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    31
    lug.
    2006

    La lingua di adriano

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    da l'Unità - di O.B. Ha senso parlare di Sofri e dei suoi “cattivi pensieri” (titolo di un suo articolo qui, giovedì scorso) mentre si aggrava la tragedia medio-orientale, il Parlamento italiano si frastaglia sull’indulto ma poi lo approva, a Padova abbiamo “prove tecniche del nostro futuro” con la guerriglia tra nigeriani e maghrebini, ecc. ? Credo di sì, e forse assai più per noi che per lui, per la disperazione intellettuale che mi comunica il suo articolo e che vorrei analizzare pubblicamente. Sia l’articolo che la mia disperazione. Di che parla Adriano Sofri? E come ne parla? Parla della sinistra (delle sinistre) italiana di fronte a Israele. E di fronte all’indulto. Mette insieme le due questioni, giacché sono i tempi che lo stanno facendo per lui e per tutti. Collaziona le lettere antisraeliane,  quelle sull’indulto,  la consultazione  su “Repubblica” di molte migliaia di lettori,  in percentuale quasi assoluta contro il provvedimento di clemenza così indigesto per una certa opinione pubblica, almeno nei termini in cui è stato proposto da questa maggioranza d’accordo con  buona parte di questa opposizione. Ne ricava una serie di interrogativi cruciali sulla “classe dirigente della sinistra”, definita “ostaggio apparente di una contestazione ‘popolare’ delle proprie scelte-e di singoli e gruppi capaci e felici di esercitare un irresponsabile diritto di veto”. (Qui il proto fortunatamente ha lasciato la “e”…).

    Si chiede anche quanto tale “classe dirigente…anche quella che esercita un’autorità d’opinione, anche Furio Colombo, perfino io…sia nutrice di quegli umori di cui si ritrova incresciosamente ostaggio. Di umori forcaioli, di umori ‘pacifisti’, di umori ‘antisionisti’. Tutti senza se e senza ma”. Questa l’impostazione di Sofri.
    Poi è tutta una galoppata contro Di Pietro, il suo partito astuto, quelli che hanno fatto i soldi con i libri antiBerlusconi, le informazioni sbagliate e strumentali contro l’indulto a danno dei poveracci in carcere in condizioni ignobili(realtà naturalmente vergognosa e incontestabile) e invece a pro di dividendi politici, elettorali o subelettorali, di mercato, ecc. Il riassunto a grandi linee è indegnamente mio.
    Come è (tutta e solo? ) mia la disperazione intellettuale che scaturisce da questa lettura. Nel merito dell’indulto, di “questo” indulto e dei suoi effetti collaterali sui beneficati “furbetti” di estrazione composita, è già entrato Marco Travaglio su queste colonne, rispondendo ai punti del mio riassunto. Sulla posizione dell’Unità, con la delicatezza del caso, si è espresso sabato Antonio Padellaro. Concordo con il primo nelle cose, con il secondo nel tono politico adoperato, aggiungendo a coda di pesce il quesito:  “questo” indulto,   se proposto un anno fa dal centrodestra,  sarebbe stato votato dal centrosinistra oggi al governo?
    Perché vedete, le modalità della “blindatura” bipartisan sono,  credo/temo,  importanti quanto l’indulto stesso, misura politica certo con immediati effetti di salute pubblica per i disgraziati che escono ma anche più mediate conseguenze sullo spirito del tempo e l’igiene etica del paese tutto. Eppure quello che scrive Sofri, e la sostanza tematica pur così urgente e impegnativa nelle sue parole e in quelle di chi ho citato, mi premono meno qui di “come” Adriano le scrive.
    Sofri sa certamente meglio di me che il modo in cui ci si esprime è decisivo. La lingua batte e tradisce, ossia consegna e svela. Sa anche perfettamente e per esperienza che marxianamente “l’ambiente crea la coscienza”. Metto insieme i due elementi e trasecolo. Non può essere lui, colui il quale verga uno scritto forcaiolo contro i forcaioli, spezzetta Di Pietro e l’Italia dei Valori anteponendo la eventuale strumentalità di essi al cuore etico-politico della questione, si scaglia contro i “mercanti dell’antiberlusconismo” senza fare neppure la fatica intellettuale di distinguere e di chiamarli per nome, mette in soffitta la questione della berlusconizzazione di questo paese ( “la madre di tutte le questioni”…)con la formuletta del regime-non regime nel quale è mancata la controprova del coraggio necessario alla lotta e all’esilio, ecc. Non può essere lo stesso Sofri che irraggia da una vita libertà di logos e stile espressivo per diffonderlo, e per discuterlo. Sarà uno stuntman, che nel film dell’indulto recita le “scene pericolose”…
    La mia disperazione nasce appunto da qui, da questo imbarbarimento greggio di un cervello solitamente finissimo e parapasoliniano come quello di Adriano, dalla mano insieme ferma sulla carta e leggera nei rimandi quando scrive,  mano qui in versione  sgorbia e “cattiva” come i suoi pensieri. Diceva Valery che “quando non si può attaccare il ragionamento si attacca il ragionatore”. Sofri non fa niente di meno e di peggio, con Di Pietro, Travaglio e chiunque lasci che si riconosca nella sua prosa “giustizialista” contro i giustizialisti.
    Se debbo misurare il basso impero del Paese e della sua intellighenzia da questa retrocessione logico-stilistica di una figura rappresentativa in tantissimi sensi per ormai almeno due generazioni, mi vengono i brividi.
    Adriano, qui non c’entrano Lotta e Letta Continua, Calabresi, Craxi, Berlusconi, Ferrara, ecc. ,  e tutto il noto repertorio di cartelli esistenzial-segnaletici, ognuno ha il suo percorso. Ma di fronte alle responsabilità culturali e politiche che ti sei assunto, e che rendono una vita degna di essere vissuta, come fai a brandire proprio tu il “processo alle intenzioni” e la grossolanità dell’indistinto, voci che avviano nella direzione esattamente opposta a quella che di solito pubblicamente proponi e ti proponi? Quello che hai scritto è contro di te, non contro le raffazzonate categorie che elenchi nella fase critica di una sinistra alle prese con la sua stessa denominazione di origine incontrollata. E lo sento disperatamente contro di me, e contro chiunque ti stia ad ascoltare da un pezzo.
    Tutto ciò duole,  intellettualmente ed emotivamente, e non vedo indulti per questo. Come fare a trasformare una disperazione a rischio di pandemia, un virus da polli ma nella testa,  in una leva per pensieri meno “cattivi” e più pensati nel paese che ne ha perso l’abitudine?
     
     
     

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