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    30
    giu.
    2006

    Moggi e il processo dell’olimpico

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    Nel ventre (molle) dello stadio Olimpico comincia oggi il maxiprocesso al calcio italiano davanti alla Commissione d’appello federale, in acronimo Caf, essendo saltato il primo grado di giudizio della Disciplinare per manifesta inferiorità dei giudicanti nei confronti dei giudicati:  troppi, e troppo malati per quei medici che in questi anni hanno prescritto medicine pietose e pelose, favorendo contagi e piaghe purulente. Nel ventre dell’Olimpico si comincerà stamane, in un formidabile set da Enorme Zio,  in un’orgia di telecamere a circuito chiuso e a colpi di stampa nazionale e internazionale in più centurie, con la prevedibile montagna di eccezioni degli avvocati difensori mirate sulla bontà o meno delle intercettazioni, sulla loro fedeltà, veridicità, interpretazione, riassunto carabinieresco ecc. Nel ventre del paese e del sistema mediatico, invece, il maxiprocesso è già cominciato, e in modi almeno discutibili. Per esempio due sere fa, a “Ballarò”, meritoriamente il giovane Floris (giovane per la materia:  chissà che ricordo ha del processo nell’Aula bunker del Foro Italico, non per il terrorismo bensì per il calcio-scommesse del 1980 tirato fuori da chi scrive…) ha intervistato a secco Moggi. A secco, perché pur tra una lacrima e l’altra il buon Licio, attorno al quale ruota tutto lo scandalo e un maxigiudizio cui non sarà presente “essendo fuori ormai dal mondo del calcio”, ha voluto restare da solo, in registrata, con l’intervistatore. Un lungo “insert” più o meno piagnucoloso. Va benissimo. Come direbbe un Vespa al telefono, i programmi vanno tagliati  sul tema e i personaggi che si riescono ad avere di volta in volta. Siamo sarti o caporali?

    Questo permette anche di entrare analiticamente nelle sfere più difese dell’intervistato, subito prima della registrazione, lavorando sodo di psicologia :  se Floris gli ha infatti domandato in un prezioso fuori onda che ne pensasse Moggi di Candela o di Mido, è evidente che lo ha fatto per penetrare meglio nella psiche moggiana e poi lavorarselo da par suo. Così ne è uscita fuori una conversazione densa di fatti, che stamani non potrà non orientare i giudici:  penso a quando Moggi ha affermato ma ad occhi asciutti che ”la Juventus sapeva tutto di quel che facevo, con Giraudo e Bettega (alias la Triade, ndr), anche le virgole”, oppure alla tirata su Berlusconi, Galliani, il Milan i diritti tv ecc.
    Solo che a un certo punto il conduttore ha accennato senza troppo insistere con l’ospite “d’onore” alla Gea, la società dei “figli di”, compreso Moggi jr. Solo accennato. Quasi ci fosse una sorta di franchigia,  come nelle polizze d’assicurazione. Intendiamoci, può accadere. Anzi, per esempio con i politici accade e non di rado. Ma qui ci sono almeno un paio di distinguo da fare. Moggi non è certamente né un politico (incensurato, non mi riferivo qui agli altri…) né il killer Bilancia, ma neppure al momento è in odore di santità. Quindi farlo rientare nella categoria degli uomini importanti ha un senso relativo all’attualità, e non assoluto.
    Se gli si permette una pseudofranchigia sul versante della Gea, non incalzandolo (comprensibile la sofferenza del padre per il figlio implicato, ma resta il nodo di questo fenomenale “cartello” pallonaro che rappresentava falangi di persone e stringeva il sistema in un nodo scorsoio), si deve sapere che si sta amputando una porzione di verità o ricerca di verità preponderante nella comprensione dello scandalo. E’ il sistema della Gea ad aver applicato sulla superficie del pallone come una ulteriore pellicola di potere e di impunità trasversale trasmessa dai padri ai figli, e i cognomi famosi coinvolti, a partire uno per tutti da Geronzi, ne fanno fede. E per il sistema-Paese, non solo e non tanto per il sistema-calcio. Se non lo dici, o non lo dici espressamente, o non esemplifichi la “moggità” di quest’area, non si capisce esattamente che cosa sia accaduto. E forse è grave.
    Obiezione, del tipo delle eccezioni di oggi dei legali degli imputati…:  ma se gli domando più insistentemente della Gea,  quello magari la prende male, reagisce e se ne va, ed io mi perdo una gallina dalle uova (audience) d’oro. Che fare allora?  Una mediazione accettabile tra il servizio da rendere e il prodotto da vendere (siamo alle radici del mestiere, teniamoci forte nel carotaggio del suolo professionale!!) potrebbe consistere nel timone del racconto: un racconto,  fatto dal medesimo Floris,  delle vicende della Gea. Esplicitando le cose, avrebbe potuto declinare una specie di “Lei,  Moggi è venuto sotto franchigia, ma io debbo ai telespettatori tutti gli elementi possibili per capire, e quindi adesso ricostruisco tutta la vicenda Gea, Moggi o non Moggi, Carraro o non Carraro, Cragnotti, Tanzi e nobile prosapia compresa”. Ma questo non è avvenuto.
    Così, sempre nel ventre del paese e del sistema mediatico che purtroppo invece che trasmetterci la realtà pare quasi sostituirla, stiamo assistendo grazie a Moggiopoli a una sorta di “Sacra Rappresentazione”. Gli imputati del maxiscandalo, personaggi e interpreti del reality più popolare in Italia cioè quello del pallone, vengono esibiti in continuazione e pressoché senza guinzaglio professionale sul piccolo schermo. Tra presidenti, arbitri, dirigenti, designatori ecc. ,  in queste settimane è parsa una sfilata di moda, nel senso più pregnante e preoccupante del sintagma : del resto, se per Dolce& Gabbana sulla passerella l’uomo è calciatore, come meravigliarsi che da Mentana più che da Floris, da Vespa oppure da Anna La Rosa sfilino serenamente e in libertà non condizionata i figuri che da oggi invece debbono rispondere a giudizio di una serie di reati intanto sportivi, che vanno a toccare la passione di milioni di italiani? Abbiamo visto e sentito una teoria di “nuovi mostri”, autorizzati e anzi sollecitati ad occupare il suolo (etere) pubblico perché si vendono bene, nei due sensi, e non conta alcuna altra valutazione.
    E questo muta in peggio il costume di tutti, e abitua a non fare distinzioni tra gli “oggetti” del video e il lavoro di chi questo video amministra per bravura, caso o subalternità camerieresca. E nel caso del calcio appunto tutto questo, certamente non nuovo nel resto (cfr. il Bilancia di prima, o le Erike, gli Omar e la variegata inumanità che da un pezzo ci viene normalmente  mostrata e smerciata), è come sottolineato da un evidenziatore, quello della popolarità più immediata. Forse non c’è bisogno di aggiungere che il sistema dei nuovi mostri all’incanto va in direzione assolutamente opposta a quella di un’informazione corretta, tendenzialmente completa, in grado di seminare domande invece che suscitare una reazione appunto ventrale, da consumatori del peggio,  da parte del pubblico. Manca davvero poco, insomma,  al pollice verso del Colosseo, nella piazza mediatica  così trasformata nel banco di un “mostruoso” mercato che non guarda in faccia nessuno:  esattamente il contrario di quello che-credo- si dovrebbe chiedere a giudici niente affatto ventrali da stamani al lavoro nel ventre- temo- molle dell’Olimpico.

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