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    20
    giu.
    2008

    Fottute tartarughe

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    Francesco Iorio interverrà periodicamente sul blog. Perché ha delle cose da dire e perché può stimolare a farlo altri lettori. O.B.------------------ANDREOTTI NEI PANNI DI CRISTOPremessa.Informare significa dare forma e chi decide che forma dare se non chi comanda? Siamo ormai concordi nell'assegnare al sistema informativo ufficiale la pesante etichetta di strumento, nelle mani di alcuni, quotidianamente impegnato nella costruzine della realtà. Realtà artefatta, dunque, che ci viene chiesto di abitare, come fosse un plastico in scala 1:1. Ma è soltanto di questo strumento che stiamo parlando, dei giornali e dei TG?

    E’ in atto un gran serrare i ranghi e fuori resta ben poco, una quantità di persone prossima allo zero. Vecchi e pazzi. Prendiamo il film “il Divo”. Sembra assodata non solo la bontà dell’opera, ma soprattutto il fatto che si tratti di un’opera. Umana o addirittura artistica. E invece forse qui l’arte non entra punto e nemmeno l’umanità. Il film di Sorrentino come quello di Garrone (Gomorra), di cui ci viene data notizia come di due capolavori, nascono in seno ad una raffinata operazione congiunta tra i gruppi Mondadori-Berlusconi e Repubblica/Espresso-DeBenedetti-Partito Democratico. Ovvero i due maggiori gruppi culturali (ma potremmo dire: gli unici, vista la forza con cui hanno inglobato tutte le intelligenze – o le stupidità – della nostra cultura)  associati e intrecciati ai due maggiori partiti (ma anche in questo caso potremmo dire gli unici). Se non badassimo troppo alle sottigliezze, potremmo parlare di un unico colosso, tanto possente da decidere cosa gli italiani debbano vedere, pensare e quindi votare. Un apparato che, nonostante immancabili tensioni (non ve ne sono anche nelle migliori famiglie?), si presenta come il compatto erede della Democrazia Cristiana, a sua volta erede del fascismo e custode delle sue raffinate tecniche di propaganda. La differenza è che l’odierno apparato di controllo appare diviso in due tronconi, e questo, a ben vedere, è alquanto più funzionale all’esercizio del potere. Un modo ”tennistico” per tenere incollato un paese, come si sa, pieno di sportivi inattivi. Un paese, però, in fondo sempre pronto ad abbandonare gli spalti una volta che la pallina smetta di ipnotizzarlo rimbalzando da destra a sinistra. Ebbene, l’operazione cinematografica a cui facciamo riferimento non ha alcunché di rilevante nelle faccende artistiche, ma ha legami d’acciaio con la trama politica che si scrive in questi mesi e in queste ore sotto il nostro  naso e, appunto, davanti ai nostri occhi.

    Possibile che i giovani cortigiani di Repubblica e Mondadori siano stati assoldati per insabbiare preventivamente la ricostruzione storica, in un momento potenzialmente ribollente della nostra storia nazionale? In fondo il fuoco è sempre là, sotto la cenere, e gli italiani, dopo il terremoto elettorale di aprile 2008 e lo sconquasso degli scandali a catena, avrebbero potuto prima o poi “bussare a risposte”, sul caso Moro, sulle stragi, sugli omicidi arcani, sui legami tra politica e criminalità organizzata, sui partiti marci che stanno in piedi con la stampa a favore. Oppure, avrebbero potuto avanzare qualche pretesa, da Napoli in su, magari guardando ai nostri cugini europei. Per attutire il rimbombo, o forse scongiurare la detonazione, si è pensato ad alcune strategie. Uno dei modiescogitati: pescare nei propri salotti blindati alcuni figliocci borghesi, quando non addirittura figli di Maurizio Costanzo (come il regista Saverio), e presentarli  poi come i nuovi Pasolini, Petri, Fellini, Rosi e Ferreri. Come per dirci: sono tornati i vostri amici. Non curanti, vista la forza con cui hanno potuto dirlo, di dire una evidente assurdità.
    Tutto questo rimanda all’imminente film di Clint Eastwood. Una mamma smarrisce suo figlio e quando il governo glielo riporta, sano e salvo, lei capisce che non si tratta del suo pargolo, sebbene lo ricordi un po’. La polizia insiste e anche il piccolo si rivendica come l’originale. Ma lei sa che non è così. Qualunque madre lo saprebbe.Tornando in casa nostra, e ammesso che ancora lo sia, la verità è che qualcuno ci sta vendendo Sorrentino e Garrone come figli di quella stagione di impegno e rinascimento che fu il cinema italiano e che ci apapartiene almeno quanto la Costituzione. Tutto questo in cambio di una vacua speranza e di un po’ di quieto vivere. Cedere a questo baratto significherebbe vendere quel che resta della nostra anima senza poterla più riacquistare.
    Petri, solo per citare un esempio, con “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e con “Todo Modo”, seppe aprire uno squarcio.  In un clima di censura e castigo permise al pubblico di affacciarsi sul vertiginoso pozzo del potere. E non ebbe vita facile. No. Oggi i registi vanno d’amore e d’accordo con i giornalisti consiglieri (cui spetterebbe, semmai, il compito di stendere critiche salaci) e con i politici che si dice di voler mettere sotto accusa.
    Sorrentino (di cui tutti abbiamo visto il volto stitico – di chi l’ha combinata grossa e ha buttato giù il rospo – in una puntata di Annozero) è stato scelto proprio in virtù del modo in cui intende il mestiere di regista, e cioè, come il mettere in scena la realtà sottoforma di stereotipo e macchietta, abituato da una infanzia di pubblicità a concentrarsi sul superfluo, su ciò che la realtà ha di più luccicante ed estrinseco, di più irrilevante. Il materiale estetico che “il Divo”  mette in campo non è altro che un surrogato di competenze acquistabili al supermercato audiovisivo USA. Le “mirabolanti” sequenze de “Il Divo” sono fumo negli occhi e non ingannano chiunque conosca il livello strabiliante degli attuali videogame o videoclip. Si tratta di un pacchetto tecnico in dotazione, certamente un po’ costoso, ma, visto chi paga e la posta in gioco, non stupisce che non si sia badato a spese.
    Ma veniamo al sodo. Il film di Sorrentino/D’avanzo annuncia ai cittadini l’innocenza di Andreotti, e, con lui, di tutto il sistema di potere italiano, lo fa lanciando al contempo velenosi strali indirizzati altrove, a mille miglia dal caro Giulio. Il giudice Caselli, nel film, è mostrato due volte mentre, con fare lezioso, si cosparge il capo candido di lacca profumata. Non serve aggiungere altro. Parliamo di Andreotti. Questi confessa a se stesso (in un soliloquio), al suo sacerdote e a sua moglie, cioè alle sue persone più care, di non aver nulla a che fare con la mafia e con l’omicidio Moro. Chi dubiterebbe più, d’ora in avanti, dopo una sì commovente confessione? Le sequenze accusatorie sono invece mostrate sottoforma di flashback dei mafiosi stessi, mentre riferiscono in tribunale.  Attenzione: se avessero mostrato questi flashback come riflessione solitaria dei pentiti, queste sequenze avrebbero assunto il valore di ricordo, di fatto accaduto! Mentre così facendo divengono soltanto proiezione visiva di quello che viene detto ai giudici. Chiaro, no? Il male diventa, via via, male minore, poi assuefazione, quindi giustezza. Infine, necessità.
    Il Divo cancella Andreotti, lo “toglie”, lo sacralizza insieme alle perturbanti domande che gli gravitano attorno. L’arte (presunta) lo mette sottoterra strategicamente prima che lo faccia la storia.  Gomorra, dal canto suo, raffigura un mondo tragico, senza colpevoli, dove chi parla muore e chi non muore si ravvede, divenendo complice.  Sommiamo Divo più Gomorra e avremo una bella “tana libera tutti” per il sistema di comando italiano nel suo granitico corpo unico.
    Le due fucine di cui sopra sono oggi più accanite e vicine che mai. E in una Italia messa in croce (da loro e da i loro partiti di riferimento), sono qui a “Spartirsi i panni di Cristo”, come dicono a Napoli. Questa macchina, contro cui sembra demenziale pensare di lottare, è la nostra industria culturale, capace in pochi decenni di mettere sotto schiaffo e rovesciare da cima a fondo l’intero patrimonio popolare e spirituale del nostro paese. Operando, insieme, una trasvalutazione di tutti i valori, tale da far sbiancare Federico Nietzsche in persona. Sgretolando la religione cattolica (checché ne dica qualche stolto mangiapreti); cacciando il comunismo italiano come un lebbroso (dopo averlo infettato); usurpando, nel caso di Repubblica, il ruolo di custode della cultura di sinistra in nome di un turpe mercantilismo; usurpando, nel caso di Mondadori, il ruolo di custode della cultura di destra, in nome di un ancor più turpe mercantilismo; modificando il comune senso del pudore ed anzi negandone l’esistenza; spingendo le nipoti delle donne più vereconde del pianeta a denudarsi in diretta TV con il bene placido di queste ultime; traghettando il culto dei santi sulle riviste di pettegolezzi (tutte Mondadori); traghettando le pulsioni giovanili nella musica idiota, nel biecamente pop e in una finta satira puerile (Repubblica); travasando, infine, il cinema autentico italiano in quello americano e poi riversandolo di nuovo qui. Sterilizzato. E spandente un odore marcio di propaganda.Francesco Iorio

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    margherirosa .
    ecco qua: la figura dell’ignorante, crasso, è sempre dietro l’angolo, e pure fin troppo facile a farsi… nella fattispecie, si evidenzia già la mia ignoranza, pressoché totale, nel non conoscere tale F.Iorio. Non c’è dubbio che Chip sia un valoroso ma è anche tanto “prezioso” perché difficilmente degna di risposta, anche alle quaestio meno complicate e cui si potrebbe tranquillamente dare una simpatica soddisfazione… Si céla, il nostro Chip, e non ti dice ciò che altrimenti, e per certi versi, dovrebbe. Sarebbe da considerare quindi quantomeno un monello, da sculacciare, forse abbondantemente…!! Che dire poi di altri, non molti per il vero, che intervengono “uma sola ves...”, come reciterebbe una famosa cansiòn.., e poi spariscono nel buio più totale; mi riferisco anche a te, Babouche, come a chi prima diceva, parlava e poi è sparito! forse vittime di qualche epidemia silenziosa, e particolarmente subdola ? Ricordate poi che di per converso, chi interviene, sempre o quasi, appare, o pure rischia di apparire, di conseguenza, come una sorta di perditempo, scassaballe, o sbruffoncello, o di peggio…. Ma sono poi anche curioso di vedere con quale periodicità, il nostro, re-interverrà su queste pagine. [p.s.: se sono particolarmente acido dipende dal caldo forte e improvviso, e pure dalla delusione per i noti e recenti fatti rotundo-simili in terra austriaco-svizzera; e infatti intrattabili, non solo si nasce, ma lo si diventa, e pure facilmente, a volte; e come dicevasi talora: “basta poco…, che ce vò ?”…]. Saluti. antonio
    babouche .
    Ciao, Francesco Iorio, benvenuto! leggendo il tuo articolo, fino a che non è apparso il tuo nome, ho creduto fosse redatto dall’Oliviero Beha di qualche anno fa, quando gli restava qualche speranza che l’azione della parola potesse influire sul sistema (non me ne vogliate!), e mi è piaciuta l’analisi che fai. Non mi addentro negli argomenti, tuoi e dei commentatori, perché sono una persona semplice poco usa alla dialettica. E, come uno scolaro che fa il promemoria per ricordare ciò che dirà nell’interrogazione dell’indomani, segno alcuni punti: 1) Il Divo riesce sempre a farla franca. 2) I colossi Mondatori-Repubblica/Espresso, guardano alle loro tasche, facendo credere e anche convincendo i lettori, telespettatori ecc., ciò che più dà agio alle loro imprese. 3) La cultura necessita di applicazione al pensiero, oggi nessuno si vuol fermare a pensare, quindi: decadimento ed errori. 4) I politici…hanno pochissimo interesse della Cosa pubblica. Di contro, aggiungo che mi sento molto arrabbiata per come mi tocca vivere l’attuale situazione. Sono urtata oggi più che mai. Prima c’era la gara, di molti, nel fare il più furbo. Oggi i più furbi consolidati, ci spolpano ed in più ci trattano come deficienti. Il motivo starà nel fatto che noi, io e quelli come me, presto non avremo che ossa o sarà perché scarseggiamo di dialettica? Chip En Sai, oh valoroso!, dove ti sei cacciato? Aspetto di leggere almeno qualche tuo segno di punteggiatura. Saluti.
    margherirosa .
    per quanto mi riguarda non ci capisco nulla; innanzitutto chi è F.Iorio? di certo non è l’ex-giocatore, [e mi pare pre-berlusconiano? e la battuta qui è proprio “accia”, ovvero è proprio orribile sì, ma non mi veniva altro...]; ho capìto che lòffia non è lo stesso che loffa, quest’ultimo termine onomatopeico per un péto non rumoroso [“l…f” appunto] come fosse un pernacchio “muto”/silente, e qui sia Totò o Peppino sarebbero più esaustivi di me, perché era un loro specifico cavallo di battaglia; e poi bene placido, non esiste, piuttosto si scrive e concettualizza beneplacito, tutto attaccato o placet, e perché altrimenti che discorso è…?; infine un ben venuta a Gattona, miao !, oppure rrfff!, a seconda se, poi magari, quando ci si accosta, ti graffia pure…[e lo dico con palese tranquillità, visto sì che sono un amante dei gatti, …e pure delle tartarughe che anzi sono state tra i primi animaletti dell’infanzia, di ciascuno di noi, o di tanti, immagino, compresi gli immancabili criceti etc…]…; quindi, forse ci capirò qualcosa in un secondo momento; a proposito, non ho poi visto quel “quanto, ovvero il quibus”, il film, appunto, di cui qui si discute stavolta anche più animatamente che prìa… [p.s.: anche il fatto che Iorio fosse poi un giocatore post-berlusconiano, o già intra-berlusconiano, e quindi addirittura quasi-quasi-attuale, non sposta di nulla la faccenda, questo è ovvio…come il fatto che con questa mia non ho fatto una critica…, e anche perché ho smesso da tempo la famosa matita correttiva rossa-e-blu…, quella del maestro-professore, e troppo spesso pure del piffero…]. Poi, a proposito di gatti, chissà che fine ha fatto il “mio” micetto nero, è sparito da qualche mese, si è volatilizzato, ha forse trovato una zona migliore…; invece è rimasto più fedele l’altro micio quello più furesto, che volentieri ti faceva rrfff !, è un tantino / anzi sempre più malmesso; peccato, perché non si lascia avvicinare, per niente…, però pure è anziano ormai, e ha davvero sette vite, per quante ne ha passate….[anche qui il computer riconosce solo il “ricetto”, e non il mio micetto; è proprio un deficiente e insensibile verso le cose naturali…, lo dicevo io che del computer non mi fido e non mi piace !]. Saluti. antonio
    cecilia7 .
    Di certo è un film più grottesco che corrosivo. Però a me è piaciuto, come film, anche se perfettibile (per es. la figura di Caselli, nient'altro che grottesca appunto, è proprio un'occasione persa). Visto i tempi, averne.....
    GATTONA .
    nON CONDIVIDO NULLA DELLA CRITICA PRECEDENTE. In poche righe ,visto che rimando all'opera di Sorrentino, ed al giudizio de singoli, ad un dibattito reale, invece io ho aprezzato il punto di vista estetico, che da Bunuel passa per Leone, Kubrick, ma in modo soggettivo, rielaborato, l'amore per l'iperbole, il paradosso, perche' solo cosi' si puo' accostare l'inenarrabile, e la scelta impeccabile del sonoro, sincronico e parlante con le immagini. E' un film esmplare,lucido, tenuto e recitato con divizia, non capisco l'astio del precedente commentatore.. Eppure il ns cinema ha precedenti illustri a cui rimandare, accusare SORRENTINO di essere un sepolcro imbiancato mi fa pensare, vado giu' pari comme d0'abitude, non dovendo difendere nulla, tranne cio' che so, che di cinema ne abbia masticato poco chi prima massacrava questa opera che secondo me supera anche i Cohen di non e' un paese per vecchi, tra l'altro tratto da un libro best-seller, mentre Sorrentino si fa tutto da se', ricerche, collegamenti, sceneggiature, e de' nostro!
    zetazeta .
    L'operazione "Il Divo" è puro marketing.Loffia la sceneggiatura,caricaturali i personaggi,impresentabile la morale.Insomma,in tempi di vacche, non magre ma addirittura anoressiche,questo è ciò che passa il convento. Il problema è un altro, e che per questa cosidetta "opera" si sono scomodati iperboli e paragoni addirittura con stagioni cinematografiche ben più felici dell'attuale."Il Divo" è una versione,neanche troppo migliorata,dell'Andreotti del Bagaglino.Il tratto del genio di Sorrentino mi sfugge.Mi sfugge la trama,consolatoria e assolutoria,e mi sfugge il senso di questa operazione fatta in vita ,del personaggio.Oppure no......e comunque non riesco a digerire la banalizzazione di Andreotti,Pomicino e di tutta la compagnia.E poi, dove mettiamo il colpo da maestro di Giancarlo Caselli "phonato"?.....Fantastico. No,tutte queste sono cronache da basso impero,di piccoli uomini con enormi responsabiltà,altro che banalità del male!......quando il banale è eletto a sistema non esistono assoluzioni ma solo condanne definitive.

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