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    10
    apr.
    2008

    Boicottaggio, e’ arrivato il momento di decidere

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    di Oliviero Beha, pubblicato su l'Unità di oggiNon so se quello che ha detto ieri in tv Veltroni sulla “questione cinese” sia qualcosa di sinistra o soltanto qualcosa di ragionevole,  su cui magari è difficile non concordare se si ha un minimo di dignità e senso logico. E (perfino?) Berlusconi gli è infatti andato dietro accennando a “un’azione comune dei governi europei”. So però per certo che è stata finalmente una boccata d’ossigeno nelle pastoie nostrane,  che ha elevato il tono di una discussione interna aprendola in qualche modo ai destini del pianeta come succede quando si intende volare alto, o anche soltanto un po’ più alto. Il leader del Pd ha parlato dell’inutilità e dell’ipocrisia del boicottaggio ai prossimi Giochi di Pechino, e invece della possibilità/necessità di una diserzione collegiale della cerimonia d’apertura da parte dei primi ministri Ue. E’ poco?E’ molto?Almeno se ne cominci a parlare seriamente, con l’occhio appunto ai destini del pianeta che passano certamente per l’immediato futuro della Cina e quindi per il presente delle sue Olimpiadi allo stato macchiate del sangue del Tibet e del Darfour.

    La “questione cinese” era ormai da giorni anche sui nostri giornali una delle prime notizie, come del resto accade da tempo sulla stampa internazionale. Solo che da noi mancava una parola più forte della politica,  dopo le uscite dei Ministri uscenti e competenti, D’Alema e Meandri. Mancava in funzione dell’immediato futuro quando tra pochi giorni comunque dalle urne sortirà il nuovo Governo. Il primo motivo per questo (relativo) silenzio era ovvio: i nostri duellanti erano iperoccupati. Così la campagna elettorale si infiammava (in Italia) mentre la Torcia Olimpica si spegneva ( a Parigi). E

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    le cose si sono messe anche peggio a San Francisco dove cozzano tradizioni libertarie post-europee e fortissimi insediamenti cinesi, assai antichi, al punto che persino Bush tentenna sulla decisione di presenziare oppure no all’overtoure olimpica. E quindi era ed è francamente indispensabile che dal versante italiano non ci sia una posizione attendista, istituzionale o di parte, comunque pubblica, mirata a non dire niente di politicamente e diplomaticamente “irreparabile”e così tacendo a non far emergere la natura della questione senza nebbie o nebbioline di opportunismo. Dico questo anche facendo ricorso alla memoria. Il boicottaggio olimpico più clamoroso, pur non inedito dopo quello dei Paesi Africani a Montreal nel 1976 per una tournee di rugby nel Sudafrica razzista, è stato ovviamente quello di Mosca nel 1980, dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan ( ma tu guarda come ci perseguitano i nomi). Allora gli Stati Uniti guidarono l’affollato boicottaggio occidentale, seguiti dalla Germania Federale, la Cina (ma tu guarda di nuovo!Se ne ricorda qualcuno?E boicottarono non da filoamericani naturalmente ma da antisovietici…) e il Giappone, mentre tra gli altri Gran Bretagna e Francia decisero autonomamente di partecipare comunque. Prima i Giochi, insomma. Questo costò agli stessi inglesi che oggi manifestano a Londra contro la Cina dittatoriale e che ospiteranno le Olimpiadi del 2012 un contenzioso con il premier conservatore di allora, la Tatcher,  originando uno scisma tra sport e politica dunque tutt’altro che nuovo. Che fece invece l’Italia ventotto anni fa, motivo per cui “commemoro” qui oggi l’invenzione di allora ?Si diversificò in modo straordinario, decidendo che gli atleti “in borghese” avrebbero partecipato e invece quelli “con le stellette” dei corpi militari no, avrebbero boicottato. Andatevi a riguardare con tutta facilità su internet il balletto dei Ministri della Difesa, prima Ruffini e poi Lagorio, il Consiglio dei Ministri, il presidente del Coni che era tanto per cambiare già Carraro. Anche allora, come oggi,  gli atleti dichiararono pubblicamente che “non si poteva usare la loro vita politicamente”, ossia che andare a gareggiare non poteva per loro essere messo sullo stesso piano di sostenere una posizione politica o il suo contrario. In uno slogan, allora come oggi “la vita contro le parole”. Non c’è dunque oggi granché di differente,  se non la riflessione che il mondo non migliora e non impara dai suoi errori, mentre la Cina fa strame dei diritti umani in patria, colpisce il Tibet, favorisce il massacro sudanese in Darfour. Ovvio che ci siano formidabili interessi economici a far da bussola ai rapporti diplomatici. Questo lo sanno o lo deducono anche i bambini. Ovvio che le relazioni politiche e diplomatiche tra Stati siano un po’ diverse dalle manifestazioni di piazza che tra l’altro in Italia non mi pare ci siano state, perlomeno non su scala evidente. Ma non prendere posizione è una follia, e non aiuta da alcun punto di vista né la politica né gli atleti. Garantisce, questo sì, il tacito sviluppo dei rapporti economici. Ma ciò significa svendere una doppia identità. E’ impensabile fare come se niente fosse. E’probabilmente ingiusto e fors’anche sterile combinare un boicottaggio che casomai doveva nascere assai prima, quando le Olimpiadi vennero assegnate a Pechino,  che era la stessa di oggi dal punto di vista della compressione e repressione dei diritti umani. Certo, il Tibet è un evidenziatore enorme, come lo è stata la ribellione disarmata dei monaci birmani. Ma si tratta di evidenziatori di crimini, non di micce preparate artificiosamente per far esplodere delle situazioni regolate da “culture differenti”. Ragionare così sarebbe esattamente il contrario dei valori di pace e di merito consegnati “separati” allo spirito dei Giochi Olimpici, in Grecia (antica) come ora (sia pur sotto forma di colossale business planetario). Far trionfare l’opportunismo non ha nulla di olimpico e tutto di mercantile, di mercificato, di mercenario e insomma di ogni voce del vocabolario a partire da “merce”. Forse, riprendendo Veltroni e numerose posizioni interne ed estere,  il nocciolo della “questione cinese” si può davvero circoscrivere alla parte più politica delle Olimpiadi, cioè alla Manifestazione d’apertura con sfilate, inni e bandiere. Come e più che a Mosca, si sfili senza né inni né bandiere né divise identificabili (anche se gli stilisti hanno già lavorato…) così da lasciare traccia profonda in mondovisione di un dissenso. Non nei confronti della Cina che gareggia, o della Cina come concetto astratto culturale e storico, ma nei confronti di “questa” Cina che organizza Olimpiadi irrelate da un contesto democratico e umano accettabile. Magari tutto ciò costringesse il governo cinese a un “negoziato sensibile” sui capi di imputazione mossi dai dissidenti e dall’opinione pubblica internazionale…E’ temo un’ipotesi ai limiti dell’impraticabilità. E comunque è necessario e urgente tentare. Chiunque governi in Italia dopo le urne,  e non forzatamente come decisione europea. E’ curioso: a calar le braghe a Mosca fummo “autonomi”, aad avere la schiena dritta a Pechino dovremmo essere per forza “in compagnia”. E comunque ci vuole forse un Cuor di Leone a dibattere di questo e a decidere su questo, mentre altrove si manifesta senza risparmiarsi contro i delitti rischiarati dalla Fiamma Olimpica?P. S. Questo post-scriptum è una robina tra noi, non da palcoscenico internazionale…Ma scusate, il capodelegazione a Pechino è stato davvero indicato in Lello Pagnozzi, segretario del Coni, quello coinvolto nelle telefonate “a sfondo doping” con Luciano Moggi pubblicate anche su questo giornale,  Moggi da me chiamato “Licio” ma poi utilizzato come capro espiatorio, una specie di Barbablù del calcio nazionale? Se è lo stesso-ma non posso crederlo-, le ipotesi operative sono due: o il baldo Pagnozzi deve essere tolto per indegnità se non penale certamente etica nei confronti della “lealtà sportiva” (non è comunque la nostra una delegazione a carattere vagamente sportivo?), oppure con lui deve andare a Pechino il medesimo Moggi con pari dignità. Così, tanto per far vedere ai cinesi che sappiamo rispettare anche metaforicamente la legalità… Diamo loro una lezione…

    Postato da Editor1
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    Chip En Sai .
    Grandissimo Oliviero!

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