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    27
    ott.
    2006

    Cucu’ la gea non c’e’ piu’

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    di Marco LiguoriMesso in liquidazione il giocattolo milionario creato negli anni di vacche grasse da Alessandro Moggi e da una sfilza di figli eccellenti. Cerchiamo di vederci chiaro fra cifre e conti, con un collegio sindacale che punta i piedi e mette a verbale. La Gea World si è liquidata volontariamente lo scorso 1 agosto. Nel verbale d’assemblea del 18 luglio, che ha sancito l’ultimo atto della società dei "figli di papà" (presenti in qualità di soci, amministratori o procuratori) e ha approvato il bilancio al 31 dicembre 2005 (conclusosi con un utile di oltre 433mila euro), il presidente Alessandro Moggi spiegò che «pur essendo la società assolutamente sana, avendo svolto la propria attività nel pieno ed assoluto rispetto di ogni normativa civilistica, fiscale e regolamentare che la disciplina, per vicende esterne alla diretta attività della società, fortemente enfatizzate da tutti i media nazionali e locali, si è venuta a trovare inopinatamente in un’oggettiva difficoltà, se non impossibilità, di continuare a svolgere la propria attività». Il figlio di “Lucianone” puntò l’indice contro i mezzi d’informazione, sottolineando che «pur essendo tutte queste circostanze non imputabili, neppure in minima parte, a responsabilità della società, ma avendo le stesse creato un clima ambientale di accuse, denigrazioni e sospetti» era arrivato ormai il momento «di deliberare lo scioglimento della società, riservandosi, tuttavia, la stessa, ogni azione nei confronti di coloro che dovessero risultare responsabili di quanto prima enunciato». Dunque, secondo “Moggino” la colpa sarebbe tutta dei giornalisti “brutti e cattivi”. Ma una cospicua serie di rilievi del collegio sindacale ha evidenziato diversi problemi nella gestione della società romana.

    La prima tirata d’orecchi dei tre sindaci, Ermanno Zigiotti, Giuseppe Marsoner e Giacomo Vizzani, agli amministratori di Gea World concerne l’organizzazione societaria. «A tale riguardo si comunica che nella riunione del Consiglio di amministrazione del 12 novembre 2004 – viene precisato nella relazione del collegio sindacale allegata al bilancio a tutto il 31 dicembre 2005 – il Collegio sindacale aveva richiesto agli amministratori, che ne avevano assunto formale impegno, di pervenire quanto prima ad una più efficace ed efficiente struttura organizzativa e dell’assetto amministrativo-contabile della società». Ma i sindaci hanno notato che ciò non è stato compiuto. «Ad oggi deve constatarsi che – proseguono i tre professionisti – nonostante lo sforzo profuso dalla direzione aziendale e volto al miglioramento dell’operatività, le procedure interne dell’area amministrativa non si mostrano del tutto adeguate alle esigenze poste dall’accresciuta attività aziendale e necessitano pertanto di ulteriori miglioramenti». Inoltre, il collegio rileva che la Gea «nell’ultimo quadrimestre dell’esercizio 2005 e nei primi mesi dell’esercizio 2006 ha effettuato pagamenti a titolo di compensi agli amministratori ed a parti correlate». Per queste ultime i versamenti riguardano «spettanze maturate per prestazioni relative al “ramo procure” e riferite ad esercizi anteriori al 2005». I pagamenti erano dovuti da tempo dalla Gea e «sono stati oggetto di richiami d’informativa – si legge sempre nella relazione – indirizzati dal Collegio sindacale agli amministratori, esortandoli a procedere nel rispetto dell’equilibrio finanziario complessivo della società e del principio di parità di trattamento dei creditori».
    ALLARME ROSSO
    Nella loro relazione i sindaci lanciano un “allarme rosso” riguardante i cospicui «crediti nei confronti di calciatori e società calcistiche» vantati dalla Gea. Alla fine dello scorso anno questa voce (registrata come crediti verso clienti) ammontava a 3,87 milioni di euro, tutti esigibili entro l’esercizio successivo, in crescita del 21,6 per cento rispetto ai 3,17 del 2004 e pari a poco meno della metà dei ricavi della società nel 2005 (6,6 milioni). I crediti verso clienti erano esplosi già a cavallo tra il primo e il secondo anno di attività della società: nel 2001 ammontavano a 699 euro, nel 2002 avevano raggiunto la ragguardevole cifra di 1,93 milioni. Nel 2003 la voce si era assottigliata di circa 116mila euro, attestandosi a 1,8 milioni. Nel 2004 avvenne il secondo boom dei crediti esigibili nei confronti di giocatori e società di calcio: il totale raggiunse appunto i 3,17 milioni con un incremento del 75,3 per cento rispetto all’anno precedente. Riguardo alla sostanziosa somma da riscuotere al 31 dicembre scorso, il collegio sindacale sottolinea che si doveva considerare «la difficile situazione economico-finanziaria che caratterizza l’intero settore del calcio professionistico ed il significativo rallentamento dell’attività aziendale a seguito delle note vicende giudiziarie».
    Ma i tre “controllori” lanciarono anche un monito: «Ove la società nel breve termine – si legge ancora nella relazione del collegio – non riuscisse ad incassare una congrua parte dei crediti verso clienti non sarà in grado di fronteggiare con fondi propri le uscite programmate». I sindaci sottolinearono anche che nel caso in cui non fossero stati recuperati i crediti «per garantire la continuità aziendale, dovrà farsi ricorso all’indebitamento bancario e/o all’apporto degli azionisti, poiché il problematico incasso dei crediti potrebbe generare difficoltà nel puntuale adempimento dei debiti verso fornitori e tributari». Chi siano i debitori della Gea non è dato saperlo: in tutti i bilanci dal 2001 sino al 2005 non sono menzionati nomi di calciatori e di società. Di sicuro la Juventus, dove fino allo scorso maggio era direttore generale Luciano Moggi, non è presente nella “lista nera” di chi deve danari alla società di procuratori: infatti, stando ai bilanci 2002/03, 2003/2004 e 2004/2005 del club bianconero, la “galassia Gea” (ossia la Gea World e la sua controllante Football Management) ha introitato una cifra superiore ai 2,8 milioni. Sul fronte dei debiti, Gea ne aveva 2,7 milioni il 31 dicembre scorso, contro i 2,6 dell’anno precedente. Di questi, 1,95 milioni erano somme dovute ai fornitori (1,84 milioni nel 2004), mentre 552 mila dovevano essere versati al fisco (47mila euro nel 2004).
    PARMALAT CONNECTION
    Nel documento contabile si scopre anche che la Gea è stata vittima del crack Parmalat. Nella nota integrativa redatta dal consiglio di amministrazione, alla voce “altre partecipazioni” (inserite nelle attività che non costituiscono immobilizzazioni) si nota una somma pari a 6252 euro. «Trattasi della partecipazione e warrant della Parmalat spa – si legge nel documento del cda – assegnati alla Gea World per conversione dei crediti da essa vantati, già svalutati in precedenti esercizi». Molto probabilmente, la società romana aveva investito in obbligazioni Parmalat: in seguito ha aderito al piano predisposto dal commissario straordinario della società emiliana, Enrico Bondi, che ha convertito le cifre investite nelle obbligazioni in propri warrant e nuove azioni.
    Alla Gea è quindi andata bene: se l’investimento fosse stato effettuato in azioni della Parmalat caduta in dissesto finanziario, sarebbe finito inesorabilmente in fumo. E a proposito dei crediti da vantati e svalutati in precedenti esercizi, in questi ultimi non c’è traccia delle somme impiegate in obbligazioni Parmalat: non sono state specificate neppure di quali tipo di emissione si tratta. Per capire la motivazione del coinvolgimento della Gea in Parmalat bisogna fare un passo indietro. Più precisamente, dobbiamo ritornare a fine 2003, prima del mutamento nella composizione dell’azionariato Gea: per una curiosa coincidenza, il dissesto Parmalat fu scoperto in seguito, nel dicembre di quell’anno. La società romana era posseduta al 45% dalla General Athletic e al 45% dalla Football Management; il 10% era di Riccardo Calleri. Nella prima controllante erano azionisti, ciascuno al 20%, Andrea Cragnotti (figlio di Sergio, ex patron Cirio, anch’essa colpita da un crack finanziario alla fine del 2002), Chiara Geronzi (figlia di Cesare, presidente di Capitalia) e, soprattutto, Francesca Tanzi (figlia di Calisto, ex patron Parmalat). Il 40% era in mano a Romafides, la fiduciaria appartenente proprio al gruppo Capitalia. In un’interpellanza parlamentare di due senatori della Lega Nord, Piergiorgio Stiffoni e Francesco Tirelli, si avanzava il dubbio che dietro lo schermo della fiduciaria ci fosse Luigi Carraro, figlio di Franco Carraro, ex presidente della Federcalcio. Proprio alla fine del 2003 Romafides scomparve assieme a Francesca Tanzi e Andrea Cragnotti: subentrarono Giuseppe De Mita, figlio di Ciriaco, “notabile” della Margherita, e Oreste Luciani, all’epoca in affari con la famiglia Tanzi.
    Per li rami della Lazio
    Lo scorso venerdì 29 settembre, primo giorno di sciopero dei giornalisti, la Lazio ha compiuto la sua ennesima “magia”. In quella data la società romana, quotata a Piazza Affari, ha riportato in un comunicato che «ha conferito alla SS Lazio Marketing & Communication spa, interamente partecipata, il ramo di azienda commerciale». La nota prosegue spiegando che «il valore del conferimento è stato determinato in euro 95,36 milioni dall’esperto appositamente nominato dal Tribunale». Secondo il club biancoceleste «l’iniziativa è stata determinata dall’esigenza di realizzare una gestione dedicata e non condizionata dalle attività sportive, onde consentire con la compartecipazione di partners altamente specializzati, una maggiore efficienza ed efficacia nella crescita e lo sviluppo di nuove aree di business collegate al “brand Lazio”». Tradotto dal linguaggio delle comunicazioni al mercato, significa che l’operazione ufficialmente ha motivazioni commerciali. Tuttavia guardando il bilancio della società di Claudio Lotito al 30 giugno scorso (approvato il 28 settembre) si nota che sono presenti le perdite derivanti dall’azzeramento degli «oneri pluriennali ex D. L. 282/2002», ossia quelli derivati dalla cancellazione, decretata dall’Ue, del decreto cosiddetto “Salva calcio”. Ciò comporta una passività di ben 127,7 milioni che la società dovrà azzerare entro il 30 giugno 2007. I 95,36 milioni derivanti dalla cessione del ramo di azienda commerciale servono ad attenuare questo “buco”: restano ancora 32,3 milioni da recuperare. Ma sull’operazione pende un dubbio giuridico.
    «La Lazio ha ceduto a una società – spiega l’avvocato Domenico Latino – da essa controllata al 100%. Ciò può configurare il meccanismo della stipula del contratto con se stesso, che è praticamente nullo». Dunque la validità giuridica dell’operazione sarebbe tutta da verificare. Un qualcosa di analogo ha fatto il Milan che ha conferito un suo ramo d’azienda alla sua controllata al 100% Milan Entertainment con una pluvalenza di oltre 181,3 milioni. Anche il Milan aveva bisogno di ripianare il passivo derivante dal “Salva calcio”. Sulla cessione effettuata dalla Lazio pende anche un altro dubbio. Stando sempre al bilancio al 30 giugno, la SS Lazio Marketing & Communication aveva un patrimonio pari ad appena 120mila euro, il minimo legale. Nel comunicato ufficiale non è stato spiegato come abbia potuto sostenere il notevole esborso di oltre 95 milioni. La Voce della Campania ha contattato il membro del consiglio di gestione, Marco Moschini, ma è stato riferito che «non rilascia interviste, né dichiarazioni». Invece, sul fronte dell’indebitamento pregresso, al 31 agosto scorso la Lazio ha fatto registrare un rosso di 157,23 milioni, in aumento dai precedenti 143,15 del 31 luglio. Infine, a pagina 21 del bilancio firmato dal presidente del consiglio di gestione, Claudio Lotito, si nota una piccola “perla” grammaticale. Si legge infatti che «il progetto di bilancio al 30 giugno 2006 chiude con un’utile di euro 2.078.705». Insomma, il termine “utile” da maschile è diventato femminile: ma, come evidenziato dal testo, il bilancio è solo allo stadio di progetto. E i progetti, si sa, si possono correggere. (Ma. Lig.)  
    Juve, il trucco dello stadio
    La Juventus ha detto addio ai suoi progetti immobiliari. Sarà infatti ceduta la Campi di Vinovo spa, proprietaria dei terreni dove sorgerà il centro commerciale Mondo Juve, e sarà rivisto il progetto per il Delle Alpi. Proprio a proposito dello stadio, alla fine dello scorso settembre il neoamministratore delegato Jean Claude Blanc ha affermato che «il Delle Alpi rimarrà così come è nelle sue linee architettoniche attuali e la capienza scenderà dagli attuali 66-67 mila posti a 50 mila per adeguarlo alle nuove norme di sicurezza del decreto Pisanu e dell’Uefa», ovvero in tempo per gli europei del 2012. Il manager ha spiegato che la bocciatura del progetto dell’ex amministratore delegato Antonio Giraudo (riduzione dello stadio Delle Alpi a 35mila posti e apertura di un centro commerciale, un cinema multisala, un museo e la sede della società bianconera) è stata motivata dagli alti costi pari a 100-150 milioni di euro. Il nuovo progetto ne costerà invece 18. Circa i motivi dell’addio al vecchio progetto, Blanc ha spiegato: «abbiamo messo mano ai conti e ci siamo accorti che erano insostenibili, proibitivi, a maggior ragione ora con la squadra in B». Insomma, solo dopo le dimissioni di Giraudo la dirigenza juventina e l’azionista di riferimento Ifil si sono accorti che il progetto Delle Alpi non era finanziariamente attuabile. E adesso chi lo dice ai risparmiatori, i quali aderirono al collocamento in Piazza Affari, che alla fine dello scorso settembre stanno perdendo oltre il 51 per cento dal valore pagato allora di 3,70 euro?
    Eppure nel prospetto informativo per la quotazione si evidenziava che i progetti Delle Alpi e Mondo Juve erano strategici e rappresentavano il motivo per cui venivano chiesti soldi al mercato. Infatti, al paragrafo «strategie e programmi futuri» del documento si legge che «la società mira a incrementare e diversificare i propri ricavi e ad ulteriormente accrescere la propria redditività rendendola nel contempo meno sensibile all’andamento dei risultati sportivi». In quello, poi, sulla «diversificazione dei ricavi» sono spiegati agli investitori i due programmi per la ristrutturazione del Delle Alpi e l’iter amministrativo per l’edificazione di Mondo Juve. Il comune di Torino firmò con la Juve nel luglio 2003 la convenzione con cui lo stadio era concesso in diritto di superficie al club bianconero per 99 anni. Il prezzo convenuto fu un regalo: 25 milioni di euro complessivi su 54mila metri quadri di superficie edificabile, pari a 252.525 euro annui, cioè 4,68 euro al metro quadrato. Non male se si pensa che tre anni fa a Torino occupare il suolo pubblico con un banco per la vendita di fiori costava annualmente in media 76,65 euro al metro quadrato. Ma adesso la Juve ha abbandonato il vecchio progetto: si è accontentata di dividere l’Olimpico (nuovo nome del vecchio Comunale) con il Torino, pagando un affitto al Comune di 200mila euro più Iva per le stagioni 2006-2007 e 2007-2008. Considerato che i lavori al Delle Alpi inizieranno nel giugno 2007 e termineranno nel 2010, Blanc spiega che in caso di ritardi si studierà con il Comune la possibilità di riutilizzare l’Olimpico. Ovviamente, la società bianconera continua a pagare le rate per il Delle Alpi: ma gestisce assieme a quella granata la ricca torta della pubblicità dell’impianto di Corso Sebastopoli. La ciliegina sulla torta riguarda il controvalore azionario per la Campi di Vinovo. Stando alla trimestrale al 30 giugno scorso della Juve, il 70% circa della società sarà ceduto alla Costruzioni Generali Gilardi per 37,6 milioni in due tranche. Nel giugno 2003 per il 27,2% della Campi fu stabilito che la CGG pagasse un prezzo analogo (37,3 milioni). Insomma, la società si è svalutata di circa il 57% in tre anni. Piccolo particolare: stando alle visure della camera di commercio, Giraudo è presidente e resterà in carica «fino all’approvazione del bilancio al 30/6/2006».
    Probabilmente – trapela in ambienti pallonari torinesi – la Juve ha abbandonato i due progetti immobiliari non solo per i costi elevati di realizzazione, entrambi stimati in oltre 250 milioni di euro, ma anche perché la loro manutenzione avrebbe comportato spese molto cospicue. E pazienza se i risparmiatori hanno investito su progetti dai costi esorbitanti: in Borsa, si sa, il rischio è sovrano.

    da  La Voce della Campania 
     
     

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