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    28
    giu.
    2006

    Quelli che giocano con la salute

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    Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere: lo dice un filosofo come Wittgenstein, e sembra assioma ritagliato sul mistero umano del suicidio. Perché parlare allora di Gianluca Pessotto, trentaseienne friulano di umili origini, persona di gran qualità e calciatore riuscito, che una brutta mattina di giugno, ieri,  il suicidio lo tenta  per fortuna invano scaraventandosi giù dalla terrazza della sede della Juventus di cui è appena diventato “team manager”, un rosario stretto tra le mani? Problemi suoi di famiglia, depressione quale malattia del secolo, forse il timore di non star bene. Si imporrebbe il silenzio, dunque, e l’augurio caloroso che salvi prima la sopravvivenza e poi si spera anche la vita. Eppure un ragionamento più in profondità la (quasi) tragica vicenda lo suggerisce, senza eccessi di concatenazioni logiche e invece cercando di cogliere lo spirito (pessimo) del tempo, a partire da un uomo serio, inattaccabile, trasparente, proprio come Pessotto. Si vuol dire che è un calciatore che ha vinto una caterva di scudetti nella Juventus dove ha giocato oltre una decade, l’ultima, facendo anche degne apparizioni in Nazionale, senza essere un Maratona, un pibe baciato e poi abbandonato dagli dei.

    L’identikit di Gianluca è infatti quello, abbordabile e assai poco mitico per i più giovani,  del migliore degli “impiegati” del calcio al massimo livello. Quel calcio che è da domani in Tribunale (sportivo) con il maxiprocesso, quel calcio il cui scandalo è da quasi due mesi sulle prime pagine dei giornali non solo italiani, quel calcio il cui dominus alla vaccinara parrebbe Licio Moggi che però proprio ieri rompendo il suo personale black out tra le altre cose ha dichiarato che “Berlusconi lo convocò a Palazzo Chigi per offrirgli il Milan, nell’autunno scorso”, così da cominciare a vincere un po’ anche lui, il Caimano,  battaglie non solo politiche o sui diritti tv ma anche semplicemente su un campo da calcio.
    Eppure lo stesso Moggi in un’intercettazione dedicata a una sua telefonata con il segretario generale del Coni, Raffaele Pagnozzi, stupendamente ancora in carica, sembra sistemare una faccenda di doping che riguarda un giocatore della Juventus. Nello stesso pasticcio di Arbitropoli. Toh, è vero, non c’è stato solo lo scandalo degli arbitri, in questo lungo periodo della Triade juventina prima a giudizio sportivo e poi penale, ma anche un enorme bubbone chiamato “doping”, scoppiato grazie a Zeman, il magistrato Guariniello, pochissimi addetti ai lavori, e in fretta coperto da quasi tutti nel giubilo disinteressato dei Tosatti dopo l’assoluzione in appello dell’unico condannato in primo grado, il medico juventino Agricola.
    Adesso c’è un nutritissimo ricorso in Cassazione di Guariniello e c. , composto da 133 pagine piene di nomi e di riferimenti. Contro chi ? Contro Pessotto ? No, il ricorso riguarda “il concorso di Antonio Giraudo e di Riccardo Agricola”. Lo ricordo per dire che oltre agli arbitri, ai diritti tv, alle scommesse, insomma al denaro debordante da tutte le parti, ci sarebbe in ballo una piccola questione collegata al bubbone che riguarda la salute. Ma di essa si parla poco, di certo non abbastanza. Ha aspetti penali rilevantissimi, e risvolti culturali o subculturali enormi:  se ne percepisce l’importanza? Pare di no.
    Con la salute sembra si possa giocare tranquillamente, giacché non per caso il calcio è il gioco più bello del mondo. Non c’era una campagna del Coni, ma sì, l’Ente massimo dello sport italiano federazione di tutte le federazioni, lo stesso del segretario Pagnozzi di cui sopra, che si chiamava “Io non rischio la salute”?
    Pensare – e qui veniamo al povero Pessotto e alle cose che forse si possono o debbono dire, e non wittgensteiniamente tacere – che ben 10 sono le pagine di Guariniello dedicate al capitolo del “caso Pessotto”, ai farmaci e alle cure e agli esami, all’epo, al sangue ecc.  cui veniva sottoposto il giocatore negli incriminati anni ’90, appunto alla campagna del Coni di cui sopra ridicolmente contraddetta (alla lettera, secondo il ricorso) dalle scelte di Agricola imposte ai giocatori e “in particolare” a Pessotto.
    Le virgolette sono mie, e sono ricollegabili al discorso fatto all’inizio sul tipo di persona e di giocatore che era ed è Gianluca, non un Maradona alle prese con la cocaina ma il “professore” come era definito con stima per la serietà che irraggiava. Ebbene, concludendo il paragrafo su di lui dice testualmente il ricorso di Guariniello: ”Quando…in Pessotto sono saliti i livelli dei parametri ematologici…allora il dottor Agricola ha voluto fare la prova della creatininuria, proprio in previsione del nuovo protocollo al quale si doveva decidere se aderire oppure no e, in tal modo, ha avuto la certezza della totale inefficacia e inaffidabilità dei parametri sui quali tale campagna(del Coni, ndr) si basava. Per questo il ricordo di quanto è accaduto è rimasto nell’imputato vivo e attuale”.
    Vivo e attuale. Mi viene in mente Cannavaro, capitano della Nazionale e star della Juventus compagno fino a ieri di Pessotto: definisce l’Italia “cinica”, aggettivo sbagliato e inflazionato per il calcio, e invece temo perfetto per il Paese. Forse, davvero, non per Pessotto…
     
     

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