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    01
    ott.
    2007

    C’era una volta samarcanda

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    da l'Unità del 30 settembre 2007 - di Oliviero BehaE’ la mattina di ferragosto 2007, e sono in fila. Fin qui, non sarebbe una gran notizia. Ma sono in fila su un pullman, dietro un camion ,  un’ utilitaria scalcagnata e un trattore antidiluviano, per un posto di blocco, uno dei 23 che dovrò superare nel mio viaggio “sulla via della seta”, direzione la mitica Samarcanda oggi uzbeka. Il posto di blocco,  militarizzato e tuttavia all’occhio abbastanza cialtronesco come in un film di Sergio Leone,  è all’imbocco del ponte a una corsia e a un binario ferroviario sul fiume Amu-Darya,  uno dei due grandi fiumi della pianura eurasiatica, ormai con pochissima acqua. Come prosciugato è a forse 500 km a nord, in Kazhakistan, il lago o i laghi d’Aral, dove gli esperimenti sovietici, nucleari e idrici,  hanno combinato il disastro più immedicabile del pianeta.

    A nord-ovest, a un migliaio di km dal mio pulmann e dai venditori di semi di girasole sul ciglio di quella che chiamerò per convenzione strada, c’è l’ormai noto anche all’opinione pubblica italiana giacimento petrolifero di Kashagan, nel mar Caspio,  il secondo al mondo, dove l’Eni oggi per bocca del suo Amministratore Delegato , il non incensurato Scaroni, e domani il premier Prodi tratteranno la questione per un accordo non facilissimo. La via della seta è ormai la via del petrolio e del gas, e di ricchezze minerarie straordinarie. Mi domando, e mi ripeterò la domanda per tutto il mio breve viaggio in Uzbekistan, una volta e mezza l’Italia di superficie, se non mi sia capitato per avventura di accedere al semaforo della storia, se non sia questa la sterminata regione che dà contemporaneamente sul passato e sul futuro, ma con le maiuscole. Mi sembra anche che di quest’area nevralgica, in cui lo sfaldamento dell’Urss è storicamente una faccenda di ieri, o ier l’altro, si sappia davvero pochissimo. Eppure qui si stanno smazzando nuovamente e pericolosamente le carte del Gioco Planetario, una riedizione monstre del Grande Gioco anglo-russo dell’800,  a un soffio dall’Afghanistan superiore con cui l’Uzbekistan confina, e a una distanza ancora “ragionevole” dalla Cina. Anche se ormai, dal 1991 in poi cioè da quando i russi hanno lasciato la sovietizzazione uzbeka, si vedono sempre più cinesi al lavoro. Ne ho visti parecchi soprattutto in provincia, sulle strade caravanserraglio in cui si mischiano le automobili vecchie o nuove praticamente di un solo tipo, i camion, i pullman,  motociclette improbabili e biciclette come formiche,  animali sparsi e per lo più smunti. Le strade hanno goduto di miglior vita durante i settant’anni sovietici, a partire dalla pulizia che ogni sabato Lenin imponeva,  e soprattutto quelle di maggior viabilità in pianure senza fine ancora godono dei postumi di quelle migliorie. Di recente, faticosamente, l’amministrazione centrale  e  anche “militarmente” periferica del presidente sostanzialmente eletto a vita, Islam Karimov, sempre lì dall’inizio con o senza il Cremlino a fiatargli sul collo, esponente non a caso del Partito Democratico del luogo che è però anche Popolare…, ha ricominciato a metterci mano, in un’ atmosfera confusa e comunque di sembiante sempre militarizzato anche se gironzolano funzionari in borghese del loro Genio civile. Il regime è regime, ma impolverato. Per cui dalla città di Khiva a Buchara, sulla via della seta, anfaniamo come i cammelli di tanti secoli fa a una velocità non molto superiore, fermi come siamo di continuo per  lavori, tratti da asfaltare in un unico senso, appunto posti di blocco ai girasoli e divise verde bottiglia. Ma c’è la curiosità, il sole, la temperatura molto calda ma secca che rende passabile il presente sovrimpresso sul passato leggendario a colpi di immaginazione. Sono viaggi, questi, che mettono continuamente a confronto quello che oniricamente ti aspettavi con la realtà dello sguardo. Ecco la città di Khiva, un gioiello minuscolo paramuseale circondato tutt’intorno da mura che riflettono forte ogni riflesso della luce, bianco-rosa al mattino, giallo duro di giorno, rossastro di pomeriggio fino a dissolversi nel buio blu della sera, la città di Khiva che è già un riassunto ideale un po’ di tutto, della storia come della cronaca recente. I russi,  infatti,  l’hanno restaurata/conservata completamente  nel 1970 come fosse un plastico gigante (modello XVI sec. , l’epoca più fiorente a colpi di seta, schiavi ecc.  anche se ha mille anni di più) , ”ma com’era, proprio com’era”, spiega la guida uzbeka che maneggia l’italiano abbastanza bene, tanto da tentare di convincerci (in contrasto con qualunque guida di carta…) che “quello che è successo al lago d’Aral è un mistero, un vero mistero”. All’interno delle mura una delle chiavi di lettura più importanti per l’Occidente,  la confessionalità musulmana del paese:  naturalmente moschee e minareti un po’ dappertutto, e molte madrasse, le scuole coraniche, sovvenzionate in tutto il Paese per lo più da banche saudite internazionali. Tenute ovviamente basse dal regime sovietico, dopo il 1991 è come saltato il tappo musulmano,  e sono riapparse moschee in dosi industriali in tutte le ex repubbliche del Cremlino,  solo in Uzbekistan fino a 300 mila. Eppure l’impressione che ne ricava un turista, con tutti i limiti dell’occhio frettoloso, è che la situazione sia sotto controllo, diciamo confessionalmente socio-ecocompatibile, e non soltanto per le preoccupazioni di un governo comunque laico. Senza entrare da semi-analfabeta specie in due battute in un campo così complicato, l’Uzbekistan non mi sembrerà nel complesso una fucina di guerrieri d’Allah, cui si oppongono da noi giganti riccioluti del pensiero come il bellicoso vicepresidente del Senato nostrano con maiali al guinzaglio, Calderoli,  in attività sotto l’occhio concettualmente benevolo degli intellettuali post-islamici integrati e spaventati dal pericolo “jiahd”, bensì soprattutto una terra in transizione nel tempo e nello spazio. E l’idea di necessità di crociate come ai vecchi tempi, in fondo poco meno di un migliaio di anni fa,  non me l’aveva data neppure un altro Stato ben bene musulmano, e non guidato da un Presidente sub specie totalitaria come Karimov bensì da un Sultano pienamente in esercizio, l’Oman, visitato un anno fa. Bin Laden è rintracciabile in quasi tutti i baazar, ma in forma di matrioska e con la barba sempre nera…E occhiate alle madrasse non faranno che confermarmi questa impressione davvero meno allarmata e allarmante di quanto non lo sia quella indotta dalle organizzazioni terroristiche clandestine per esempio periodicamente effervescenti nel cosiddetto Londonistan, due mondi almeno all’apparenza distanti. Chissà come mai…Altra cosa che già Khiva sintetizza ed espande significativamente è l’uso commerciale e turistico dei luoghi di culto e di studio musulmani:  certo, i turisti sono in crescita,  in primis gli italiani che-mi hanno casualmente spiegato-a volte scelgono le mete di vacanza chiudendo gli occhi e puntando un dito sulla carta geografica stesa davanti a loro, perché sono stufi di Carabi e Maldive, e vogliono passare a volo di uccello dai bermuda a Zoroastro. In splendida complementarietà,  sia pure in modo raccogliticcio qui gli fanno trovare ogni tipo di mercanzia e soprattutto gli afrori da baazar,  spesso contigui con le madrasse e le moschee, se non addirittura dentro le prime. Le fantasie retrospettive delle botteghe e dei banchi costruiscono l’edificio dei tempi, di quando i nomadi si contendevano l’erba della steppa e le teste rotolavano di continuo e gli zingari erano stanziali. Quanto ai minareti, si parla della loro altezza, del loro diametro e delle composizioni di ceramica esattamente come altrove si parla di grattacieli. Usciti da Khiva, si traversano sterminati campi di cotone . Perché l’Uzbekistan è il secondo produttore mondiale dello stesso, e perché i sovietici avevano forzato la collettivizzazione nella raccolta appunto a partire dalla deviazione dei fiumi con effetto Aral (cfr. il prezioso libro di Duilio Giammaria, ”Seta e veleni”), dove  en passant sono scomparse quaranta specie di pesci. L’Uzbekistan, la terra degli Uzbeki, che secondo una impervia ma gratificante ricerca etimologica in loco dovrebbe significare “padrone di sé”,  per rimanere alle ultime dieci generazioni prima conquistata dagli zar e poi da Lenin e Stalin i cui nomi oggi sono spariti dalla toponomastica di piazze e vie, era stata messa praticamente tutta a cotone con disastri ecosistemici ed economici forse non difficili da supporre. Si calcola che nelle ex repubbliche sovietiche, Uzbekistan compreso, il dopo Urss abbia rappresentato una crisi economica tre volte superiore a quella americana del dopo ’29. E la maggior Tangentopoli uzbeka data agli anni di Breznev con una truffa appunto sul cotone che almeno in numero di arrestati (2600) e coinvolti e cacciati dalla pubblica amministrazione (più di 25 mila) fa impallidire i dati italiani. Per ora. Breznev, toccato dallo scandalo per via del genero, ne uscì pulito quasi miracolosamente. Anche oggi con Karimov comunque non si scherza, ci vorrebbe anche qui un giornale per raccontarlo e invece notizie e idee sembrano l’ultima cosa in viaggio sulla “via della Seta”. E l’uso di internet è ancora preistorico o giù di lì. Dopo il cotone e i frutteti, nel sole, nell’aria incendiata dalla luce, nei colori forti e nella penuria d’acqua che è un’altra chiave di lettura totale della situazione, ma planetaria e non solo uzbeka, risorse idriche al centro di guerre di conquista da sempre in queste pianure, il deserto. Sabbie di vario colore, rosso, rosa, ocra, nero, con cespugli radi e filari nani di canne per proteggere quello che resta della strada. Di notte sciacalli, volpi, scoiattoli, roditori in genere ecc. Di giorno qualche viaggiatore che non porta seta, ma sete. Pochissimi posti di ristoro, forse due per centinaia di km. Un’Arizona d’oriente senza esserlo,  un far east ma con suggestioni occidentali, sabbia ovunque, tucul e yerat, capanne di pastori. Poi, più avanti verso Buchara, in sanscrito “monastero”, la città santa “incrocio delle religioni” come Samarcanda lo era della seta e del commercio,  appuntamento per sufi e dervisci, cambia un po’ il deserto, comincia qualche gibbosità, si intravedono fili spinati per centrali elettriche e contenitori di petrolio nella assenza di raffinerie che possano sfruttare le materie prime. Le rade case a breve distanza dai luoghi sorvegliati stringono il cuore. Attorno, sabbia più spessa. Non molto distanti, in linea d’aria, i giacimenti del Turkhmenistan dove 40 litri di benzina costano un dollaro, e l’acqua costa di più. Si dice che sia dal blu del cielo, e dell’acqua intesa come valore supremo, che prendano la tonalità le maioliche con cui si fanno (cioè si rifanno) cupole e torri. Ma il loro “rifare” è a quanto pare un segno di fedeltà artistica dichiarata. Ricordo una volta, detto dalla guida davanti a un baazar in madrassa, ”venite a vedere qui dove stanno finendo i mobili antichi”…Finalmente Buchara, concentrato di fiaba e mercato. Quello dei gioielli:  l’Uzbekistan è tra i primi dieci paesi al mondo per giacimenti auriferi, specie nei dorati rivoli carsici che periodicamente in passato hanno dato il via ad autentiche “corse all’oro”. L’acqua ha delle componenti saline che peggiorano la dentatura, e  spesso vedi donne bellissime nel crogiuolo di razze con volti da far invidia a una Julia Roberts ma con denti d’oro da cassaforte. Donne spesso in movimento, in un post-sovietismo almeno un po’ più allegro, che hanno goduto durante la sovietizzazione di una assai maggiore scolarizzazione e che per i primi anni indipendenti Karimov ha molto spinto per poi perdersele un po’ per strada, in tutti i sensi. Donne eleganti nelle movenze e variopinte in abiti ahimé assai sintetici, con pochissimo cotone quasi tutto d’esportazione e niente seta. La seta è la grande assente di questo mio viaggio, probabilmente è concentrata in Cina, e assai più giù, in India, anche se a  Samarcanda visiterò un’antichissima e affascinate fabbrica artigianale di “carta di seta” e in giro per il Paese la bachicoltura è da sempre diffusa, oggi industrialmente. Il gelso da cui nasce il processo è un albero che spesso figura nei luoghi di culto, quasi a legare il rito alla natura nel teatro cranico con un filo resistente di seta. Quanto al cotone, anche oggi in un mercato statalizzato, illogico e sospetto continuano i campi di raccolta stagionale forzata per i giovani, universitari compresi, che debbono garantire un certo monte-cotone graffiando i fiocchi dai cespugli e in più pagandosi vitto e alloggio da loro, perché lo Stato ne ha bisogno. Se è comprensibile il disagio di chi non ha materie prime, colpisce quello di chi ce le avrebbe. Ma sono corsi e ricorsi. Buchara è una Khiva assai più sviluppata ma con mura solo parzialmente affacciate dalle finestre del tempo,  espansa in madrasse, moschee, minareti, mercati e piccoli specchi d’acqua sporchi sì ma fascinosi. Ma in modo meno “plastico” di Khiva eppure fortunatamente meno occidentalizzato turisticamente di Samarcanda, il passato qui c’è ancora,  e il passato prossimo parla dall’altissima Torre dell’Acqua che ti appare improvvisa tradendo la prospettiva come forse accadeva un tempo per torri e minareti agli occhi di chi arrivava dal deserto, costruita dai sovietici per cercare di porre fine all’ecatombe di decine di migliaia di uzbeki della zona morti all’inizio del XX sec. per malattie infettive a causa della mancanza e sporcizia dell’acqua. Adesso hanno ricambiato sistema, ma insomma la via dell’acqua pare praticabile. Dicevo delle madrasse e di luoghi di culto. In una nicchia trovi l’indicazione per Internet, ma c’è solo l’indicazione e non la postazione, all’interno di una moschea. All’interno di una madrassa c’è invece un pin-pong, all’interno di un’altra, famosa, ampia e guarnita di mercatino, non si può entrare:  clausura coranica? No, temono furti. Nel luogo centrale, topico, dell’antica Buchara che si estende nei campi nella versione moderna, tra due madrasse e una moschea dove sfilano i turisti,  stanno giocando a calcio bambini uzbeki solitamente bellissimi nelle fattezze del viso, colori degli occhi e fisico mai tozzo e naturalmente neppure obeso da adulti non essendocene le condizioni:  una porta è disegnata sul muro antico/rifatto della madrassa. Girando per Buchara trovi stadi di calcio all’europea davvero decenti, una via di mezzo tra i campetti di Khiva e i due impianti vistosi di Samarcanda, lo stadio della Dinamo e quello dello Spartak, due nomi una storia continentale. La domanda potrebbe essere:  non sarà proprio il calcio a collegare/colonizzare/evangelizzare, insomma a fare da denominatore comune a religioni così apparentemente distanti? Non sarà il calcio, come braccio di un mercato

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    globale che però non vende soltanto né soltanto prevede un consumo commerciale, ma è linguaggio tra bambini di partenza assai differenti?  Quel pallone che gli inglesi nella seconda metà dell’Ottocento esportavano  insieme alle ferrovie o alla luce elettrica per esempio in vari paesi latinoamericani… E’ possibile che il calcio sia anche altro dall’asfissiante business di cui parliamo, godiamo, soffriamo da noi?  Dibattito con Collina e Magdi Allam…. Non sto qui a elencare le varie componenti etniche del crogiuolo uzbeko:  dico solo che nelle città russo a parte si parla preferibilmente il tagiko, nelle campagne l’uzbeko. Ma le insegne vecchie, sovietiche, sono in cirillico, mentre dall’indipendenza in poi si è tornati per lo più all’alfabeto romano: davvero stupisce che sia il baazar, o il calcio, il dialetto di parole e gesti più parlato, la forma di comunicazione e contatto più diffusa? Tra matrimoni continui, negozi di abiti da sposa/o ovunque e fiori rossi in un paese in cui la percentuale di ragazzi sotto i 16 anni è altissima, un paese di 23 milioni di abitanti dieci dei quali sono immigrati, per lo più negli Usa ma anche in Corea del Sud, come in Europa, la strada sale e scende per Samarcanda, una città da quasi mezzo milione di abitanti, il cui nome è il più evocativo di tutti. Un po’ meno a ragione, dopo averla visitata. Anticipo la tesi:  per le nostre costruzioni visive di lettori, ormai il profumo seducente di Samarcanda va cercato altrove, direi Buchara. E’ Buchara che offre quello che chiedi in partenza per Samarcanda, di cui il 25 agosto scorso si sono celebrati i 2750 dalla fondazione, una specie di coeva Roma d’oriente. Grandi feste da post-socialismo reale in versione raccogliticcia, parate nella piazza grande del Registan con bande musicali, zucchero filato e ragazzini al lavoro per verniciare a spray in extremis senza alcuna maschera né precauzione tribune alzate in un pomeriggio, in attesa dell’applicazione planetaria globalizzata della legge 626 sulla sicurezza così come è globale il mercato…In origine Samarcanda si chiamava Maracanda ed era spostata in alto, tra calanchi e forre. Ed era davvero la stazione fondamentale per la via della seta, oggi desaparecida. Poi Gengis Khan, infine Tamerlano,  “il fulmine d’oriente”, nelle cui campagne militari per mettere insieme 27 stati morirono un milione di persone le cui teste finirono a calcificare le torri,  che la ricostruì a poca distanza perché dov’era prima era facilmente assediabile:  bastava ostruirne il canale idrico del fiume, in superficie e in profondità. Ne fece una capitale con grandi giardini, su terreno paludoso nei cui rigagnoli affiorava polvere d’oro, a 700 metri sul livello del mare,  che per i soldati, le carovane, i mercanti e i viaggiatori della steppa doveva apparire come una specie di miraggio luccicante. Adesso, circondata da fabbriche di gesso, cemento e ceramiche in periferia più alte e visibili con le loro ciminiere dei suoi minareti, concentra il suo fascino nello stordente mercato delle spezie, negli afrori di tutti i tipi di semi e soprattutto nelle 27 varietà di pane timbrato, effettivamente “il pane più buono del mondo”. Eppure i suoi boulevard da pullman stracciano l’immaginazione e il rifacimento continuo delle sue moschee sembra il contrappasso degli aeroporti occidentali sempre in costruzione.  Dalla Samarcanda ondulata alla capitale piana e scossa, Tashkent, oltre tre milioni di abitanti molto misti per una delle quattro metropoli eurasiatiche, in cui il Palazzo del Comune sembra costruito come un Circo e viceversa, identiche essendo le due cupole, mentre quella della Banca Nazionale è fatta a forma di copricapo militare di Tamerlano. Tashkent è antichissima, più di duemila anni di storia, però su una faglia sismica sotterranea che ogni 70/80 anni la muove come un fuscello. L’ultimo terremoto è stato nel 1966, e pur con tutti i loro disastri credo sia stata una fortuna che ci fossero ancora i sovietici. L’hanno ricostruita in fretta, parte in tre mesi, con viali alberati da parate e grandi e ben distribuiti giardini, una città verde davvero. Costruzioni paramoscovite ma antisismiche a 9 piani, quasi un format, costi altissimi per le case in centro e guadagni irrisori per tutti, professionisti compresi, salvo naturalmente la loro “casta”. Ma qui, nella città più estesa di quest’area passato/futura che fa quindi da principale riferimento anche per le altre repubbliche indipendenti essendo davvero l’epicentro dell’Eurasia, non solo in senso sismico ,  faccio la scoperta più sconvolgente sulla mia personale “via della seta”:  a Tashkent architetti russo-giapponesi hanno costruito nel 1977 una metropolitana efficientissima che prevede una trentina di stazioni, ognuna diversa dall’altra, nel materiale che evoca immediatamente la storia e la geografia della regione. Marmi, pietre nere, graniti, maioliche ecc. , quasi un tempio snocciolato lungo la modernità che dovrebbe essere esposto come un fiore all’occhiello perché davvero “non è solo una metropolitana”. Altro che madrasse continuamente rigenerate “com’erano”, anche se una di esse ospita il Corano di Osman, il più antico del mondo. Il riferimento non solo edilizio della Repubblica uzbeka comunque è ancora Mosca, dopo un feeling con Bush pare evaporato due anni fa. Dovendo scegliere dopo l’appoggio dato per le missioni in Afghanistan, Karimov ha infatti sfrattato gli americani nel luglio 2005 dalla base militare di Kharshi-Khanabad perché “non pagavano i diritti di atterraggio”. E’ costretto a pensare,  su basi spazio-temporali diverse,  che Putin gli dia più affidamento. L’impressione anche solo da turista è comunque che siano alle viste cambiamenti anche repentini, mentre la realtà socio-culturale fatica a evolversi. Penso all’art. 120 del loro codice penale che condanna l’omosessualità e naturalmente la prende a pretesto per altro, come fecero nel 1995 quando ingabbiarono un giornalista riottoso al regime. Oppure ai casi comprovati senza difficoltà di corruzione/concussione abituale dei funzionari pubblici, che mi hanno ricordato quando vent’anni fa in Messico pagavo la “mordida” (bustarella) per comprarmi una patente esemplificando giornalisticamente il sistema per un quotidiano italiano. Certo, cambiamenti repentini sempre in termini storici, quindi con un  po’ di tempo davanti, affinché l’imam che – vedi foto relativa – parla al telefonino in una moschea decida che fare tra le  due opzioni…E intanto crescano i ragazzini che giocano al pallone nell’altra foto…Oliviero Beha

    Postato da Editor1
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    margherirosa .
    Per la serie: “se si vuole cercare, capire, è tanto meglio ricercare per intero”, infine ho controllato, anche quanto riportato su Taskent, appunto; e ne viene fuori una cosa simpatica: e ovvero che se ad esempio la antica Cackent ovvero l’ex-Khanato turco già significava letteralmente “Città di pietra”, città che è poi ritornata araba e divenuta definitivamente Taskent, e cosicché il significato, odierno, di questa non è specificato, ci sfugge, e rimarrà per noi forse un piccolo / grande dilemma ? Chissà. E poi una parte della popolazione era stata chiamata Sart o Sarti, di origine prevalentemente uzbeca o iranico-turca, e per meglio dire questi ultimi detti “turchizzati” [guarda un pò] e poi comunque sia tipicamente mercanti [nomadi] che nel tempo vi si erano stabiliti, e divenuti sedentari, stanziali. Ecco che non si finisce mai di imparare, capire, e quindi probabilmente sapere, almeno un qualcosa, del tantissimo che servirebbe. È proprio così, c’è poco da fare / dire / ?.... A ri-saluti. Antonio Pace
    margherirosa .
    Ammàppete !!, Oliviero. A lèggere questo reportage, mi è venuta voglia, sì indissolubile / assoluta, di andare a sfogliare e approfondire e ad esempio sull’enciclopedia “Hoepli” che di Samarcanda poi rimarca tra l’altro: un Istituto per le malattie tropicali [qualora non sia andato nel frattempo distrutto e non-ricostruito]; specifica poi che esiste / esisteva la suddivisione in “oblast” [ripartizione politica, ex-Governatorati] da tempo evidentemente abolita; patria delle famose pecore, di razza karacul che, e guarda un pò, fà rima proprio con il di cui sopra già citato tucul [al contempo miniere e giacimenti a jòsa, semplicemente ricchissimi; e infine poco altro tutto sommato, di veramente interessante…?]. E qui dovrei riportare quasi gioco-forza quel famosissimo sketch, credo sì, di Lino Banfi, e con non ricordo chi come preziosissima “spalla” [come barzelletta / storiella amèna, e anzi, divertentissima, ambientata in Africa, per il vero], ma la memoria in questo caso proprio non mi soccorre / soggiace / addirittura anche soffrigge o altro da poterne / volerne parlare… Pazienza. Viceversa, è molto più serio / importante, l’aggancio con un discorso, quello delle malattie tropicali, appunto: qui da noi, in area mediterranea, ormai è conclamato l’intervento concreto delle cosiddette modificazioni climatiche di area, in epoca di piena transizione, appunto, antecedente, già in passato, tipicamente sub-tropicale, con effetti sull’epidemiologia complessiva e fenomeni patologici [sinora] altrimenti imprevisti / imprevedibili, o tendenzialmente improponibili; l’episodio di blue tongue da lei raccontato per primo, in un’Italia viceversa distratta da altro, ne è l’esempio più marcante [prima che la estromettessero-esautorassero malamente dal suo programma-radio]; i fenomeni acutissimi in grado di mettere in ginocchio intere economie, peraltro già deboli di per se stesse e poco protette; sì malattie sub-tropicali o tropicali in sensu stricto; l’importanza già di certi artropodi ematofagi, nella trasmissione di malattie, dove questi diventano sempre più i reservoir di agenti infettivi di varia/ più seria importanza, globale / globalizzante, peraltro; e dove il rischio e proprio per quanto ci riguarda, interessa quegli allevamenti bradi o semi-tali, per una altrimenti giustissima ricerca / richiesta d’una produzione sempre più di tipo naturale e ecologica in senso complessivo-moderno; quell’incapacità, forse, da parte di Chi detiene le redini della previsione, prevenzione, azione, sul “territorio”, e nelle fasce produttive di competenza, per garantire un livello di sorveglianza, ricerca e quant’altro di utile e realmente presente in via costante, per guardare al futuro immediato senza eccessivi patè d’animo, qui la battutaccia è per certi versi conforme al tucul di cui sopra; ormai non si parla più di patologie tropicali come se fossero la estrema ratio / assoluta esperienza di Chi aveva frequentato posti esotici e al contempo pericolosissimi, e di pochi altri; la rarità che diventa o rischia di essere la quotidianità perché a fianco dei cambiamenti, sussistono metodi di produzione, e comportamenti, assolutamente incongruenti; come a fianco degli agenti infettivi più o meno “convenzionalmente” intesi, abbiamo fatto gran fatica ad accettare la presenza dei famosi prioni di cui poco si sapeva e a trovare, illuderci di trovar rimedio anche immediato, e per salvare almeno il salvabile; ambasce su ambasce; e già gli eventi climatici estremi ci consiglierebbero di trovare oggi una “collocazione” mentale quantomeno consona al problema, un approccio diverso, congruo; non è tempo di presunti “mausolei” od Istituti, no-limit, dove si detengano le rarità o la sapienza che nessuno deve / dovrebbe conoscere; serve una invece coerenza per salvaguardare le tante economie deboli e meritevoli di attenzione e al contempo dare una piena attuazione a quel sistema di sorveglianza sulla salute generale e indispensabile in un paese moderno e che non voglia pur lentissimamente soccombere a sè stesso ? Infine, una notazione, curiosità, glottologica, [apparentemente e, solo lontanamente, simil-culturale] riguarda una parola del nostro dialetto: “ tasch’ ”, che significa testa, e in genere riferita agli animali [testina di capretto, ad esempio], e che invece, in riferimento alla razza umana definisce una sorta di ‘geniaccio’ ovvero colui che la sa lunga davvero, nel senso buono del termine, e competente a 360°, o anche sempre e comunque affidabile, perché no. Come a dire che noi chissà, per certi versi, in fondo, ma molto-molto, siamo o saremo presto o tardi anche un tantino tagiki o uzbeki, più o meno consapevolmente ? sì tutti “ tasch’ ” - mediterranei ? ciò pur senza esser mai stati in quel di Taskent? ovviamente. [Altra battutaccia, orribile]. Saluti. Antonio Pace - Avigliano [Potenza]

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