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    08
    mag.
    2006

    Ieri, moggi, domani

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    Viaggiare in treno è sempre istruttivo, non solo per verificare le condizioni sempre precarie di Trenitalia ma anche per capire qualcosa di più del caso “Moggi, Giraudo e altri”, in formula giudiziaria…. Ero lì, a scorrere sui giornali le trascrizioni ultime della brutta storia che sapete, quando in tre o quattro hanno cominciato a parlare del caso. Un passeggero/cliente ha detto “ma tanto si sapeva”, un altro, più papalino,  ha suggerito “morto un Moggi ne troveranno un altro”, un terzo ha concluso “qualcosa faranno, metteranno dei cerotti, il calcio è troppo importante, e poi ci sono i Mondiali”. Quindi si sono messi a parlare ognuno al proprio telefono mobile, monadi approssimative con qualche parolaccia e molto mischiume verbale. Esattamente con le modalità di coprolalia consuetudinaria con cui spesso si chiacchiera, al telefono, o in privato, e quegli intercalare che fanno un discorso così cosa diversa da una pagina scritta. Su questo battono ora gli intercettati, e a rigore, loro come chiunque, non hanno torto, pur se il Moretti di “Palombella rossa “ ammoniva che chi parla male pensa male. Ma c’è un problema più generale da affrontare, ed anche la questione del raffronto tra la lingua che parlano al telefono e quella che parlano “ufficialmente”, tentando di spiegare o giustificare quello che è stato intercettato.

    Cominciamo dal secondo aspetto, dalla lingua emersa, diciamo così. Uno come Pairetto si dice “in buona fede”. E’ stato una delle figure più pesanti del mondo arbitrale degli ultimi vent’anni, prima come arbitro e poi come codesignatore. E dice “sono in buona fede”. Perché, se fosse stato in cattiva fede che avrebbe fatto di differente?  Nelle telefonate, a Moggi che gli fa “Gigi, ma che cazzo di arbitro ci avete mandato? ”, lui evidentemente in buona fede risponde che quell’arbitro “è uno dei primi, il top”. Poi Moggi gli manda in regalo una macchina importante, e Pairetto soprannominato Pinochet oggi spiega che “era per un mio amico”. E all’arbitro Dondarini consiglia, intercettato, di arbitrare bene la Juve “per vedere anche quello che non c’è, a volte”. E questo era fino a ieri un designatore arbitrale.
    Passiamo a Giraudo, un manager davvero top, per rimanere alla definizione in voga. Dice oggi che c’è “un’aggressione mediatica contro la Juventus, come nel caso del doping”. Può essere. Ma non è stato lui a commentare con Moggi,  a proposito dell’arbitro Dattilo,  “ se è un po’ sveglio gli dimezza l’Udinese”? Risultato:  un espulso e otto ammoniti, prima di Udinese-Juventus. Un caso? Accidenti, che coincidenze mediatico-stellari. E poi c’è quel “deficientelli” usato per i figli di Bettega con Moggi al telefono, ”perché sai i figli di Bettega son tutti cretini, perché sono montati, no? ”, che non è affatto escatologico/scurrile, ma di sicuro è significativo del clima nella Triade, che ora il direttivo Fiat sta pensando di sbolognare. Non è forma, questo modo di parlare insomma, è sostanza.
    Veniamo ai giornalisti, che vivono più di tutti di parole, essendo esse i loro utensili. Un falegname ha la pialla, e se la usa maldestramente la cosa colpisce. Ebbene, mentre Tosatti si scusa sul “Corriere della Sera” del lessico telefonico degenerato condiviso con Moggi,  agli antipodi di quello forbito in tv, Biscardi spiega che “il caso l’ ho fatto esplodere io”, e l’orologio da 40 milioni che gli rinfaccia Moggi è “quello del Centenario della Juventus”. Peggio il tacon che il buso, si dice in Veneto: la lingua batte in una bocca cariata. Che cosa cambia? Ci sta dicendo che è tutta e solo una questione di orologi distribuiti negli anniversari?
    Passiamo alle reazioni dei non intercettati, almeno finora. Madame Olimpiadi di Torino, Evelina Christillin, reagisce da par suo: ”Non facciamo i puristi o i verginelli”. E’ il sacro fuoco di Olimpia che evidentemente le detta le parole, rinviandola ai valori fondanti dei Cinque Cerchi. Uno che ha occupato cariche secolari come presidente di Lega e Federcalcio, invece, Nizzola, si dice “disgustato e avvilito”. C’è una montagna di documentazione sui suoi rapporti con Moggi: il suo disgusto è ambiguo. E’dedicato alMoggi di prima, al Moggi di ora, o a se stesso in una vampata di autocritica postuma?
    E in Parlamento,  uno come Paolo Cento, non è chiaro se da romanista o da deputato Verde, sentenzia “ci vuole più trasparenza”. A sì? Solo questo? Si rivolga all’Enel, qui siamo al buio, e lui fa il parlamentare da un pezzo. Dormiva ? O non voleva guastarsi lo spettacolo del tifoso esattamente come i tifosi juventini che oggi, invece di prendersela con gli intercettati,  se la prendono con gli intercettatori, cfr. Guariniello? C’è poi il presidente del Coni, Petrucci,  che chiede “alla Federcalcio un’indagine accelerata per una giustizia serena ma esemplare. Non vogliamo che l’immagine dello sport italiano venga macchiata”. Plaudeamus igitur: ma non si era presa Manuela Di Centa come vicepresidente del Coni(oggi è parlamentare di Forza Italia) benché coinvolta fino alla cima dei capelli innevati in una brutta storia di doping? Lì l’immagine non destava preoccupazione? E di tutta questa vicenda moggesca lui non sapeva niente? E no, obietterebbe, sa tutto  Carraro.
    E qui si passa dalla lingua e da quello che significa,  ad analizzare il quadro generale che essa restituisce, anche solo all’impronta. Carraro ieri in conferenza stampa ha promesso una giustizia sportiva “serena, rapida, rigorosa”. Cioè tutto diverso dal passato, quando negli ultimi trent’anni a intermittenza c’è stato sempre lui. E comunque la promessa è di ieri. Il dossier ricevuto dalla Procura di Torino nell’ultima rata è però, detto da lui, del 12 marzo scorso. Non risulta che Pairetto sia stato sospeso “prima” che i giornali tirassero fuori la vicenda, bensì solo in questa settimana. Non c’è una leggera incongruenza cronologica? Che si deve pensare ? Forse che abbia incubato per quasi due mesi una giustizia “serena e rigorosa”? Magari. Ma di certo “rapida” non è l’aggettivo giusto. Anzi, in giro l’impressione è che se il bubbone non fosse scoppiato, da Carraro in giù sarebbero stati assai più contenti.
    E qui c’è bisogno di tornare al quadro più generale, di cui la lingua, intercettata o pubblica, è fedele testimonianza. O Carraro, Tosatti, Biscardi, Petrucci ecc. , non sapevano davvero nulla, e allora per buon gusto dovrebbero gettare la spugna:  figure di spicco così “ignoranti” non ce le possiamo permettere, è una contraddizione in termini. Oppure, e per gli intercettati le sfumature parolacciare rendono bene l’idea, tutti sapevano tutto, esattamente come sostengono i miei compagni di viaggio ferroviario, e più in generale l’opinione pubblica. Ma l’opinione pubblica fa un altro mestiere, diverso da quello di Petrucci, Carraro, Christillin ecc. E diverso anche da quello di chi contribuisce a formarla, questa opinione pubblica. Quindi la faccenda comunque la si metta è grave. O è colposa o è dolosa, per usare in senso metaforico i due corni del dilemma.
    La sensazione che prima si tentasse di coprire, poi di scoprire un pochino, il minimo indispensabile, poi di offrire la testa di Moggi-Oloferne (con contorno di quella, poco sapida, di Pairetto e qualche fischietto pairettesco) per salvare tutti gli altri, specie Giraudo, è troppo forte:  non credo basti sghignazzare sui Dondarini e i loro mandanti. Il capro-Moggi rischia di avere un effetto di superficie, gattopardesco, per non cambiare davvero. E basta. Nella palude. Almeno così la pensano i viaggiatori di Trenitalia (per lo più scontenti dei binari e neppure troppo distratti dal parlare di un calcio ridotto così…. ).
    Oliviero Beha
     

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