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    18
    dic.
    2006

    Indovina chi sono

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    da l'Unità di domenica 17 dicembre 2006Perché questa nota esca non firmata lo sapete: è in corso un’altra tornata di scioperi delle firme sui quotidiani come forma di protesta e sensibilizzazione per un contratto nazionale non firmato (sic!!!) dagli editori da quasi due anni. Quello che non sapete è però chi sono io che scrivo: e il primo livello di curiosità si potrebbe ridurre a questo indovinello peraltro di stretto respiro. Potreste però fregarvene,e valutare semplicemente solo ciò che è scritto in queste righe.Ma se fosse così, avrebbe poco senso lo sciopero delle firme, perché non vi toccherebbe minimamente. Ai giornali inglesi, infatti, con in testa l’Economist, non verrebbe mai in mente questa forma di “lotta”, essendo per tradizione per lo più pensati senza firma, se non nei commenti.

    Nei paraggi di questo indovinello, dunque,non c’è forse un serio problema di sostanza?Per alcuni che di questa questione,avvicinabile al famoso paradosso di Epimenide sia pure applicato e interpretato (“Tutti i cretesi sono bugiardi,ed io sono di Creta”),hanno approfondito i risvolti,vedi Ottone su Repubblica e Eco sull’Espresso con articoli e commenti comunque firmati e/o corredati da fotografia,la risposta parrebbe senz’altro affermativa.
    Fatto salvo cioè lo sciopero,lo scandalo di un contratto ancora sospeso,la cattiva fede degli editori,gli aspetti politici della vicenda ecc.,questa astensione dalla firma rappresenta la punta di un iceberg.Per Ottone,velista provetto,saremmo di fronte a “giornali indecifrabili”,abituati come siamo alla “personalizzazione” degli articoli e del rapporto tra estensore e lettore,quasi sub specie letteraria.Sub specie letteraria?Mah…Forse Ottone,che pure aveva avuto a che fare con Pasolini,con l’età è diventato di bocca buona o buonissima,ormai vicino al fast food,al commento Mc Donald’s.E comunque l’idea che questo rapporto sia ormai imprescindibile e in qualche modo aperto e chiuso,quasi criptato, una sorta di Matrix della comunicazione,riduce la faccenda-quotidiani a una rete di addetti ai lavori.Teniamoci quelli,tanti o pochi che siano,finché durano, conclude grosso modo Ottone.
    Umberto Eco è più giovane e più vispo,più semiologo insomma,e batte quindi, invece, su che cosa siano diventati i giornali nell’epoca delle nuove tecnologie,e della polverizzazione mediatica delle notizie.Da un sms ormai arriva tutto e di tutto,o quasi,e in tempo reale,più rapido della radio,più istantaneo della tv.Che cosa chiedere dunque a un quotidiano se non di “fasciare di opinioni i fatti”?Così che quindi un giornale che pratichi lo sciopero delle firme sostanzialmente per Eco “diventa muto”.Che ne conclude che tale forma di protesta urlando o urlicchiando il proprio silenzio “a qualcosa serve”.
    Benone.Immagino che “his freta” la Federazione della Stampa stia pensando allo sciopero delle firme radiofoniche e televisive,così che l’indovinello di cui sopra si rivolga alle voci.Più facile per la radio.Per la tv più ingegnosamente bisognerebbe oscurare i volti.Salirebbe la temperatura del confronto.Vespa senza faccia…Bah.
    Tutto ciò però concerne ancora il pur importantissimo livello dell’acqua,di emersione del problema-stampa-in-Italia, del conflitto sindacale irrisolto. L’iceberg visibile,insomma,che come è noto è pero solo una parte ristretta della massa di ghiaccio.Da non speronare per non affondare,per carità,e quindi ben venga se funziona questa congiuntura di protesta.Ma sarebbe un delitto almeno nautico se in questa occasione non si procedesse a una revisione di tutta la cartografia.
    Uscendo dalle metafore polari,è sacrosanto difendere con tutti i mezzi sia l’occupazione che la possibilità di occupazione,la cui crisi profonda è ben chiara,in un contesto politico-economico che sta dicendo con forza che dell’informazione intesa nel suo senso migliore e primigenio fa o farebbe volentieri a meno.Questo per oggi.Ma per domani? Terremo conto,per esempio,delle osservazioni più su menzionate?
    Hanno senso giornali autoreferenziali che nessuno o quasi legge,per dirla con un Ottone vulgato nel peggio? E’ possibile che il monopolio delle notizie sui fatti venga lasciato ai new-media,che vendono per costituzione imprenditoriale un altro tipo di prodotto,appunto degli oggetti materiali che forniscono un genere immateriale,per dirla con Eco tirando il filo del discorso un po’ più avanti?
    Se l’informazione è ormai un ostaggio di altre logiche e di altri poteri,come sempre è stato ma oggi è elevato al cubo proprio perché le nuove tecnologie hanno impresso un’accelerazione mai avuta prima,il problema è certamente il contratto,ma soltanto esso o quello che rappresenta in funzione di? E in funziona di che cosa? Degli occupati? Dei precari? Dell’indipendenza dei giornalisti? Della figura del direttore? Del senso complessivo dell’informazione, della pubblicità, della comunicazione? Eccetera eccetera.
    Dei giornalisti si diceva una volta che nell’impossibilità di fermare il tempo,almeno lo firmavano.Per il futuro ci si dovrebbe domandare,una volta siglato un contratto la cui storia è diventata una pubblica storiaccia dal momento che gli editori lo brandiscono come una mazza ferrata per minacciare la categoria disarmandola dei suoi valori costitutivi e costituzionali,chi siamo o chi siamo diventati,in tempi di eclatanti mutazioni antropologico-culturali di questo mestiere e dei suoi praticanti.
    Perché se è vero che sono quasi solo le firme di un giornale a garantire del prodotto/servizio che esso rende, rovesciando psicologicamente il rapporto tra contenitore e contenuto, forse siamo proprio al capolinea e si impone una generale riflessione. Firmato: Epimenide.
     
     

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