da nemico della patria, e adesso “lorsignori del Palazzo rotondo” ti dicono - senza volere - che è proprio come tu sostieni da sempre, che il calcio è ormai e sempre più “quella cosa lì”, che le carte sono truccate?

    Quali carte? Ma le carte federali, quelle che all’articolo 1 vaneggiano di “lealtà sportiva” da difendere. Sembra ormai un codicillo ridicolo, e invece è in realtà il pilastro su cui si regge la diversità del sistema in calzoncini dalla società che lo contiene. Ne esce polverizzato, il pilastro. E chi se ne duole, tra gli addetti ai lavori, è naturalmente un ipocrita. Perché il mondo rotondo ha questo di bello, che in privato tutti sanno tutto, e in pubblico per sapere qualcosa bisogna aspettare un “pentito”, un “rivoluzionario”, indiscrezioni subito ritrattate. Oppure le trascrizioni delle intercettazioni. Ancora più pesante, nell’ambito dei reati etici e culturali riferibili alla lealtà sportiva, è l’obiezione già dilagata e sempre più dilagante, man mano che verranno fuori altre intercettazioni ambientali, con altri dirigenti, arbitri, procuratori, tecnici, giocatori e faccendieri tout court messi alla berlina: ma dov’è il reato, già si domandano gli obiettori interessati, contagiando magari anche i disinteressati, che vorrebbero tanto che “non fosse vero” ? Già, dov’è il reato se non c’è, secondo la Procura che ha compiuto l’inchiesta penale, un margine di frode sportiva condannata dal codice? Reato, tra l’altro, divenuto legislativamente tale molto, troppo recentemente? Facciamo un esperimento. Sostituiamo le intercettazioni pallonare con quelle che ci hanno allietato l’estate, sulla scalata alla Rcs, con i vari Ricucci, Fiorani, Grillo, naturalmente Fazio ecc. Oppure, se non vogliamo inaridire la vena creativa dei telefonisti, dal momento che Moggi, Giraudo e company chiamavano con estro Pairetto “Pinochet” e Bergamo “Atalanta”, rifacciamoci alle intercettazioni che riguardano il caso Laziomatica, le elezioni regionali, le spiate a Marrazzo, alla Melandri ecc. , insomma i vari “Qui, Quo, Qua”. Ma per le due inchieste extracalcistiche, si eccepirà, c’è una presunzione di reato, per i maneggi del pallone invece no. Ma datemi retta, mischiatele, dimenticando per un momento il codice penale (non vi chiedo un grande sforzo, in questo paese…). Sarà pure che le intercettazioni comportano psicologicamente un alone comunque sulfureo quando non pecoreccio per forza, ma il cattivo odore che le varie vicende emanano, all’olfatto è molto simile. O mi volete dire che quello che avete letto ieri di arbitri pilotati, regali ai giornalisti, condizionamenti, servaggi, ricatti minacciati o tentati vi diverte al punto da farvelo parere gradevole? Se è così, vi state occupando di calcio come una volta gli intellettuali andavano nei bordelli, con il medesimo spirito. Se invece non vi diverte, o addirittura vi dispiace, vi delude, vi toglie qualcosa, allora c’è un passaggio ulteriore. Dai misfatti della finanza e della politica, materia da Procure, il calcio vi ha sempre distratto, assicurando una domenicale (un tempo) e ormai quasi quotidiana franchigia. L’oppio, la ricreazione, l’anestesia, fate voi, insomma una sorta di antidoto alla palude dove fino a due giorni fa il caimano faceva il Presidente del Consiglio. Ma l’odore che viene dalle intercettazioni dei simpaticoni non pare un odore da campo, non ha niente del sudore o dell’olio canforato. E’ fetore di palude, lo stesso tipo di fetore delle altre intercettazioni. E se il campo che doveva distrarci dalla palude di un’Italia imbarazzante offende il nostro olfatto come il resto, che cosa ci distrarrà dal calcio paludoso, da un campo ormai quasi impraticabile? Un giornalista che si fa rimproverare telefonicamente un regalo da 40 milioni non è un corrotto: è semplicemente un addetto ai lavori che considera “normale” il regalo di Moggi (Licio, naturalmente, l’unico in grado di far funzionare un pallone ridotto a una specie di P3…). E lo considera normale perché è al corrente di molti altri regali, a molti altri giornalisti, evidentemente. Se fosse l’unico, si preoccuperebbe delle conseguenze. In buona compagnia diventa solo il parametro dell’incisività professionale. E questo vale in generale, per tutti gli altri addetti ai lavori toccati dalle intercettazioni oppure non intercettati ma toccati di fatto, nella realtà di questo calcio, in questo magma di rapporti. C’è da parte loro un sentore formidabile di “normalità”. Anche se adesso faranno le Ombrette se non del tutto ignare almeno assai sdegnose. Quindi sono due le principali conseguenze di questa storia, che la Procura di Torino o l’Ufficio indagini della Federcalcio potrebbe tranquillamente chiamare “Operazione maggiordomo”, cedendo volentieri questo giornale le royalties sulla formula con cui titolava un mio commento lunedì scorso, ”L’assassino e il maggiordomo”: un mazzo di fili telefonici et voilà, la “e” da congiunzione è diventata subito copula (che meraviglia, la lingua…). La prima è appunto che se il calcio funziona moralmente come e peggio del resto da cui dovrebbe risollevarci il morale più o meno tifoso, siamo davvero fritti: la violazione dell’articolo sulla lealtà sportiva dovrebbe far ipotizzare una chiusura del baraccone e una sua disinfestazione. Anche se non è un reato penale…Infatti è peggio, è un reato antropologico, una circonvenzione del nostro fanciullino. La seconda è che sia la sostanza che le modalità ambientali di questa storia, con un occhio al passato e alle mille inchieste federali senza esito, fanno pensare che direttamente o indirettamente tanti, troppi siano implicati in questo modo di intendere, gestire, comprare e vendere il calcio in questo paese. Il che fa disperare su un’autentica volontà(e capacità) politica, non solo sportiva, di rigenerare il tessuto per davvero. Perché se da un pezzo come una Cassandra sdentata vado ricordando che calcio & potere sono in Italia a tal punto intrecciati da coincidere nelle stesse persone, con il Milan dell’ex premier, la Juventus della Fiat e l’Inter dei petroli e della Telecom, adesso il verificare che il “re sia nudo” comporta alcune conseguenze assai onerose: per esempio, forse l’immagine della Fiat non ne esce migliorata. E basterebbe che il management di Corso Marconi avvicendasse quello della Juve per rifarsi una faccia? E Giraudo non è candidato a un ruolo di rilievo nell’eventualità organizzativa degli Europei 2012? E lo stesso Moggi con quello che sa – a parte quello che dice al telefono – non è in grado di scardinare l’intiero Barnum pallonaro? E chi dovrebbe rifondare l’ambiente sulla base della lealtà sportiva? Qualcuno dal di dentro, dopo generazioni di nefandezze? O qualcuno dal di fuori? E chi? Rileggetevi le biografie, sportive e non, e trovatemi qualcuno che coerentemente abbia sollevato questo genere di problemi e abbia il peso politico per rifondare il calcio. Quindi, nonostante lai e promesse, il rischio di insabbiare un caso che nasce e prospera già in una palude c’è eccome. Per manifesta inferiorità generale (mentre il generale Pappa conduce le indagini per Carraro…). E dopo i Mondiali, saremmo daccapo.
    Oliviero Beha
     
     

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