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    12
    lug.
    2006

    Tra il circo massimo e il colosseo

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    da l Unità - di O.B.Quanto dista il Circo Massimo dal Colosseo? Trecento, quattrocento metri? Quanto dista la folla oceanica con bandiere solo tricolori per gli azzurri mondiali, da un’altra per ora ipotetica massa frastagliata nel suo tifo per la propria squadra di calcio, i colori, la memoria, l’abitudine, la “piccola patria”? Che accadrà quando i vessilli si mischieranno anche solo metaforicamente, nella corteccia cerebrale dei gaudenti? Ragionavo sulla varia umanità che scaturisce da questi eventi tenuti insieme in una contemporaneità eclatante da uno sconosciuto quanto superbo sceneggiatore, come fossi in un angolo remoto, che so, a Sant’Elena,  munito soltanto di un televisore, delle notizie via internet, della curiosità per la sindrome di Napoleone,  applicata agli effetti del pallone,  che ha contagiato il pianeta.

    Intanto,  a coloro che mantengono lucidità di pensiero e scrutano da entomologi il fenomeno di piazza e di circo (Massimo), di fronte alle masse straniate dalla vittoria di Cannavaro e c.  e ai festeggiamenti irrituali e tracimanti viene da dire che siamo diventati un paese sudamericano:  un Brasile, un’Argentina, un Messico se gli toccasse. Ma è vero? Credo di no. Ormai la questione è globale e globalizzata. Il rito delle moltitudini pallonare si ripeterebbe e si ripete dappertutto. Tutti sudamericani allo stesso modo, anche francesi, tedeschi, inglesi ecc. ? Si unirebbero tutti, come hanno chiosato Napoletano e Prodi per il nostro paese vincente? Probabilmente sì. Ma allora questa non è l’unità d’Italia per una Coppa, non è un fenomeno di nazionalità, bensì di ecumenismo calcistico. Globalizzazione rotonda e fisica, che ha bisogno di corpi, di presenze non virtuali per realizzarsi. L’unità è essenzialmente calcistica, e allargata. Qui, a Roma, al Circo Massimo,  c’è stata “solo” la nostra esibizione, parte del tutto, sineddoche sferica del mondo-palla. Un calcio sempre più pretesto per altro, aggregazione per tutti, visibilità per i giovani dal futuro nascosto o rubato addirittura, quote-rosa elevate a potenza nel tifo come da nessun’altra parte perché ormai per “fare la tifosa” di un testimonial pubblicitario, che sia Totti, Buffon o Toni, non è imprescindibile “capire di calcio”. E’ un calcio a misura femminile, perché è un altro calcio, più reality che gesto tecnico, più studio/tv che stadio, più cinema che teatro in una drammaturgia profondamente mutata.
    Siamo manifestamente all’individualismo di massa e di bandiera, nel nostro caso-ma sarebbe stato lo stesso per la Francia…-tricolore. E i festeggiamenti hanno questo di differente, tra i Fori Romani e Brasilia, che i Fori rimandano ad altro e Brasilia solo al calcio. Ma chi ci fa caso, se tanto è tutto uguale nel nome del pretestuoso “Dio pallone”?
    Certo, la tentazione di cavarne valori positivi e dividendi politici, è fortissima e comprensibile, e tra le figure di spicco dell’establishment nazionale c’è chi lo fa con sensibilità e chi invece con strepitosa rozzezza. E’ un clima che favorisce la sindrome di Napoleone di cui sopra, come se al posto di Iaquinta avesse giocato direttamente Mastella….
    Tutto normale, Chirac come (lui se lo sarebbe augurato…) Zapatero, o Blair. O naturalmente la Merkel, che ha visto la Germania paese vincere i Mondiali al posto della squadra di Klinsmann.
    Ma poi, evaporata l’enfasi e usciti dalla trance agonistica di riporto, ai tifosi dell’Italia di Lippi che cosa resta? Come travasarli in cittadini dell’Italia tutta scrostando la prima, seconda e terza pelle di tifosi anche della politica in cui si sono trasformati in questi anni, aiutati per la scesa dal caimano rossonero-che oggi si lagna della sua sfortuna:  perché non ha fatto tirare meglio i rigori a Pasadena, dopo il suo arrivo nel ’94 a Palazzo Chigi? Ben gli sta…-, che ha buttato tutto, Milan, tv, premierato, nel frullatore ?
    Possono sembrare considerazioni da spleen di chi sta in un angolo,  nella festa di popolo. Non è così, credo, concordo con il poeta che dice: l’allegria non è mai stupida. Ma se una Coppa smuove le emozioni in dosi industriali e quindi oggettivamente pericolose, poi è insensato non porsi il problema di come conservare, confortare, indirizzare questo pathos. Spontaneo, sì, ma a che livello di consapevolezza, con che grado di autenticità, quanto vero anche per il resto, della vita oltre la festa?
    E tutto ciò sarebbe già una grande questione antropoculturale, con tutti i risvolti di violenza repressa, di disagio sociale camuffato, di identità ritrovata ma solo per una sera e per un pallone, se non incombesse quello che qualcuno ha già chiamato “il rischio Colosseo”. Sentenze al maxiprocesso da pollice verso, contro i “cristiani” dei club imputati, significherebbero scatenare le folle, che non capirebbero la severità del castigo dopo la gioia provocata dagli stessi soggetti, gli azzurri-juventini-milanisti-fiorentini-laziali.
    Mentre si dibatte la faccenda-amnistia con una confusione in punta di diritto e una strumentalizzazione che grida vendetta paurosamente trasversali in politica e intellettualmente immature, forse si può tentare di precisare un altro aspetto, con le relative conseguenze, prima delle sentenze della Caf e della Cassazione sportiva.
    Sto parlando della verità dei fatti. In soldoni:  se i club sono colpevoli, tutti o alcuni, in toto o in parte di ciò che viene loro attribuito, patteggiare una pena,  come i legali della Juventus hanno già cominciato a fare e a prefigurare, ha senso soltanto se l’opinione pubblica e la fattispecie tifosa verranno messe al corrente di ciò che è davvero accaduto. E’ impensabile lasciare i tifosi con l’idea di essere penalizzati non dal comportamento delle varie dirigenze,  naturalmente se sono probatoriamente colpevoli, bensì dai giudici sportivi, o dalla giustizia tout court, o da avversari politici, o da imprenditori concorrenti.
    I soli che possono raccontare la verità pagandone un  fio ridotto sono loro, gli imputati, se hanno commesso quello che la montagna di intercettazioni suggerisce. Non è una confessione come sacramento cattolico quello che si chiede, bensì una consapevolezza laica e civile di quello che significa tenere i tifosi in questo stato di “vittime” pronte a reagire perché si ritengono in credito e in dovere di ribaltare delle sentenze “ingiuste”. Solo degli “outing” seri potrebbero stemperare la tensione, al prezzo di condanne ragionevoli. La Juventus non in C bensì in B non può prevedere sull’altro piatto della bilancia soltanto la non belligeranza dei nuovi vertici juventini di fronte all’ipotesi largamente sventolata dei ricorsi al Tar e alla magistratura ordinaria:  il vero prezzo da pagare è raccontare senza ulteriori bugie e infingimenti ai tifosi che cosa è davvero accaduto, come è possibile che campioni anche del mondo abbiano giocato in patria campionati pilotati, così da scindere questo abbinamento mostruoso tra il campo e il raggiro che viene tirato fuori per assolvere, confondere, screditare la voglia di pulizia.
    Per passare dal Circo Massimo di un giorno al Colosseo non Colosseo e alle strade/stadi quotidiani, è imprescindibile fare questo passo. Sarebbe molto meglio della giustizia più severa e meno patteggiata possibile, perché accenderebbe nei tifosi una scintilla di comprendonio e responsabilità in più. Utopie? Lasciamo tutto com’è, facendo bruciare cassonetti e bandiere nel Colosseo? Abbiamo idea del rischio? Le immagini del Circo Massimo non ci servono a nient’altro che a santificare una festa, una botta d’orgoglio, una pacificazione estemporanea?
    Da Sant’Elena le preoccupazioni si intensificano, giorno dopo giorno…
     
     

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