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    08
    dic.
    2006

    Ambiente. diga ancipa, cassazione conferma corruzione. legambiente: “demolire l’ecomostro”

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    da HelpConsumatori.itLa diga siciliana dell'Ancipa, gigantesca opera abusiva costata oltre 400 miliardi di lire, è stata frutto di tangenti e corruzione. Lo ha stabilito la VI sezione penale della Corte di Cassazione, ponendo fine ad uno dei più rilevanti eco-scandali della regione. Ora che sono state determinate definitivamente le responsabilità, l'associazione Legambiente chiede che sia abbattuto l'ecomostro, che da anni deturpa il il paesaggio del Parco dei Nebrodi al confine tra le province di Enna e Messina. I condannati, tra cui l’ex ministro repubblicano Aristide Gunnella e l’ex presidente degli acquedotti siciliani Ninni Aricò, dovranno risarcire lo Stato Italiano per le somme spese per la realizzazione dell'illecita opera pubblica.

    L’inchiesta è scattata 14 anni fa. “La nostra associazione – ha dichiarato il presidente regionale di Legambiente Mimmo Fontana – intuì già nell’89 quello che oggi è sotto gli occhi di tutti e cioè che in Sicilia una parte significativa di opere idriche è stata decisa da comitati d’affari non per risolvere la sete dei siciliani, ma per realizzare abbuffate affaristiche. Va ricordato che i tre lotti dell’ANCIPA dovevano costare allo Stato Italiano oltre 400 miliardi di vecchie lire, di cui alcune decine di miliardi spesi per le opere ritenute abusive dalla Cassazione e che ora dovranno essere demolite”.Ecco in breve la vicenda giudiziaria che ha condotto alla sentenza della Suprema Corte. Il 18 dicembre 2005 la Corte d’Appello di Caltanissetta aveva condannato per il reato di corruzione aggravata l’ex ministro repubblicano Aristide Gunnella e l’ex presidente dell’Ente Acquedotti Siciliani Ninni Aricò, il primo a 2 anni di reclusione ed il secondo a 3 anni. La Corte d’Appello aveva inoltre condannato lo stesso Aricò e il procuratore speciale dell’impresa Lodigiani Vincenzo Lizier per il reato di falso ideologico, commesso approvando due perizie di variante false per l’importo complessivo di oltre 20 miliardi di lire. Ieri la Suprema Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi degli imputati, confermando le conclusioni cui era pervenuta la Corte d’Appello, e quindi ha dichiarato la prescrizione dei reati medesimi. La Cassazione ha poi condannato gli imputati – ed è questo un aspetto fondamentale – al risarcimento, nei confronti dello Stato Italiano, delle somme spese con la realizzazione delle opere pubbliche abusive, destinate alla demolizione.La Cassazione ha anche respinto il ricorso dell’imprenditore Vincenzo Lodigiani, per il quale era stata dichiarata la prescrizione per il reato di corruzione da parte della Corte d’Appello: per la Suprema Corte, quindi, anche Lodigiani è responsabile e lo Stato potrà richiedergli i danni. I condannati Aricò e Lizier sono stati invece assolti, unitamente all’ingegner Luigi Rendo (l’unico ad uscire soddisfatto del giudizio della Cassazione), per il reato di falso relativo ad alcuni stati di avanzamento dei lavori, reato per cui la Corte d’Appello aveva invece disposto condanna. “Abbiamo contribuito – ha affermato Giuseppe Arnone, che nell’89 (unitamente ad Angelo Di Marca) denunziò gli abusi e nei 3 Gradi di Giudizio ha rappresentato Legambiente – a fare emergere la verità, impedendo ulteriori scempi ambientali. L’intera opera pubblica non solo era abusiva, ma anche inutile e devastante per l’intero ecosistema del fiume Simeto e del Parco dei Nebrodi. Ora il prossimo passo è quello dell’immediata demolizione dell’ecomostro”.

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