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    06
    giu.
    2008

    A proposito del “divo” giulio

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    di Oliviero Beha, pubblicato su l'Unità del 6 giugnoEra dai tempi de “La notte della Repubblica”, in tv,  il programma sul terrorismo di Sergio Zavoli che da qualunque punto di vista lo si voglia analizzare rimane “grande televisione”,  che non capitava di poter fare un ragionamento analogo. E sono passati vent’anni. Lo permette ora il film di Paolo Sorrentino premiato a Cannes, ”Il Divo”,  la storia di Giulio Andreotti con il superpolitico quasi novantenne ancora in grado di commentarlo. Di quale ragionamento sto parlando e perché lo considero un ragionamento che vale la pena di fare? Vediamo. Un’opera dell’ingegno, di qualunque tipo sia, programma tv e film compresi,  gode innanzitutto di metri di misura “estetici”. Un film è bello, meno bello, riuscito oppure no in base a come viene fatto e non necessariamente in riferimento al tema trattato e al modo di trattare tale tema. Questo è banale, accertato, accettato. Ma se il discorso finisse qui forse non varrebbe la pena più di tanto di parlare de “Il Divo”.

    E invece il ragionamento riguarda la politicità del film,  il suo potenziale espressivo e intellettuale “civile” specie in tempi in cui tutto ciò sembra godere di bassissime quotazioni alla borsa della quotidianità, riguarda il circuito delle idee, e -trattandosi di un’opera creativa – delle emozioni che fa circolare. Per questo quel “La notte della Repubblica” e questo “Il Divo” dovrebbero essere mostrati nelle scuole, per favorire quel circuito ideale e quella circolazione emozionale, proprio due “merci” oggi fuori mercato con i risultati sotto gli occhi di tutti. Il film di Sorrentino aveva una fenomenale difficoltà di partenza: l’argomento Andreotti ancora in corso d’opera. Era come per i tuffi, con un coefficiente “mostruoso” di rischio già solo a immaginarsi l’evoluzione in aria, appena lasciata la piattaforma. Sorrentino ha affrontato tutto ciò con grande capacità professionale e grande consapevolezza,  riuscendo a non deludere soprattutto sul terreno della “cultura” del film. Voglio dire che difetti se ne possono trovare e ce ne sono, ma interni al cosiddetto specifico cinematografico, mentre all’esterno, nel rapporto con il pubblico, con la storia, con la cronaca italiane degli ultimi vent’anni il film è un’autentica molla a capire. Per questo dovrebbe esserne quasi “obbligatoria” la visione per ragazzi che di tutto ciò sanno poco o nulla non avendo vissuto quella stagione, non in modo informato, almeno, e di sicuro non in modo sufficientemente consapevole. Sorrentino attraverso Andreotti/Servillo (una meraviglia di attore che “è” il personaggio proprio nel momento in cui ci ricorda che lo sta interpretando, che non vuole somigliargli ma “esserlo” nel modo di pensare per due ore di film), ci dice tantissimo su chi eravamo e chi siamo, tenendo insieme la nostra storia turbolenta e mascherata. Importa poco che ci sia un Evangelisti meglio riuscito di un Cirino Pomicino troppo poco intriso di napoletanità: importa lo scenario complessivo, il palcoscenico-Italia di ieri o,  come si dice oggi, ”la scena del crimine” intesa nel senso più compiuto. L’arte intrinseca di Sorrentino, che rimanda al miglior cinema italiano d’antan, assodato il coraggio autorale e registico di partenza,  si sviluppa in alcune scene particolari, che rimarranno impresse nella memoria appunto in un film che è produttore egregio di memoria condivisa o da condividere. Invece l’impegno (oddio,  siamo alla scatologia…!) di Sorrentino metacinematografico,  teso come nello Zavoli di cui sopra a “lasciarci qualcosa di più di un semplice bel film”,  si rivela nella costruzione, decostruzione, ricostruzione di una figura-chiave della nostra Repubblica. La domanda di rito, ”come ne esce Andreotti?”,  mi pare relativamente meno importante. Si direbbe che ne esca “bene”,  e il virgolettato riguarda di nuovo la capacità del regista e di Servillo di calare la figura in un contesto cinematografico. Si potrebbe dire che ne esce “bene” perché in fondo è soltanto un film, e i film fanno sognare traducendo oniricamente anche gli incubi. Ma se il discorso fatto qui è quello che va oltre il film, ossia politico, culturale, etico su base estetica, allora dovremmo dire che ne esce com’è, in parte come lo si immagina mettendo insieme i suoi innumerevoli pezzetti pubblici in un puzzle d’insieme,  in parte come uscirebbe dalle testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto e frequentato magari in quelle poche volte in cui ha tenuto la guardia se non proprio bassa almeno non sempre e strenuamente all’altezza dello sguardo. Pensare che  sembrava “troppo” per essere ristretto in un film e per di più in vita,  e invece l’arte è riuscita a trovare la misura per farcelo apprezzare, disprezzare, semplicemente “prezzare”. Dunque: quanto “costa” ed è costato Andreotti all’Italia? Che prezzo abbiamo pagato per il suo “male fatto a fin di bene”? Forse è di questo che si dovrebbe discutere, a partire da un film prezioso, così come si potrebbe indugiare su alcuni decisivi particolari che pesano ancor oggi, come per esempio il punto in cui, nel ricostruire la vicenda Repubblica-Mondadori-De Benedetti-Berlusconi, c’è un Andreotti/Servillo rivolto a Scalfari/Bosetti che ricorda come le critiche e le domande di “Repubblica” al supposto Giulio-Belzebù siano possibili grazie all’intervento di Andreotti stesso attraverso Ciarrapico per lasciare il quotidiano nelle mani di fondatore ed editore. Niente di nuovo: ma magari in un film di successo tutto ciò potrebbe assumere ben altro valore documentario specie per i giovani che nulla ne sanno. E invece niente: non mi pare che un film simile abbia scatenato tra media e intellettuali alcun dibattito vero su tutto ciò. Troppo poco o troppo interessante?Troppo pericoloso? Troppo coinvolti tutti quanti in questa classe dirigente epigona di quella?Sono domande che forniscono a mio avviso la risposta al “perché fare un ragionamento” su un film simile,  che ci porta fuori,  almeno a questo livello di visibilità,  da un tunnel di rimozioni sull’ultimo ventennio, dai tempi di Petri, Rosi, Damiani ecc.  e di un cinema calato nella realtà. E che ci permette di stare,  con dignità  artistica e se volete addirittura con orgoglio “democratico”, alla pari con un film da Oscar come “The Queen”, di Stephen Frears, sulla Casa Reale, Blair e compagnia,  pensato e girato in presa diretta. Proprio come quello di Sorrentino. Dappertutto ci si chiede da dove ricominciare, almeno tra le minoranze che, al di là delle etichette di maniera straingiallite nella cattiva coscienza e nel cattivo comportamento dei più,  non vogliono ancora abbozzare di fronte a come va il mondo. Ebbene, film così, ovviamente rari, accendono se non dei riflettori almeno delle torce con luce robusta. Non è pochissimo, in una “notte” senza stelle. 

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    margherirosa .
    ehi, oh zeta-zeta, e allora facci capire chi sei, una buona volta? e a proposito, già, sono convinto che prima o poi quelli della Disney proporranno, tra i tanti personaggi sfiziosi, anche quello [e una volta tanto europeo; e guarda caso proprio italiano], di “Cirillo Pollicino”, quasi una sorta di retro-revival -mutazional-intrinseco, di tutto quanto è stato costruito messo in opera per distrugger quasi del tutto il Bel Paese, con ottimi risultati…, e narrare così una buona volta, sotto metafora, tutto ciò che ci ha riguardato, da vicin-vicinissimo e per ricostruire come in una sorta di filo di Arianna quella ignobile favola all’incontrario rappresentata negli / dagli ultimi Dc-decenni [....altro che briciole di pane…!]. saluti. antonio
    AndreaDavolio .
    un desiderio che esprimo anche se forse un po' in ritardo. dopo anno zero del 30/05 dove martelli parla dei rapporti tra leoluca orlando cascio e ciancimino in merito ad una deposizione al csm di falcone, sarebbe opportuno chiarire bene questa faccenda, non credete? quindi... auspicabile un bel post che spieghi chi è leoluca orlando cascio, perche' ce l'aveva con falcone, perchè ciancimino "era tornato a fare affari e appalti con il sindaco leoluca orlando cascio"? e' importante saperlo perche' oggi leoluca orlando e' nell?IDV o no?
    zetazeta .
    Circa un anno fà ebbi modo di leggere la sceneggiatura del film di Sorrentino.Ne ebbi l'impressione di una sorta di caricatura,che non aggiungeva e non toglieva nulla alla figura di Giulio Andreotti.Ma vi è di più.Tutto questo battage,con relativo dibattito (come usava negli anni '70) riesce perfino a far dire a Pomicino Geronimo che "....quella era una classe dirigente di tutto rispetto"..... Ma i nomi,per chi come me ha vissuto quei tempi,sono tutti noti.Per parafrasare P.P.Pasolini li conosciamo per filo e per segno i loro nomi .Le loro facce,il loro accento e persino i tic ,sono parte della storia di questo paese.Ora,se nei tempi bui che stiamo vivendo,in cui si svenduta la Memoria e con essa la Storia,in cui si riscrivono i libri e si dà una buona parola per tutto e per tutti,perchè non elevare alla figura di statisti gente del calibro di Gava,Evangelisti o Sbardella? Molti di loro sono ancora tra noi.Segno inconfutabile che, nulla è più innovativo e nuovo,del vecchio.Il prezzo,che stiamo ancora pagando,è spaventoso.Non (solo) in termini economici ma,sopratutto in quel deficit di Etica che è,ormai,incolmabile.Non ho nessun rimpianto per quell'epoca, ma so che proprio in quei tempi fù inoculato il virus per il quale non c'è ,ad oggi, nessun antidoto funzionante.Perciò mi sottraggo volentieri al coro celebrativo per il Divo Giulio.E a quella piccola luce che il film di Sorrentino accende, preferirei il buio totale,anche se proprio nel buio si annidano gl'incubi.
    sandrone .
    ma perché, c'è ancora qualcuno che pensa e riflette, in questo paese?
    Chip En Sai .
    Bene... se mi dici "così"... andrò subito a vederlo!
    Mariolina .
    Caro Beha, grazie per gli spunti di riflessione che il Suo articolo di oggi aggiunge per coloro che non smettono di indignarsi a causa del vuoto intellettuale, politico, sociale, civile nel quale siamo precipitati. Sarcofagi di cupi segreti di stato, queste ombre della DC sono inquietanti ... Anche se poco si può fare oltre a denunciare, raccontare, far conoscere, soprattutto ai giovani, la storia patria passata e recente (e contemporanea) non si deve mai smettere e anche un film, un articolo di giornale o (molto più difficile) una notizia data correttamente in un tg, possono andare in questa direzione. p.s. Nelle righe in cui scrive che l'impegno di Sorrentino rimanda alla "scatologia", intendeva forse "escatologia" ? ... o no?

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