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    06
    set.
    2007

    Italiopoli

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    «Sono spessissimo privi di qualunque educazione e rispetto nei confronti degli altri, a meno che non incontrino maggiori in grado, o avventori di cui al momento hanno bisogno che naturalmente ignoreranno un attimo dopo» (cfr. Italiopoli, pag. 168). Credo che la sintesi più azzeccata di tutto il ragionamento del tuo libro stia proprio in questo passaggio. Da alcuni giorni, ragionavo sulla questione senza riuscire a codificarla, a metterla nero su bianco. È la totale mancanza di rispetto, valore che non respira più, soffocato dall'ingordigia degli "schiavi contenti" (per dirla con Curzio Maltese).Ma c'è un altro passaggio del libro che mi ha colpito («E comunque nessuno si nasconde che a una classe politica che facesse i propri affari curando "prima" o "anche" quelli complessivi del paese si concederebbe tutto o quasi, senza guardare troppo per il sottile in una realpolitik emulsionata tra gli uomini della strada») in merito al quale ti invio un articolo che ho scritto per un giornale on-line (www.cap025.it, puntualmente affossato per vari e ignobili motivi) nel maggio dello scorso anno nel quale teorizzo la totale fiducia riposta nella politica dagli italiani, tra colpe e ingenuità, che ci ha portato, non esclusivamente, chiaro, a questo stato di cose. Così, per iniziare a inviarti qualcosa e, nel caso, per sapere che ne pensi.Ti ringrazioStefano Morelli

    —————————Il “laissez faire” all’amatricianaAlla metà del ‘700, la politica del laissez faire entrò prepotentemente nel dibattito economico tanto da diventare, non senza controversie, il principio “primo e proprio” del pensiero liberista. In sostanza, laissez faire, laissez passer (lasciar fare, lasciar passare) intendeva l’azione del singolo individuo come spinta propulsiva per la prosperità economica della società. Lo Stato, dunque, doveva restare esterno, disinteressato all’iniziativa privata. Non ho nessuna intenzione di tediare i lettori con una specie di trattatello di un percorso storico-economico. Al contrario, vorrei puntare l’attenzione sulle somiglianze che vi sono tra la principale dottrina del liberismo (oggi neoliberismo) e il comportamento socio-culturale del Paese Italia nei confronti della politica. Una sorta di trasposizione che sta (forse, ha già) disfando le istituzioni democratiche e che, volgarmente, si potrebbe spiegare semplicemente con una parola: menefreghismo. Ma, se da un lato, la parola significa, e giustamente evoca, «negligenza strafottente» (Zanichelli), dall’altra, nel comportamento sociale dell’opinione pubblica non me la sento di annotare la “strafottenza” che è, oltre all’arrogante disinteresse, anche segno di insolenza e presunzione. Il laissez faire liberista come spinta economica ha assunto, nel tempo, anche un significato pedagogico: lasciar fare, perché ognuno impari a proprie spese. In sostanza, un giusto compromesso tra l’educazione patriarcale dei nostri bisnonni e nonni e quella che ci hanno impartito i nostri genitori. Quante volte abbiamo sentito dire da madri e padri frasi del tipo «lascia che sbatta la faccia contro il muro, vedrai che imparerà». E, quante volte, la faccia – per davvero – l’abbiamo sbattuta contro i muri della vita. In tutto questo, se si può parlare di disinteresse pedagogico (quindi, un po’ azzardato, disinteresse interessato) non ci vedo nulla di strafottente né, tantomeno, di insolente (quale madre e quale padre si comportano con insolenza e strafottenza nell’educazione dei propri figli?). Di presuntuoso, però, sì. Ognuno di noi ha in sé quella piccola dose di superbia che, sia inteso, è utile e benefica. Proprio come credevano gli ispiratori del liberismo economico. Nella nostra attenzione (interesse) nei confronti della politica – intesa come pratica degli affari pubblici – però, abbiamo commesso un errore madornale: abbiamo peccato in presunzione. Con sincera convinzione, abbiamo ribaltato i principi del laissez faire (dallo Stato disinteressato alla società, alla società disinteressata allo Stato) senza renderci conto, nel tragitto che ci ha fin qui accompagnato, che il liberismo-politico stava fagocitando la nostra fiducia e la nostra buona fede; che il play politics (fare politica per interessi personali), inaccettabile in qualsiasi democrazia moderna, assumeva, giorno dopo giorno, proporzioni smisurate che deformavano le istituzioni democratiche. Solo in questo modo – per nostra presunzione e, in seconda battuta, per la nostra ingenuità -, è stato possibile che una persona abbia utilizzato lo Stato per fini personali. Solo in questo modo, riesco a spiegarmi perché un ministro della Repubblica possa affermare, parlando di una Legge dello Stato, di aver redatto «appositamente una porcata» e di aver avuto «l’input per non sfavorire» qualcuno. Sono parole gravissime, figlie della nostra buona fede, prima, e della nostra ingenuità, poi. Rese ancora più crudeli dalla baldanza con cui il ministro della Repubblica le ha esternate all’opinione pubblica. Oltre al laissez faire, anche il “va c’gher”, come dicono a Modena.Ma, se da un lato, il laissez faire statale ha dalla sua ago e filo per cucire gli strappi che i singoli arrecano al tessuto sociale pubblico, dall’altro, il lassismo con cui abbiamo assecondato la filosofia politica, soprattutto di quest’ultimo lustro, ha esaurito aghi e matasse in possesso dello Stato.————————————

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