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    04
    dic.
    2006

    Ciad: il rischio di un nuovo darfur

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    da www.geopolitica.infoL´Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha esortato la comunità internazionale a intervenire con urgenzaNon cessano le violenze nel Ciad orientale: una situazione sempre più drammatica ha portato il governo a proclamare lo stato d’emergenza, imponendo un immediato divieto di porto di armi illegali nelle regioni orientali e nella capitale N´Djamena, dove sono state decise anche restrizioni alla stampa privata che diversi organismi internazionali di difesa hanno denunciato come una sorta di “censura”. Il governo ha dotato di ampi poteri alti funzionari locali nelle tre regioni interessate dal conflitto: Ouaddaï, Wadi Fira (ex-Biltine) e Salamat. L’opposizione politica ha denunciato la messa in atto di misure “sproporzionate”. Secondo N´Djamena, al contrario, lo scenario che si presenta nell’est del paese è una “trasposizione del conflitto in Darfur”, la confinante regione sudanese occidentale teatro di scontri e violenze dal febbraio 2003. Non è quindi una coincidenza che le violenze che nelle ultime settimane hanno provocato l’incendio di numerosi villaggi, la distruzione di granai, la fuga di migliaia di persone e l’uccisione di oltre 220 civili, presentino caratteristiche molto simili a quelle del vicino Darfur.

    Le testimonianze dei fuggitivi si somigliano in modo impressionante: gli aggressori, che talvolta indossano divise militari, sono quasi sempre identificati come appartenenti all´etnia araba e sono spesso conosciuti personalmente dalle vittime (a volte vicini con cui hanno convissuto per generazioni). Sono per lo più armati di sciabole o di mitragliatori Kalashnikov e si spostano a cavallo, cammello o a bordo di camion. Di fatto, la porosa frontiera è abitata da etnie simili da una parte e dall’altra, spesso protagoniste di scontri per il controllo del bestiame, dell’acqua, dei pascoli, e di conflitti tra nomadi e sedentari. Gli attacchi dei villaggi nelle regioni di Ouaddaï, Wadi Fira e Salamat sono una nuova spina nel fianco del presidente Idriss Déby, che è stato già alle prese con una rivolta armata la scorsa primavera e con un’ondata di defezioni nel suo entourage. Alcuni suoi detrattori lo accusano di strumentalizzare i conflitti locali a suo vantaggio e di servirsi di ciò che accade lungo il confine con il Sudan per distogliere l’attenzione dalle critiche contro l’esecutivo.
    L´Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) ha esortato la comunità internazionale a intervenire con urgenza e in modo articolato nel paese africano per contribuire a proteggere centinaia di migliaia di civili ciadiani e rifugiati sudanesi, nonché‚ gli operatori umanitari impegnati nella loro assistenza. A causa degli attacchi dell´ultimo anno, gli sfollati nel Ciad orientale sono circa 68.000 e soltanto dall´inizio di novembre, circa 5.000 ciadiani sono arrivati in un insediamento di rifugiati ad Habile, 45 chilometri a sud-est di Goz Beida, dove l’Unhcr sta effettuando un censimento. La capacità di accoglienza dell´ospedale locale è al limite con l´arrivo negli ultimi giorni di circa settanta feriti: non ci sono letti a sufficienza e molti pazienti si stanno riprendendo da ferite anche gravi distesi su stuoie sotto gli alberi circostanti.
    Nel tentativo di alleviare la situazione, il personale Onu ha allestito una decina di tende come improvvisati ambulatori medici a fianco dell’ospedale, anche altre agenzie hanno messo a disposizione aiuti umanitari e medicine. Al campo di sfollati di Habile, il Fondo delle Nazioni Unite per l´Infanzia (Unicef) e i suoi partner hanno installato nuovi punti d´approvvigionamento d´acqua potabile e costruito nuove latrine per gli ultimi arrivi. Alcune persone hanno avuto il tempo di raccogliere i propri beni e di intraprendere il lungo viaggio a piedi o a dorso di asino fino nei pressi della città di Goz Beida. Altri si sono trovati nell´attacco e sono arrivati in città solo con i vestiti che avevano addosso. Alcuni sfollati corrono il rischio di tornare in giornata nei propri villaggi dati alle fiamme per raccogliere ciò che può essere recuperato dalla cenere.
    A causa del deteriorarsi della situazione, gli abitanti dei villaggi di Kerfi e Bandicao (rispettivamente 45 e 80 chilometri a sud di Goz Beida), hanno avvertito le agenzie umanitarie che non è sicuro inviare ambulanze per evacuare i feriti, perché‚ la zona è circondata da uomini armati. Per questa ragione pochi giorni fa sono state nuovamente dispiegate le forze governative per trasportare i feriti all´ospedale della città di Goz Beida. Nell’emergenza pesa certamente la mancata applicazione della risoluzione 1706 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che nel mese di agosto aveva sollecitato il dispiegamento di caschi blu in Ciad e nella confinante Repubblica Centrafricana.
    Marco Cochi
     
     

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