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    06
    lug.
    2008

    L’unità della festa

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    di Oliviero Beha, pubblicato su l'Unità del 6 luglioEro lì, quasi per caso,  risalendo in auto la magica via Emilia gonfia di traffico e di caldo, piena di passato e popolata dal presente, da Rimini a Bologna, via Cesena, Forlì, Faenza, Imola ecc.  E in mezzo, circondati dai frutteti nelle piane fin sotto le colline, la miriade di paesoni e paesini simili ma ancora immediatamente identificabili (dunque un po’di identità in giro è rimasta…), qui una fabbrica sulla strada lì un mercatino nella piazzetta vicino al Comune, e tante, tante trattorie, insomma un pezzo d’Italia sudata e viva almeno all’apparenza…, ero lì quando è spuntato il primo striscione: Festa dell’Unità 2008,  mi pare subito prima di Cesena. E dopo poco un altro, Festa del partito Democratico, e ancora un Festival dell’Unità, e poi molte altre, quasi tutte, Feste dell’Unità, come una volta,  almeno nella dizione e nella scrittura.

    E ancora Feste dell’Unità sulla strada verso il Delta del Po, e lì intorno a vero dire nessuna Festa del Partito Democratico. Una scelta, un caso, l’estemporaneità di un itinerario piuttosto che un altro? Può essere,  ho premesso la randomizzazione del viaggiatore pensieroso. Ma di sicuro qui ci si deve  mettere d’accordo: nomina sunt consequentia rerum, i latini non sbagliavano. A maggior ragione un po’di chiarezza già dal punto di vista terminologico non credo farebbe male a nessuno. Lo  so, c’è già stata su questo giornale una sventagliata di pareri e qualche polemica di complemento sul tema,  sul nome. Parlare di Festa dell’Unità o invece del Partito Democratico parrebbe il bivio tra passato e futuro, ed è per questo che non si è deciso del tutto. E vorrei rimanere almeno qui sul piano dei significati e dei simboli, senza entrare nel merito amministrativo dell’istituzione Festa, comunque la si denomini. Ma vi assicuro che lette tutte insieme, come è capitato a me, la cosa onomasticamente plurima fa un certo effetto straniante. Non è la traduzione lessicale di una ricchezza e di una varietà di opinioni, bensì quella di una grande confusione non credo solo sotto il cielo emiliano-romagnolo, che anzi come ho detto tende di gran lunga a mantenere il nome di sempre. E’ che così,  senza decidere,  sembra che non si valorizzi il passato (che anzi si rimuove)  né si costruisca il futuro, c’è solo un presente affastellato in cui preme non perdere un’occasione bell’è pronta per riunire militanti/tesserati/persone e raccogliere finanziamenti. Le cose non esistono finché non le nomini, questo è sicuro,  ma se le nomini contraddittoriamente forse addirittura le dissolvi. Per quel che vale un modestissimo parere personale,  il rischio di perdere non più neppure uno zoccolo -duro o morbido che sia- bensì un’abitudine ancora viva, è molto superiore allo spirito “costruttivo” del futuro politico che passa per il recente Partito Democratico. I numeri e i valori, la quantità e la qualità del Pd le misurerà la realtà, magari anche a breve o a brevissimo, a partire dalla domanda facile facile, spontanea spontanea,  connessa connessa alla sua denominazione,  e cioè quanto è democratico oggi il partito omonimo,  domanda naturalmente collegata con la più generale questione su quanto sia democratica oggi la partitocrazia e la politica italiana. E il governo del Paese nel suo complesso, a ben vedere specie di questi tempi. Invece conservare la tradizione legata a un nome che oramai non rimanda più a ciò che denotava una volta, e invece significa solo quello che oggi è,  una festa di persone che si ritrovano,  vuol dire forse schierarsi dalla parte non del passato ma del presente, della realtà sotto i nostri occhi in attesa di quello che sarà. E non è certo una trovata “di comunicazione”come Democratic Party, oppure un “Bella Ciao” trasformato acutamente in “Ciao Bella” a fare da didascalia a un’evoluzione politica in chiave moderna (casomai ”modernista”, tutt’altra faccenda…). Risalendo risalendo,  tra uno striscione e un cartello dedicati all’Unità (e alle salsicce, e al pesce, e alla frutta di stagione ecc.  in una sagra infinita), ho avuto una folgorazione lillipuziana: e se la si chiamasse “L’Unità della Festa”, senza commissionare alcun’ altra ricerca a esosi creativi pubblicitari , certo rigorosamente di sinistra come è ovvio, recuperando semplicemente gli elementi del sintagma, cioè “Festa”e”Unità” ma invertendo l’ordine degli addendi?Ovunque e soltanto “Unità della Festa”,  ritagliando le parole e rimontandole diversamente negli striscioni, lasciando la democrazia alla pratica partitica e politica di tutti i giorni e sapendo che”Unità” e “Festa” continuano ad essere dei valori che possono e forse debbono o dovrebbero convivere, specie in temperie senza unità e senza davvero troppi motivi per fare festa? La proposta è modesta, ma la situazione lo è, temo,  molto di più. Parola di viaggiatore della letteraria Via Emilia…

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    Commenti
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    Chip En Sai .
    Con l'augurio che... "invertendo l’ordine degli addendi"... valga anche *Res sunt consequentia nominorum*! :-)

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