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    24
    apr.
    2008

    Giornali, squali, caimani

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    di Oliviero Beha, pubblicato su l'Unità del 24 aprileSettimana densa di notizie per noi giornalisti e “quindi” per voi lettori. Ieri il sindacato competente, la Federazione della Stampa, celebrava i suoi primi cento anni, dei quali gli ultimi tre “abusivi”, cioè orbi di un contratto firmato con gli editori. Domani il popolo di Beppe Grillo organizza tra le polemiche un suo 25 aprile “liberatorio” proprio a favore dell’autonomia e dell’indipendenza della stampa, considerata per lo più alla stregua di un camerierato di regime. Ma otto giorni fa il celebre quotidiano parigino Le Monde aveva subito il suo storico primo sciopero indetto contro un immediato futuro a base di nutriti licenziamenti. Ed è fresca di giornata la notizia di quello che sta accadendo a un altro giornale prestigioso, il Wall Street Journal: acquistato da Murdoch quattro mesi fa ha appena perso per strada il suo direttore, Marcus Brauchli, in disaccordo con la piega presa dalla testata. Ad evidenziare ancora di più la formula “il giornale è mio e me lo gestisco io”, perifrasi  femminista e calcistica insieme, l’affilato editore australiano ha festeggiato l’uscita del Marcus firmando un editoriale di politica estera (addirittura adattando sul WSJ il testo di una conferenza appena tenuta,come fosse una buca della posta).E poi ci si chiede perché viene definito lo “Squalo”,in un ambiente che pure ci offre diverse interessanti specie,a partire dal casareccio Caimano.

    Lo “Squalo” ha un impero mediatico straordinario,  da noi identificabile nella potenza satellitare di Sky, ed è il primo nome che viene alle labbra se si parla di imprenditori dell’informazione sul pianeta. Forse partire da lui per inanellare riflessioni sullo stato dell’informazione è una buona partenza. Quello che sta facendo Murdoch,  cioè adattare un prodotto di un certo tipo  e con certe finalità nella veste e nella sostanza di un altro tipo di prodotto, dal punto di vista del mercato tout court ma anche ovviamente del mercato della politica,  è un segno dei tempi? Ci sta magari dicendo con chiarezza nei fatti che il giornalismo non serve più,  che è un’ industria come un’altra (pannolini come notizie o meglio come notizie sui pannolini), che risponde del tutto alla logica del prodotto e per nulla a quella del servizio? Essendo però quest’ultima che lo rende ancora oggi un prodotto differente da qualunque altro. Il processo per cui la doppia anima prodotto/servizio si è da un pezzo ormai sgretolata,  privilegiando di gran lunga il primo sul secondo,  è naturalmente sotto gli occhi di tutti. Garantire la sopravvivenza dell’informazione come servizio,  per ottenere la quale è indispensabile un tasso almeno decente di autonomia e di indipendenza da parte di chi la fa, è la battaglia degli ultimi decenni un po’ dappertutto, con caratteristiche e in dosi diverse. Adesso Murdoch mostra definitivamente i muscoli e ci ragguaglia con un episodio che i giochi sono fatti. Che il testamento del giornalismo com’è stato finora  è bell’e pronto. Che l’abilità e la lungimiranza degli operatori del settore si misurerà d’ora in poi soltanto sul metro della bravura nel vendere un prodotto appetibile sul mercato culturale o meglio sottoculturale, nell’ambito di un contesto economico-politico che le notizie contribuiscono a rafforzare oppure a mutare: è questo lo scenario prossimo venturo?E se le cose stanno così,  noi da giornalisti e voi da lettori radio-tele-spettatori,  siamo inermi e dunque irrimediabilmente fottuti anche se non ci sentiamo tali? Come si può rovesciare un tavolo da gioco in cui la logica del prodotto è in realtà il talento di un baro? Il quale nel momento in cui tutti si regoleranno più o meno come lui sarà recepito non più come un baro bensì come un grande giocatore che si rifà a delle regole cambiate. Ma in corsa, e sotto gli occhi di tutti, vedi il fenomeno tv. Da questo punto di vista Berlusconi nella palude italiana è stato perfetto. Aveva capito tutto già da parecchio. C’è chi lo ricorda alla fine degli anni ’70 ancora di là da diventare Sua Emittenza quando si recò a chiedere un padrinato politico a Enrico Berlinguer, che lo mise alla porta. Si sa poi quale fu la porta successiva a quella di Botteghe Oscure cui bussò, e gli fu aperto. Lo cito senza ossessioni para-caimanesche perché Berlusconi è stato da noi il primo come tempismo e il primo come potenza di fuoco e abilità di marketing a capire quale fosse la strada per cambiare i connotati a questo Paese: l’alveo della comunicazione, nella quale mischiare un poco di informazione, molto di intrattenimento e forti messaggi neppure troppo subliminali che rendessero i destinatari dell’insieme dei consumatori professionali, così da nebulizzare presto qualunque altra forma di ricezione. Questo tipo di comunicazione ha dissestato all’origine l’italiano come cittadino, rendendolo un consumatore vorace e quasi impermeabile al resto,  recentemente anche sul piano politico. Perfetto, per il Nostro. Ha deformato il paesaggio dell’informazione, della mentalità soggettiva e oggettiva dell’informazione, e da un pezzo ormai tutto ciò pare perfettamente normale. Del resto il lavoro eccellente del Caimano si spiega in un contesto planetario.  Se è ovvio che la notizia nasce come esigenza pubblica,  diventa poi un’altra cosa se la dimensione pubblicitaria della vita del singolo e della collettività si dilata al punto da sostituire la sostanza della comunicazione. Oggi sul piano pubblico e dei mezzi di informazione di massa il fotografo Corona e Padre Pio sono soltanto due ghiotte occasioni di comunicazione quasi intercambiabili,  ormai quasi indipendenti da loro stessi,  dalla loro natura,  dal bene e dal male ecc. Sono comunque due prodotti assai distanti dall’idea di servizio. Non contano in sé, ma per ciò che di pubblico contengono. Esattamente su questo ha fondato la sua immagine politicamente attiva (e con successo) da tre lustri il Cavaliere. Ma in fondo la sua è ancora un’operazione di retroguardia. Muove le sue pedine sulla scacchiera per confortare l’informazione su di lui e tenere a bada quella contro di lui, certo, ”come se” fosse vero, ma l’importante per lui è che non cambi il paesaggio che ha deformato e nel quale guizza che è uno spettacolo. E naturalmente si tiene una rete in chiaro che le sentenze costituzionali hanno mandato sul satellite (dove lo aspetta Murdoch…) cercando di prendere per fame il titolare legittimo delle frequenze usurpate, cioè Di Stefano di Europa7. Si comporta insomma all’antica, come se l’informazione contasse ancora, e quasi meccanicamente si lamenta quando dall’informazione viene criticato. In realtà è una recita: non molla Rete 4 per banali questioni di denaro…Murdoch è molto più avanti di lui. Se continua su questa strada il tycoon delle news lascerà intendere che è proprio il concetto di informazione (una volta percepita per antonomasia come libera, autonoma, indipendente) che non ha più motivo di essere,  che chi la chiede o la pretende è un cittadino antidiluviano ormai emarginato dal mercato del consumo di una sorta di post-informazione. Una notizia che non si vende bene verrà o già viene considerata come una merce avariata, arrivando così a una contraddizione in termini, di un servizio che viene reso a condizione che non lo sia. La dimensione politica di questa evoluzione è tutta da vedere, ma dipende da essa, e non il contrario. In tutto ciò rifondare una coscienza civile, di chi ha bisogno dell’informazione come dovrebbe essere per poter poi scegliere da informato per chi votare o anche solo che cosa comprare al mercato, sembra problema remotissimo dai nostri giorni. Nel frattempo la Federazione della Stampa viene invitata dal Presidente della Repubblica a informare meglio sul dettato costituzionale, mentre ne succedono di tutti i colori e per un ventenne l’informazione è ormai quasi solo internet. Nel frattempo la tribù della Rete di Grillo contesta i finanziamenti statali alla stampa (tutti almeno da rivedere euro per euro, motivazione per motivazione) presi dalle nostre tasche e giudica un temibile Moloch  da abbattere un Ordine Professionale come quello dei giornalisti che ha assistito per lo più ingordo e inanimato alle trasformazioni che portano a Murdoch. Tra squali interoceanici e caimani da palude chi volete che abbia tempo e voglia per ripartire dalle origini, ossia da un’informazione come esigenza e diritto/dovere,  e “tornare avanti” mentre in realtà essa nel suo nucleo più vero e profondo sta andando rapidamente indietro? Chi avrà la forza di dire a Murdoch che il pallone non è suo anche se lo ha comprato?

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    renfio .
    Penso che, in nome del libero mercato, non si possano stabilire tetti alla pubblicità perchè essa è la linfa per sostenere l'informazione vorrebbe dire tagliare la possibilità di sviluppo di un'azienda e quindi posti di lavoro a rischio. Piuttosto la raccolta pubblicitaria dev'essere punto di forza dei pubblicitari aziendali, della loro abilità, in modo da accaparrarsi quanto più è possibile, questo secondo me è mercato. Penso invece che il tetto dev'essere messo alle quote di proprieta dove al massimo si possa avere il 10 % di un'Azienda ed un massimo 10% di tutto il settore allora si che si ha un pluralismo. Bisogna anche limitare i consigli di amministrazione che ora sono legati a filo doppio e ne limitano la concorrenza. La trasparenza ed il libero mercato indurrebbero anche liquidità estere ad investire nel nostro mercato. Un saluto
    Chip En Sai .
    Ideuskinki... tu dici?!... e... invece... il caso è ancora più grave!... se... infatti... Murdoch fosse presidente del consiglio di uno stato... avrebbe certamente meno possibilità di condizionare tutti gli altri stati... per ovvi motivi (sarebbe un "misero" caimano locale invece di uno vorace squalo mondiale!)!... Così... invece... lui detta meglio a tutti i presidenti... dei consigli di tutto il mondo... quello che a lui stesso conviene a livello planetario!... Non dire la "gravità del caso" (casso!)... se non ce l'hai nel sacco! ;-)
    ideuskinki .
    ... nella gravità del caso, almeno Murdoch non è il Presidente del Consiglio di nessun paese occidentale.
    Chip En Sai .
    Io non la vedo in modo così complicato!... L'informazione come prodotto... oggi... si impone... perché sta via via venendo meno il soggetto che la produceva sotto forma di servizio... il giornalista!... La Rete... prima ancora nelle sue prospettive che nel suo primo piano... è la causa fondamentale di questa mutazione!... E' in atto un'idea di "giornalismo univesale" come momento di una nuova "riforma protestante"?!... Chi lo sa?!... però... se l'avvento di un Nuovo Rinascimento... propugnato dal nostro Beppe nazionale... è imminente... allora è possibile (per analogia storica!) un protestantesimo dell'informazione!... con tutte le conseguenze positive e negative!... tra queste ultime... soprattutto... quella della "predestinazione"!... per i miseri mortali... ovviamente... non certo per Murdoch e altri pesci grossi... particolarmente efficienti e micidiali nel proprio ambiente liquido naturale... specie se di tipo cerebrale!

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