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    22
    mag.
    2006

    Dalla parte della mascotte

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    Scrivo questa nota (non autorizzata) in nome e per conto di un bambino, che non conosco. L’ho visto solo in fotografia, due giorni fa, sulla prima pagina della “Gazzetta dello sport”. C’era la formazione titolare della Juventus:  la prima fila, in piedi, con Trezeguet e lo scommettitore Buffon, la seconda, gli accosciati, con il sospetto (di contratti in “nero”) Cannavaro, quindi Ibrahimovic ed Emerson comprati due anni fa con modalità “al vaglio degli inquirenti”, e lui, solo, in ginocchio nella terza fila, un minuscolo biondino di nemmeno dieci anni, cui Camoranesi poggia la mano sulla spalla. La mascotte. Ma di chi, e di che cosa, ormai? Come faranno a spiegargli che cosa è successo alla Zebra, nella palude del Caimano fino a ieri ? Moggi e Lippi forse lo prenderanno per mano, e gli ripeteranno quello che hanno detto entrambi con passione subantropologica ai magistrati, e cioè “Prendete me, sparate al petto ma non toccate mio figlio”. John Elkann gli sciorinerà il futuro della Juventus “partendo dai giovani” come sta facendo mediaticamente in questi giorni accaparandosi benevolenze. Il tycoon della Fifa, i padroni del pallone e del Mondiale, Sepp Blatter, incurante dei dossier su di lui e sul suo discutibilissimo e carrariano passato, lo additerà ad esempio contro “il marcio italiano, il più grave scandalo della storia del calcio”, perché solo da lì, dal piccolo in divisa bianconera, si può ripartire, ipocritamente o per davvero. Se si vuole ripartire.

    Perché invece l’impressione è che i miasmi dallo Stige scoperchiato dalle intercettazioni stiano per condurre da un’altra parte. C’è qualcuno a cui quest’Italia, e quest’Italia del calcio perfettamente sovrapposte almeno da una dozzina d’anni, dal Berlusconi presidente del Milan e del Consiglio e dalla Triade umbertina oggi in pezzi, stanno bene, benissimo. Non arrivano al punto di elogiare la corruzione sistemica, ma se potessero lo farebbero, per “realismo socio-cultural-politico”. Così rimandano a Tangentopoli nel paragone con lo scandalo calcistico non per la gravità quasi immedicabile della situazione, ma per addossarne la colpa e la responsabilità a magistrati e (non tanti…) giornalisti, destati dal torpore.
     
    Passa il messaggio frenante di casa Agnelli (“sì, è una vergogna, ma i tifosi juventini che c’entrano ? In fondo abbiamo cacciato la Triade…e siamo pur sempre la Fiat”), centrifugato dalla stampa collaterale, che non vuole apprendere nulla dalla lezione, che insiste dopo lo sputtanamento delle telefonate, che cerca di “salvare il salvabile” facendo il Fregoli con i panni del giornalista e quelli del tifoso juventino. In groppa alla Zebra, anche nella palude, per pura comodità e per guardarsi attorno, dall’alto…
     
    Passa l’intemerata anti-moralisti alla Ferrara, oggi come ai tempi di Tangentopoli, tesa ad incolpare di giacobinismo stagionale chi si limita semplicemente a richiedere l’accertamento della verità “processuale”, con le conseguenze del caso. Ferrara non ha figli, né letterali né figurati, e di quello che accadrà a quel bambino juventino non gliene può fregare di meno. I dividendi li riscuote qui e ora, figuriamoci se vuol rischiare nello spazio e nel tempo. Il suo futuro/presente lo divora tutti i giorni. Sposini fa parte di un giro, mentale e materiale, ormai circoscritto, e da lì non esce. Non è “figlio di” ma ha constatato porta a porta, sguardo a sguardo che Italia sia quella dei “figli di”. E non vuole correre il rischio di rimanerne ai margini.
     
    A questo tipo di persone un paese vecchio, chiuso, zombesco, che fa crescere quasi soltanto “figli di”, che fa disperare profondamente un’intiera generazione, la fa prostituire, la menoma immeritocraticamente ancora prima di correre la corsa della vita, un paese così,  di cui la Gea e tutto il corollario misurano fedelmente l’abisso, sta bene. Un paese con tutte le nanerie di arbitri, giornalisti, generali della finanza, magistrati ecc. penosamente in coda per un’ automobile scontata, una tuta, anche solo due biglietti per la partita, ma anche un paese con Ministri alla berlina, come il Pisanu “con la manina di aiutino per la Torres” e il Siniscalco con gli eredi “da mandare alla scuola calcio juventina”, un paese fenomenologico a misura di Moggi a loro evidentemente sta bene. Con stili e cultura differente, i Ferrara e gli Sposini cercano comunque di evitare quello che considerano un fastidio, il rivedere le bucce di figuri e sistema, il far pagare chi ha sbagliato, senza aggettivi né derby concettuali o lessicali:  niente deve muoversi nella palude, il caimano come la zebra vanno lasciati campare come sono stati abituati a fare, anche e soprattutto a spese nostre.
     
    Poi c’è chi, come quell’ottimo scrittore timorato di Dio di Luca Doninelli, è disposto (su “il Giornale” di due giorni fa)a chiudere un occhio da juventino sulle ruberie perché “i veri problemi sono altri, per esempio il doping”. Fantastico. Ha già chiuso anche l’altro occhio: il processo omonimo è in corso per la Juventus della Triade, per le stesse persone, è compreso in Moggiopoli (cfr. il segretario generale del Coni).
    Complementare a questo atteggiamento difensivista, da tifosi della palude, ecco dall’altra parte la sortita di stagione dai loro sereni loculi professionali di una serie di “opinionisti” che rivelano oggi ciò di cui non ci si era affatto accorti fino a un mese fa:  cioè di aver sempre combattuto la tabe moggiana, e di aver dovuto pagari prezzi onerosi per questo. Sono tutti dei Della Valle, dei Nucini (l’arbitro che prima non ebbe il coraggio di andare fino in fondo nel denunciare, e poi si prosternò davanti ai Pairetto), dei Paparesta sequestrato che “non voleva perdere la carriera”, che oggi si indignano con lo stesso spirito con cui ieri erano a servizio. Forse non di Moggi, certamente dei Moggi (categoria, non gruppo famigliare…). Le loro carriere sono costellate di reticenze, quando non di omissioni vere e proprie, ma non intendono neppure prendersi gli schizzi di fango di coloro i quali nella palude ci sguazzano. No, costoro ci erano capitati per caso.
    E infine ci sono grandi giornali, come “la Repubblica” e “la Stampa”, che meritoriamente almeno finora ci hanno dato dentro, espressione che rubo a Ferrara ma da lui intesa al contrario, in negativo: lui li vorrebbe “tutti sempre e comunque fuori”, perché si fatica di meno, ci si diverte di più, non si deve rispondere di nulla, o quasi. E’ l’Italia che ho descritto in “Crescete & prostituitevi”, squadernata oggi da Moggiopoli.
     
    Ma Moggiopoli sembra ormai uno scandalo la cui dimensione è troppo estesa per non indurre nemmeno troppo tacitamente a un compromesso al ribasso:  è troppo grave per regolarsi normalmente, secondo le leggi sportive vigenti, sembrano già pensare in molti,  dal momento che la giustizia ordinaria opererà come quasi sempre “a babbo morto”. Ci vogliono soluzioni speciali per un caso speciale. C’è aria di condono. Conviene a tutti, si suggerisce, sia alla classe politica che ai subentranti vertici calcistici. Conviene alla Nazionale, conviene all’immagine italica, conviene alla pace sociale sub specie pallonara dal momento che più si va avanti più si riducono le zone non proprio paludose del calcio dove poggiare i piedi. E conviene anche all’opinione pubblica, che magari comincia ad avvertire i primi sintomi di stanchezza da disgusto rotondo,  rubricato quotidianamente dai media.
    Ebbene, da parte del bambino-mascotte della Juventus, da parte di coloro che non si identificano nel realismo mercenario di cui sopra, da parte dell’opinione pubblica inorridita di fronte alla dissoluzione etica, da parte di quei tifosi che vorrebbero tornare allo stadio/studio tv per partite non più condizionate in partenza, e da parte di quella classe politica-Prodi in primis-che non vuole sotterrare il cadavere del calcio senza un’autopsia e un processo, credo che al condono si debba opporre resistenza. Si vada fino in fondo, invece, paghino dirigenti e squadre coinvolte, dalla Juventus in giù, in attesa di sapere che cosa facesse nel periodo intercettato il caimano, da ora nuovamente presidente del Milan, con Galliani presidente di Lega in slitta con Carraro presidente federale di cui qualcosa le telefonate ci dicono (strepitosa la spiegazione di Carraro ai magistrati: ”Era chiaro che con Moggi su Pisanu stavo scherzando…”. Non ha mai scherzato in vita sua, ha cominciato di recente…). Berlusconi dormiva ? Oppure era sveglio, e Galliani era autonomo?
     
    Quanto a ciò che esula dal penale e dal diritto calcistico, almeno si offra all’opinione pubblica un ventaglio di delucidazioni:  è sensato andare ai Mondiali con Lippi, Buffon, Cannavaro in queste condizioni ? Certo che loro ci vogliono andare, un Mondiale val bene una messa. Anche De Santis, il furbone del fischiettino al servizio della Compagnia del Giocattolone, ci sarebbe andato comunque. E’ una questione di opportunità. Anche perché i Mondiali non devono fungere, se vanno bene, da amnistia come accadde per quelli di Spagna del 1982 nei confronti del primo calcio-scommesse, né prestare il fianco all’alibi immediato se vanno male, e cioè “i nostri eroi hanno risentito della caccia alle streghe per Moggiopoli”. E no: non loro bensì noi abbiamo risentito dello scandalo, noi tifosi e noi cittadini affondati nella palude prima del caimano e ora della zebra, sbertucciati all’estero prima, a colpi di kapò,  per la nostra impresentabilità politica e poi, da ieri, con questa gigantesca “A Lucià, che te serve? ”per la nostra illegalità calcistico-mafiosa.
    A meno che il nuovo governo non sia nuovo anche in questo: pulizia, trasparenza, rigore, coraggio, in nome di quel bambino e dei genitori preoccupati per lui… Una bonifica della palude, insomma.
     
     

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