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    10
    mag.
    2006

    Benvenuti a moggiopoli

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    Ebbene sì, più passano i giorni e gli avvisi di garanzia e più pare appropriato rifarsi a Tangentopoli per capire il sisma calcistico. Potremmo chiamarla “Piedi puliti”, ma a parte la mancanza di fantasia, sono costretto a ricordare qui che la formula uscì già nel ’93, quando in risalto cubitale le cronache avevano il caso Lentini, quel galantuomo di Borsano, i fondi neri del pallone ecc. Tutto dimenticato? Naturalmente, per vivere bene - dicono i saggi - ci vuole cattiva memoria e buona salute. Ma insomma, già all’epoca da “Mani pulite” al pallone il passo era stato breve. E senza esito, a quanto pare. E infatti che l’esito di Tangentopoli sia complessivamente l’Italia di oggi, extracalcistica e intracalcistica, fa rabbrividire, ne convengo. Ma è colpa dei giudici, è sempre colpa dei giudici? Nel paragone tra quella Tangentopoli, di Mario Chiesa, Craxi ecc. ma anche di Di Pietro, Borrelli ecc., e questa Tangentopoli rotonda, il riferimento ai giudici e alla giustizia sembra indispensabile, per notare le differenze e cercare di diradare la polvere.

    Una polvere che ha permesso all’arbitro De Santis, il nostro candidato primo per fischiare ai Mondiali di Germania, di stigmatizzare sui giornali di ieri “il massacro cui ci state sottoponendo”, lo stesso De Santis sui giornali di oggi dentro fino al collo nell’inchiesta penale. Una polvere che ha permesso a una parte degli addetti ai lavori di celebrare il coraggio di Carraro, dimissionario a quanto pare non irrevocabile dalla presidenza della Federcalcio, che ha detto “non ci sto a fare il piccione”: peccato che nessuno rimarchi che è da trent’anni dall’altra parte della carabina…. E il giorno dopo le dimissioni venga fuori che è indagata la figlia di Geronzi, cfr. la Gea, in altra società con il figlio di Carraro. Prosapie che si intendono, evidentemente.
     
    E il discorso diacronico è appunto quello decisivo: fa male a (quasi) tutti, lo so, ma è decisivo. Come per la Tangentopoli di Mario Chiesa, così qui il marciume è stato prima artigianale e solo dopo,nel tempo, si è industrializzato, abbassando la soglia dell’etica e alzando quella dello schifo. Non sto qui a tracciarne l’albero genealogico, ma i tanti soldi del “calcio-spettacolo”, di Berlusconi, Cragnotti e c. e ora la recessione economica spiegano benissimo questo processo di degenerazione. E gli addetti ai lavori sapevano, anche se non volevano sapere. Oppure erano rimbambiti dal pathos calcistico. Non c’è una terza chiave di lettura, ma casomai in certi casi una zona grigia tra le due. E vale per tutti i frequentatori degli stadi,dalle tribune autorità a scalare, sulla pelle del tifoso/spettatore/telespettatore.
    Il presidente del Coni, per esempio, in quale delle due categorie rientra? E Carraro? E i presidenti di società, che si son sempre tutti, o quasi, contesi Moggi? E il management Fiat-Ifil? In quale categoria li collochiamo? Consapevoli o rimbambiti? Siamo al ludibrio… Siamo di fronte al virus aviario dell’ipocrisia su scala nazionale, e contemporaneamente a una suprema manifestazione del cosiddetto “tafazzismo”: ma sì, un paese, una classe dirigente, una classe dirigente sportiva che fa andare in vacca la distrazione popolare per antonomasia e lo fa in questo modo becero, che altro è se non l’autolesionismo del Tafazzi che si prende a bastonate sugli zebedei elevato a potenza?
     
    Ma non mancherà occasione nei prossimi giorni,inchieste e intercettazioni alla mano,per tornare sull’argomento. Qui vorrei restare all’alveo-giustizia, e al confronto con la Tangentopoli dei primi anni ’90 che ha cambiato la storia d’Italia: anche allora la stampa, con rare eccezioni, fino all’ultimo aveva coperto, spacciando reticenza se non omissione, per poi vendere all’incanto l’indignazione. Oggi con il calcio non è la stessa cosa? C’è qualcuno che dice con orgoglio “la storia delle intercettazioni l’abbiamo tirata fuori noi” (non parlo di Biscardi, autodefinitosi un programmista di cabaret in un’aula di tribunale): intendono che si sono procurate le trascrizioni delle intercettazioni non coperte dal segreto istruttorio, che la Procura di Torino ha mandato alla Federcalcio in più rate, l’ultima delle quali il 12 marzo scorso. Un mese e mezzo (un po’ tardi, o no?) dopo c’è stata la prima, prudente uscita di un giornale. Che adesso giustamente ne rivendica la paternità. Il che vuol dire però che senza intercettazioni non si sarebbe saputo nulla. Oppure che non si avevano le prove. O ancora che comunque inchieste giornalistiche su un aspetto più che maturo, all’evidenza marcio dell’ambiente,non si aveva intenzione di farne.
    Così, in assenza di un’abitudine all’indagine giornalistica, in un calcio e in un paese intonato all’inciucio e al “volemose bene”, adesso c’è anche chi se la prende con la barbarie delle intercettazioni. Tanto per mettere in campo il solito derby tra giustizialismo e garantismo, stavolta in senso calcistico un po’ meno figurato, derby che ha portato al disfacimento progressivo di una sensibilità decente verso la giustizia e il modo di amministrarla, sia in alto che in basso,nel paese culla del diritto dove ormai regna Erode.
     
    Nei fatti, le cose non sono poi così oscure, se non le si tirano come elastici per difendere i propri interessi, la propria ignavia, la propria ignoranza. Le intercettazioni telefoniche e ambientali sono un metodo di indagine: se le trascrizioni sono coperte dal segreto istruttorio, diffonderle è un reato. Se, come nel caso di Moggi e degli arbitri, non lo sono, se le possono procurare gli avvocati di parte e “qualunque” giornalista riesca ad averle, per amicizia, convenienza della parte o per sagacia professionale. E poi comincia la scelta. Questo sì, questo no, è ovvio l’arbitrio professionale di una testata. Ed è un punto di discussione,giacché teoricamente un giornalista dovrebbe pubblicare tutto ciò che è d’interesse pubblico a sua conoscenza: e la sfera privata degli intercettati? Pubblicare il dettato di telefonate riguardanti l’ambito personale è grave, da ogni punto di vista io credo, è certamente barbaro. Non lo farei. Ma non è un reato. E soprattutto scagliarsi contro la pubblicazione delle trascrizioni come gogna mediatica quando riguardano fatti di interesse pubblico, come di sicuro è il caso in questione, prendendo spunto dalla sacrosanta indignazione contro la violazione della privacy, puzza. Ma puzza non di civiltà giuridica opposta alla barbarie, bensì di convenienza, interesse, inabitudine a discutere dei lati oscuri del vivere civile. Tende a velare.
    Oggi senza intercettazioni,e senza pubblicazione delle intercettazioni, non sapremmo nulla di Moggiopoli: è triste, ma è così. Molti tra gli addetti lo avrebbero preferito. Ma non tutti, credo, spero. Senza intercettazioni, in assenza di un reale ruolo della stampa scritta (non parliamo di quella televisiva per carità di patria), saremmo ancora qui, come dieci giorni fa, a parlare degli arbitri che soffrono di sudditanza psicologica di stampo bianco e nero. Quanto alla giustizia sportiva, la storia ci dice che in passato ha perlomeno dormito, per dirla eufemisticamente. Che la mancata divisione dei potere nel calcio, con gli arbitri oggettivamente dipendenti dall’esecutivo pallonaro, alla faccia di Montesquieu ha favorito la situazione maleodorante e pasticciata di oggi. Che quando qualcuno (cfr. l’arbitro Boggi, anni fa) si è dimesso per raggiunti limiti di decenza, si è stati zitti, esattamente come per la questione Lentini “Piedi puliti” da cui sono partito.
    E’ palese che Moggi non possa essere il solo ad agire così (cfr. Tangentopoli), che è il sistema che è malato. Ma anche che per fortuna la magistratura ordinaria, da Guariniello in poi, sta facendo il suo, non ignorando che la magistratura sportiva è composta da numerosi magistrati ordinari… Che contrariamente alle accuse fatte ai magistrati di “Mani pulite”, rei per alcuni di una giustizia politicizzata, qui questo rischio non si corre, grazie anche a queste intercettazioni. Chi ce l’avrebbe con Dattilo e Pairetto? Giudici di destra o di sinistra (cfr. i due designatori, appunto Pairetto che si diceva sponsorizzato dalla Casa delle Libertà, e Bergamo, irreprensibile “comunista” dalla biografia entusiasmante…)?
    Due ultime considerazioni: per evitare che il cittadino viva come una sorta di rifusione/deterrente lo sputtanamento a mezzo stampa di chi, per i tempi mostruosamente lenti della giustizia, la fa franca in un’orgia di prescrizioni telecomandate, non serve tanto prendersela con la stampa, ma casomai favorire una differente efficienza processuale. Ma i cattivi esempi arrivano dall’alto. In basso, invece, seconda considerazione, su un campo di calcio i terminali della giustizia sarebbero proprio gli arbitri. Nell’immaginario collettivo dei rotondolatri, tra un “cornuto” e un “venduto” hanno retto per un secolo e oltre l’idea di calcio e di regole,sia pure raffazzonata: ci voleva davvero una Moggiopoli naturalmente “all’insaputa dei vertici” per dare una definitiva picconata a quel senso di giustizia che fuori dal campo è già ridotto così male…

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