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    24
    apr.
    2007

    Ma che cos’è davvero il pd?

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    Non sono affatto pregiudizialmente contro il nascente Partito Democratico. Anzi. Nella mia asfissiata impoliticità, non avendo personalmente rendite di posizione da difendere né quote di mercato elettorale da conquistare, sarei piuttosto tendenzialmente a favore. Anche onomatopeicamente:  suona bene, ha già una storia dietro sia pure ahimé di altri. E a confortarmi in questo senso, più che tesori e tesoretti, delfini e delfinucci, congressoni e congressetti, lacrime e lacrimucce (si è messo a piangere in fila con toni di commovente autenticità perfino Moratti per lo scudetto dell’Inter, nel Reality Italia…), ci ha pensato il cinema. Nei giorni scorsi, infatti, due volte ho rimuginato sul futuro Pd, il presente Ds-Margherita e i partiti passati, prima vedendo “Le vitedegli altri”, il pluripremiato film sulla Germania Est e sulla Stasi, i servizi segreti di Hoenecker, e poi in visione privata un film spagnolo a giorni nelle sale, ”Salvador, 26 anni contro”, sull’ultima condanna a morte sotto il regime franchista. Film di atmosfere, entrambi, il secondo naturalmente mirato sull’obbrobrio della pena di morte nel caso esemplificato dalle squisitezze medievali della garrota. In quel periodo, cioè l’inverno 1973-74, vivevo e studiavo (Historia de America) a Madrid. Il giorno fatale, alla stessa ora, ero in una cafeteria a cento metri in linea d’aria da dove saltò in aria oltrepassando un palazzo l’automobile con a bordo Carrero Blanco nell’attentato dell’Eta che forse davvero indirettamente decise di quell’ultima condanna a morte di Salvador Puig Antich, il giovane catalano protagonista del film. Per dire che quell’atmosfera non solo me la ricordo, ma in un attimo me la risento addosso. E non ho quindi tanta difficoltà neppure a immaginarmi una decina d’anni dopo a Berlino Est.

    Ma che c’entrano due climi politici diversi eppure complementari nel loro totalitarismo illiberale con il Partito Democratico di Fassino e Rutelli, Prodi e D’Alema, Veltroni e Marini e via a scalare? Forse c’entrano al contrario, ma utilmente. Inizialmente mi sono detto con aria di rimprovero:  di fronte a quei periodi di vera sofferenza e mancanza d’aria, posso star qui a storcere il naso sulle difficoltà e/o contraddizioni di un Partito Democratico che sta per prendere il mare? Ringraziamo Iddio (entità che oggi sembra unire più che dividere anche in questa convenzionale sinistra in luogo di un superato Comitato Centrale…) che possiamo discutere in decente libertà di temi, problemi questioni quasi come se fossimo in una democrazia vera e matura. Potrei dunque fermarmi qui, e fare semplicemente gli auguri al Neonato. Ma un minimo di storia mi ricorda che sia in Spagna che in Germania c’era qualcosa di tendenzialmente democratico o di meno antidemocratico anche prima di Franco e della Stasi. Che quindi la democrazia è un criterio relativo, un bene da difendere, un contenitore da riempire di senso, uno stato in cui versare per delle persone, delle teste e dei voti tanto per citare una formula in voga. Un qualcosa di vivo, un organismo che si sviluppa ma che può indietreggiare, non solo avanzare. Il minimo che debbo all’idea di PD cui emotivamente volentieri mi affiderei è allora il considerarla attentamente, analizzarla, guardarci dentro per vedere che cosa contiene, storicizzando il tutto anche un pochino e contestualizzando invece pienamente. Per esempio, realtà circostante e congressi recenti di partito ci dicono con una chiarezza se è possibile ancora più eclatante che in passato che l’Italia è, resta, sta diventando ancora di più un paese berluscocentrico. Non c’è bisogno credo di esemplificare come e perché. Lo hanno già fatto tutti gli attori sul palcoscenico e le telecamere dei tg. Di qui la domanda:  non è più un temibile Caimano, il plutocrate Silvio certamente il migliore dei Berlusconi possibili se viene preso a misura della sua idea di politica, di economia, di economia politica? Non c’è più quella palude dove sguazzava prima dell’aprile 2006? E’ stata bonificata senza che ce ne accorgessimo? Può darsi: ma perché non ci spiegano meglio che cosa è successo?  Ancora:  nessuno parla più del berlusconismo come stile di vita, così discusso a sinistra nell’ultima legislatura. Perché? Ne sono stati accettati tacitamente i valori/disvalori?  Ce lo dicano, contribuiranno al formarsi di una nuova identità dell’opinione pubblica, davvero in questo caso muovendo le coscienze in tutto l’arco politico quanto e di più di quello che (nota giustamente Fassino) può avvenire per i partiti in termini di politica politicante. A sinistra forse si ritroverebbero, a destra si conforterebbero, al centro ci sguazzerebbero. L’intiero paese godrebbe di una stagione complessiva di consapevolezza che manca da troppo tempo. Dunque il Partito Democratico nasce berlusconiano in una palude bonificata? Bene. Siamo già ben dentro il contenuto di un contenitore. Proseguiamo. Bonifica (supposta) e berlusconismo (acquisito) a parte, la voce “socialismo” ha ancora diritto di cittadinanza e se sì come, in che misura, con che finalità? Non facciamo i furbetti con Craxi e il Pantheon, andiamo al nocciolo duro di che cosa significa una visione del mondo socialista, assai più che una collocazione continentale nel PSE peraltro già divergente nell’entità da battezzare, in ciò una specie di Giano bifronte ma opposto. E i Dico? I due partiti sono d’accordo?  Pare di no. L’unica cosa certa in un campo così delicato e non politologico, che tocca immediatamente la vita di molti, è che nel frattempo la scena è stata occupata dalla pubblicità dell’omonimo Discount Nazionale, un Dico che forse ha a che vedere con il berlusconismo. E la società civile, esaltata dalle primarie di ottobre 2005? Che valore ha per Ds e Margherita? Lo stesso, di più, di meno? E come intendono al plurale, o intende al singolare il Neonato,  valorizzare queste risorse? E’ vero oppure no che sono tutti d’accordo solo sull’evitare che con la nuova legge elettorale, la bozza Chiti, il rischio referendum ecc. , ricompaiano quelle preferenze e l’impossibilità di candidarsi dappertutto che vanno in direzione delle primarie e che invece tutto l’apparato vuole sfuggire come la peste? Insomma, quale immediato futuro c’è nella culla del PD? E già che ci siamo, quale idea del passato? Qui mi preme assai più quello dei DS che quello della Margherita. Con tutto il rispetto, politicamente ed elettoralmente la Margherita era già un accrocco, magari fenomenale, ma un accrocco. I Ds no, avevano una storia più riconoscibile, tormentata ma precisa. Sono stati fatti tutti i conti con questa storia? Ne sono certi i vertici e la base? Scomparire e fondersi non è esattamente come cambiare nome allo stesso raggruppamento, pur quasi con le stesse persone. Perché vedete, questa è un’epoca davvero speciale nell’aver azzerato con successo per gli italiani contemporanei e in primis per le “generazioni videomusic” i valori fondanti di questo paese, l’antifascismo, la democrazia com’era intesa, e,  già che ci siamo,  in odore di 25 aprile la Resistenza. Erano contenuti in un contenitore. Adesso che cambia il contenitore, quali sono i contenuti e soprattutto perché sono cambiati se sono cambiati? E davvero si è certi che siano cambiati in meglio? Non si confonde l’idea di libertà con quella di un liberismo nel quale certamente si ritroveranno a pieno agio i grandi sponsor economici del Neonato? E il denaro per il denaro, il successo elettorale per il successo elettorale, l’identificazione dei mezzi con i fini sono voci della “crescita necessaria di un paese come l’Italia”? Ne siamo sicuri, ne abbiamo parlato abbastanza, è stato predicato bene, certo,  ma come si è razzolato nei comportamenti? Occhio a contenitori a rischio di contenuti insufficienti. Al vuoto dentro che poi storicamente qualcuno tenta di occupare in altro modo. Basta andare al cinema per rendersi conto dei pericoli che si corrono, anche se a parole la direzione imboccata oggi vorrebbe e parrebbe essere quella contraria a un’idea di regime (ma intanto Berlusconi osserva e non piange più di tanto, è un Caimano mica un coccodrillo…). O.B.

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    margherirosa .
    Nelle scorse settimane in Basilicata, a Potenza, il Congresso della Margherita, che a suo dire è pure proiettata in toto verso il Partito democratico; e Salvatore Margiotta, neo-eletto deputato, segretario uscente, del partito, in un clima-spettacolare o addirittura quasi avveniristico [con tanto di mozione unica, e per un passaggio di consegne alla nuova dirigenza], ne ha approfittato per dire alcune cose abbastanza critiche circa la politica [in lucania-bizantinia]: per la Regione che definisce “lenta”; per il suo partito con % elettorali bulgare [già forse un tantino preoccupanti, da sempre], ed in rapporto alla qualità stessa dell’offerta politica portata; per le tante postazioni quasi-missilistiche in rampa di lancio che trovano l’interesse principale di questo e quell’altro “capo-boss” del quartierino, e per i costi di questa tipologia di operazioni [alias andazzo] e modo di intendere la politica, poi per quella che definisce una vera e propria “macchina da fuoco”, appunto; infine per un dibattito della vigilia, a quanto pare pressoché assente [già in quella preparatoria ad esempio in sede di Avigliano alla fine di febbraio, in piena crisi estera e di Governo, dal momento che si trattò di un suo puro soliloquio e nient’altro, senza alcun intervento di ed al cospetto di una sparuta rappresentanza di cittadini, pochi rappresentanti della stessa Margherita]; per quella corsa al “potero” tal-quale quindi, e per le troppe correnti / spifferuoli che rischiano di minarne la salute [e la prestanza] dei tanti e vari arrampicatori; per una discussione interna forse quasi assente / poco entusiasmante, sì caratterizzata da una azione / proposta involuta e già mediocre, e senza particolari “afflati” convincenti; è sì un partito come col freno a mano tirato; dove le complessità non sono una ricchezza, oppure un arricchimento, ma una palla al piede con tanto di catena [per nulla metaforica poi e non si sa fino a che punto in assenza di secondini…]. Se il dibattito è semplicemente strozzato, c’è pure un voto e l’elettorato, molto-assolutamente legato mani e piedi, e frutto del “potero” stesso, anziché di un progetto per una convinta partecipazione, ed anche convinzione partecipata [a seconda dei gusti], ed un apporto qualitativo, o di adesione e ideali alle scelte politiche; è un voto quindi ancòra da meritare e meritarsi per molti altri versi. Queste in sintesi le sue testuali parole, a margine del congresso, e che è bene ribadire ai più distratti. Queste i concetti e le parole dell’onorevole Margiotta al recente Congresso regionale. Ad ognuno le relative considerazioni, .... evidentemente. Antonio Pace - Avigliano [Potenza]
    facocer .
    Ho visto anch'io, proprio ieri sera, "Le vite degli altri". Sarei ipocrita se dicessi che tutto questo io lo sapevo, già allora. Come lo sarei se dicessi che sapevo tutto anche delle nefandezze (vere o presunte?), compiute dai Partigiani durante la Resistenza. No, io non sapevo veramente nè dell'uno nè dell'altro. Eppure, da persona che si ritiene sempre e comunque di sinistra, mi sento in dovere di mettere in discussione tante cose dei miei principi, è uno sforzo che devo fare se voglio ritenermi appartenente a una società civile, se voglio che la mia presenza in questa società abbia un significato. Ma infine mi chiedo se questo sforzo di capire lo vogliono fare davvero tutti, gli italiani; se vogliono davvero riempire il contenitore con un contenuto; se alle "generazioni videomusic" interessa poi qualcosa della Resistenza. E perchè continuiamo a lamentarci dei problemi dell'inquinamento e poi viaggiamo in SUV; e perchè brontoliamo con lo Stato per il costo dell'energia elettrica e poi in estate spariamo il condizionatore al massimo; e perchè non vogliamo il nucleare e poi consumiamo quintali e quintali di prodotti inutili, per lo più di plastica? Ma questi italiani hanno davvero voglia di interrogarsi su qualcosa di serio? CORDIALI SALUTI SANDRO IOTTI
    gigio78 .
    Il detto italiano alla fine è sempre lo stesso: "stavamo meglio quando stavamo peggio".

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