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    13
    giu.
    2006

    Un libro dossier di beha e di caro ricostruisce l’amara parabola del football italiano

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    La caduta dopo il trionfo da ilTempo.it - di DANIELE DI MARIOTutto nacque da quel Mundial spagnolo iniziato in sordina e fra le polemiche e vinto a sorpresa dagli azzurri di Enzo Bearzot. Chissà, forse sarebbe stato meglio non vincerlo quel Mondiale del 1982. Certo, non avremmo ancora negli occhi l’urlo di Marco Tardelli e la paciosa innocente fanciullesca esultanza del presidente Pertini, ma almeno, magari, ci rimarrebbero un calcio e un Paese più puliti. Già, perché i mali del sistema della pedata, venuti prepotentemente alla ribalta in seguito al recente scandalo delle intercettazioni telefoniche, nacquero, secondo Oliviero Beha e Andrea Di Caro, proprio negli Anni ’80. E le miserie di oggi non sarebbero altro che il frutto di un fulgido passato che non ebbe altro effetto se non quello di fungere da «amnistia», per usare una parola degli autori, nei confronti del mondo del calcio. È questa solo una delle amare conclusioni cui pervengono Beha e Di Caro nel libro «Indagine sul calcio. Dai Mondiali 1982 ai Mondiali del 2006. Una generazione di storie, personaggi, emozioni e bugie: un gioco appassionante trasformato in un intrigo industriale» (Biblioteca Universale Rizzoli, 638 pagine, 12 euro). Una indagine in piena regola, svolta dai due giornalisti con estremo rigore partendo dalle fonti dell’epoca, dagli articoli di giornali, dalle interviste concesse in oltre vent’anni dai protagonisti del mondo del pallone - che, in fin dei conti, son sempre gli stessi - dai flash battuti dalle agenzie di stampa. Una indagine di cui non si può non tener conto in una fase cruciale di risanamento del mondo del calcio, a meno di non voler «far finta di essere sani», come chiosa in sede di conclusioni lo stesso Beha citando il compianto Giorgio Gaber. Il libro prende le mosse da quell’epico successo in terra di Spagna e, soprattutto, dalla prima partita sospetta presa in rassegna: Italia-Camerun, finita 1-1 in seguito a una presunta combine. Su quella gara, Beha ha una teoria, contenuta all’interno del volume «Trilogia della censura». Il giornalista non ne parla, all’interno della sua indagine sul calcio. Piuttosto, preferisce mettere l’accento su due effetti nefasti della vittoria Mundial.

    Primo: quel successo costituì un’autentica «amnistia» per un ambiente malato, in cui era ancora fresco il ricordo del primo scandalo legato al calcioscommesse del 1980, che si sarebbe poi ripetuto nel 1986. La vittoria di Pablito Rossi e compagni fece dimenticare in fretta il cancro che stava dilaniando il calcio. Secondo effetto nefasto: la politica, in seguito alla vittoria dell’11 luglio, scoprì quanto il calcio potesse essere importante per perseguire con successo finalità extrasportive. Un tema certamente d’attualità e meritevole d’essere approfondito. Il business economico legato al mondo pallonaro, che ha ridotto al collasso, oggi, un intero sistema, inoltre venne avviato proprio dopo quell’11 luglio ’82 passato alla storia, quando il made in Italy, proprio grazie ai gol di «Paolorossi», venne pubblicizzato in tutto il mondo. Era l’inizio della fine. Fantastici quegli anni, scrive Beha. Un decennio, gli Ottanta, in cui già c’erano i Moggi e i Carraro, in cui Paolo Bergamo, futuro designatore arbitrale, altri non era se non l’arbitro che annullò il famoso gol di Turone in quel Juventus-Roma 0-0 del 10 maggio 1981.
    Un mondo sul quale s’affacciava per la prima volta sulla scena una categoria nuova, i procuratori. Ricordate Cristoforo Colombo? No, non il navigatore genovese, ma il manager tuttofare di Paulo Roberto Falcao. Anni in cui comandava l’asse Roma-Juve, la «questione di centimetri» tra Dino Viola e Giampiero Boniperti. Anni in cui corruzione e interessi sommersi esistevano, seppur all’amatriciana. Basta andare a rivedere, oggi, Roma-Dundee di Coppacampioni, Juve-Verona dell’11 novembre ’85, Roma-Lecce 2-3 del 20 aprile ’86. Qual è il sottile filo rosso che unisce l’Italia di Pertini e Craxi, di Rossi e Bearzot con quella di Berlusconi e D’Alema, di Totti e Lippi? Partite truccate, arbitri venduti, calciatori drogati, morti sospette, inchieste insabbiate, affari sporchi. Sono passati ventiquattro anni dal 1982, ma miserie, fatti e protagonisti son rimasti immutati. La fedeltà al sistema dimostrata da alcuni personaggi vent’anni fa, è stata ripagata con incarichi di prestigio oggi. C’è questo e molto di più nell’«Indagine sul calcio», il diario di un tifoso deluso, Oliviero Beha – giornalista che ha pagato con la carriera la propria coerenza e la fedeltà a un mestiere che oggi, forse, non esiste quasi più: il giornalismo d’inchiesta – che ama il calcio ma ne detesta la degenerazione che ha fatto seguito a soldi e sete di potere. Partendo dalle miserie del calcio di venti e passa anni or sono, Beha e Di Caro ripercorrono le tappe principali dello sport più popolare d’Italia: l’avvento di Maradona e Berlusconi, i Mondiali di Italia ’90, l’affare-Lentini (il giocatore che passò nel ’91 dal Torino al Milan per una cifra, a quei tempi, record). E ancora: la sentenza che cambiò il mondo, la Bosman; lo scudetto del ’98 e il famoso fallo presunto di Iuliano su Ronaldo; fino ad arrivare alle denunce di Zeman e alla quotazione in Borsa di Juve, Lazio e Roma e alle aste milionarie per i diritti tv. Per scoprire, alla fine, che chi voleva, poteva sapere. E che, alla fin fine, nulla è mutato se è vero che i protagonisti di questa misera storia d’oggi non sono altro che quelli di ventiquattro anni fa.
     

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