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    04
    ago.
    2006

    Lettera aperta a piero marrazzo

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    Egregio Dott. Marrazzo, voglio raccontarle una storia, una di quelle che le piacevano tanto, quando, in televisione, impersonava con pervicacia il ruolo di difensore degli oppressi.

    Il 27 luglio ultimo scorso è stata probabilmente la giornata più calda di quest’anno. A Roma, sono stati registrati i 41 gradi percepiti.
    Ebbene, in tali condizioni climatiche, mentre i telegiornali raccomandavano di tenere in casa bambini e anziani, qualche decina di sventurati era stata convocata, alle 15, nel “padiglione II” dell’ex manicomio Santa Maria della Pietà, per la visita medico-legale prevista in seguito alla domanda di invalidità e/o handicap. Come è facile intuire, tali persone erano per lo più anziane, su sedie a rotelle, o deambulanti a fatica con l’aiuto di stampelle e accompagnatori.
    L’ambiente adibito a sala d’attesa era uno stretto corridoio, in cui il sole entrava implacabile da finestroni le cui veneziane, ricoperte di sporcizia e ragnatele, erano incastrate, e quindi inutilizzabili, per il lungo disuso. Al soffitto una misera ventola riusciva sì e no a spostare un po’ di polvere. Un solo bagno, per uomini e donne. Nessun cartello, né all’esterno, né all’interno, che dicesse cosa fare, dove andare. Ogni nuovo arrivato veniva istruito da chi era entrato in precedenza, e le informazioni venivano trasmesse per passa parola. (Tra l’altro il mio foglio di convocazione era stato stampato praticamente senza toner, e per decifrarlo avevo dovuto fare una fotocopia scurita).

    Impiegati entravano e uscivano continuamente dalle stanze e percorrevano instancabili i corridoi con dei pezzi di carta in mano, passando ogni volta in mezzo alle persone in attesa, stravolte e ansimanti. In realtà, sui tavoli che si intravedevano appena le porte venivano socchiuse, non c’era ombra di computer. E neppure di macchine da scrivere. E infatti gli impiegati scrivevano diligentemente con la penna, tipo “piccolo scrivano fiorentino”.
    Una volonterosa addetta alle pulizie, munita di scopa e straccio, faceva del suo meglio per pulire almeno dove non stazionava la gente. Ho sentito un’impiegata dirle: guarda che di là siamo invasi dalle formiche.

    Ma il bello doveva ancora venire. Ero lì perché mi avevano detto che questa era la prassi per la patologia “048”. Come certamente saprà, la legge 104/92 prevede, per determinate patologie, il riconoscimento di un’invalidità anche provvisoria che dà diritto ad alcune agevolazioni, come ad esempio permessi lavorativi per le visite e le terapie.

    Nello stato di quasi collasso in cui mi trovavo, dopo un’ora e mezza di attesa, sono stata finalmente ammessa alla presenza della “commissione”. Dopo un buongiorno biascicato a malapena, il “presidente” ha dato un’occhiata alla documentazione e, con un tono e un atteggiamento da santa inquisizione, ha fatto qualche domanda, tendenziosa e inutile, vista l’accuratezza dei referti medici consegnati, insinuando quasi che la situazione non fosse abbastanza grave da giustificare la presentazione della domanda, o almeno abbastanza da disturbarlo. Mi ha poi congedato frettolosamente dicendo che mi sarebbe arrivata una risposta a mezzo raccomandata in una quindicina di giorni. Infine, su mia richiesta, mi ha accordato un numero a cui telefonare per un eventuale sollecito, dicendomelo a voce senza neppure aspettare che mi munissi di carta e penna.

    Io sono una persona dotata di enorme autocontrollo, ma in tale allucinante situazione ho preferito tacere, perché altrimenti avrei detto di certo qualcosa passibile di querela.
    Ad un’amica – anche lei per la burocrazia un “codice 048” – ma facente capo ad una ASL diversa, è stata subito accordata l’esenzione dal ticket, e tutte le agevolazioni previste dalla legge 104, in uno stesso ufficio, e “a vista”. Nel mio caso, ho girato 3 uffici diversi, dislocati a grande distanza l’uno dall’altro e, per giunta, dovrei aspettare 15 giorni. Aggiungo che tutti questi uffici sono irraggiungibili telefonicamente (mi è stato candidamente spiegato che se un impiegato sta allo sportello non può anche rispondere al telefono).

    E’ evidente che esistono ASL (o settori di ASL) che funzionano e altre che non funzionano. Ma per favore, non parlatemi di mancanza di fondi. Cartelli, informazioni corrette, e umanità non costano nulla.

    Non chiedo che mi vengano accordati privilegi, non aspiro ad ottenere una pensione, e non avrei nulla da eccepire se qualcuno mi dicesse che quanto previsto dalla legge non mi spetta. Ma non tollero di essere trattata come una truffatrice, o una parassita, con il facile pretesto che di truffatori e parassiti è pieno questo paese. Un migliore controllo delle risorse è auspicabile, ma non è un mio problema: io ho già da combattere contro la malattia.

    Non mi dispiacerebbero delle scuse. Ma non desidero che il mio nome venga pubblicato per il semplice motivo che non voglio preoccupare chi, persone care, amici, e pazienti (dimenticavo: sono un medico), non sa del mio problema.
    Se qualcuno volesse contattarmi, cosa di cui sinceramente dubito, può farlo al sottoindicato indirizzo e-mail. Sarò lieta di presentarmi.

    Saluti
    codice048@yahoo.it

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