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    ott.
    2006

    Le 200 “zone morte” degli oceani: sempre di più le aree inquinate

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    da Repubblica.itL'allarme dell'Onu: fertilizzanti, scarichi navali, centrali termiche e combustibili fossili tra i colpevoli della distruzione del mareGli oceani stanno male. Oltre 200 aree con diverse dimensioni sono state dichiarate "dead zone", aree morte, luoghi della Terra in cui l'inquinamento è così elevato da uccidere i pesci o mutarne alcune caratteristiche, danneggia le forme di vita vegetale e ha ripercussioni sulle persone la cui esistenza dipende da quelle aree. E' questo il quadro dell'ultimo lavoro delle Nazioni Unite sullo stato degli oceani e che riguarda, in particolare, le aree costiere. Le fasce fortemente inquinate, che vanno da 2 a 75.000 chilometri quadrati di superficie, sono aumentate del 34% rispetto a 5 anni fa.

    La causa del fenomeno è ormai chiara agli scienziati. Un’area marina muore quando viene consumato gran parte dell’ossigeno in essa contenuta. Ciò succede per due motivi principali. Il primo si verifica quando arriva un eccesso di sostanze nutrienti, in particolare azoto e fosforo e loro composti, come conseguenza di un uso inopportuno di fertilizzanti in agricoltura e in seguito alle emissioni dai veicoli e dalle centrali termiche a combustibili fossili.

    In una cascata di effetti, queste sostanze danno modo al fitoplanton (microrganismi vegetali) di moltiplicarsi a dismisura. Poiché di fitoplancton si nutre lo zooplancton (microrganismi animali), anch’esso cresce in modo smisurato. Quando questi organismi muoiono vengono decomposti da batteri in un processo che richiede grandi quantità di ossigeno, che viene sottratto dal mare. L’altra causa che porta alla morte di un tratto di mare sono le inondazioni. Quando grandi quantità di acqua dolce arriva in mare, forma un sottile strato che galleggia su quella salata che è più densa. Ciò causa una barriera tra l’acqua dell’oceano e l’ossigeno dell’atmosfera, impedendone l’assorbimento. Per un motivo e per l’altro la maggior parte dei pesci muore o è costretta ad abbandonare l’habitat. Secondo il rapporto il fenomeno peggiorerà nel tempo, perché entro il 2030 si prevede che l’azoto che verrà scaricato in mare aumenterà del 14% rispetto al 1990. Spiega Nancy Rabalais, Direttore del Louisiana Universities Marine Consortium (Usa) che ha analizzato la ricerca dell’Onu: “Sorprende che alcune nuove “aree morte” si trovino vicino a Paesi che hanno un notevole riguardo per l’ambiente, come la Finlandia o la Gran Bretagna. Altre nuove “aree morte” sono state portate alla luce di fronte alle coste dell’Africa (in prossimità del Ghana), della Cina (vicino agli estuari del fiume Pearl e del fiume Changjiang) della Grecia, del Portogallo e dell’America Latina. Ciò che preoccupa è il fatto che negli ultimi due anni l’aumento di simili aree è cresciuto quasi esponenzialmente”. Fortunatamente non tutte le “dead zone” sono tali per tutto l’arco dell’anno. Alcune di esse ritornano ad avere una quantità di ossigeno sufficiente per la vita marina quando, ad esempio, i venti rimescolano le acque, ma per altre il fenomeno è diventato permanente. Non c’è più nulla da fare per queste zone? Spiega Rabalais: “Per fortuna il danno può essere riparato. Il Mar Morto negli anni Settanta possedeva la peggiore “dead zone” del pianeta, ma in seguito a una forte riduzione dei fertilizzanti utilizzati dall’agricoltura sulle sue sponde dopo la caduta dell’Unione Sovietica, il mare sta tornando ad avere vita. Ancora oggi è tra le aree peggiori del pianeta, ma potrebbe ritornare ad essere un mare ricco di pesci tra non più di 5 anni”. Ma se il ritorno alla vita del Mar Morto è un fatto non intenzionale le Nazioni Unite additano come esempio un’altra situazione incoraggiante: quella del Mare del Nord. Tra il 1985 e il 2000 l’azoto arrivato dal Fiume Reno è stato ridotto del 37% e il mare è ritornato ad essere vivo.
     
     

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