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    21
    lug.
    2008

    Riccò e pantani

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    di Oliviero Beha, pubblicato su l'Unità del 18 luglioNaturalmente la prima associazione di idee è con Marco Pantani: siamo al Tour, con uno scalatore che ha già vinto due tappe e ha quasi scherzato sui Pirenei, che può vincere la Grand Boucle, che fa sognare addetti, suivers e media alzando i picchi dell’ascolto tv, e vien preso in flagranza di doping. Addirittura fermato nella gendarmeria di un paesino francese, in gattabuia per la notte, rischiando per la legge francese fino a cinque anni di carcere. Carcere, carcere…: e qui si affaccia una seconda più tortuosa associazione di idee, quella con Ottaviano del Turco, pittore e non ciclista, certo, ma soprattutto Presidente della Regione Abuzzo fino a ieri, quando dal carcere si è dimesso dalla carica. Partiamo naturalmente da Pantani. Straordinario campione, ahimé morto di doping e di droga:una tragedia, per lui, e per coloro che intendono lo sport e i suoi eroi un po’diversamente. A più di quattro anni dalla morte, però, Pantani non viene ricordato come un campione disgraziato che si dopava e quindi truffava le leggi dello sport inguaiando per prima la sua stessa salute, no. In molti hanno rimosso il doping, elaborando il lutto della morte. E Pantani è la bandana di un “Pirata” alla memoria. E con il non ancora venticinquenne modenese Riccardo Riccò oggi siamo a un nuovo caso-Pantani (come molti altri), al “già visto”, ai soliti problemi. ai sospetti, le accuse, i dubbi, le condanne. Quasi ci sarebbe da dire “nessuna sorpresa per Riccò o per chiunque altro”,  la vera notizia sarebbe che nessuno si dopa.

    Ma è possibile correre schiantandosi di fatica per una serie interminabile di tappe, in un Giro o in un Tour, senza assumere sostanze proibite, nel caso di Riccò la “cera”,  acronimo orrendo e tremendo con vari strati lessicali, ”cera” che altro non è se non la famigerata Epo, eritropoietina di Pantani e di altri ma di “terza generazione”? La risposta logica parrebbe: no,  non ce la possono fare almeno coloro che puntano a vincere e a rimanere sul sellino senza debacle fino in fondo, diciamo un pugno di corridori, o nell’insieme meno di una decina. E quindi, ci si interroga, i controlli beccheranno tutti, prima o poi?E allora perché lo fanno se sanno che li pizzicheranno?Qui la risposta è più ardua. Basti pensare che il Tour per i controlli antidoping è una gestione autonoma, fuori da quell’Uci (l’Unione ciclistica internazionale) che per esempio ha provveduto a vigilare sull’ultimo Giro d’Italia, corso anche da Riccò. E per l’Uci l’ematocrito (i valori relativi al sangue) di Riccò sia pur superiore al consentito era tollerabile,  mentre per gli esami dell’Asa, l’organismo omologo ma appunto indipendente preposto al Tour,  era oltre i limiti. Guerra tra organizzazioni dunque, e quindi presumibilmente tra poteri, lobbies di denari, sponsor, medici, contromedici ecc. ?Sembrerebbe logico ipotizzarlo, nella jungla che è diventato il ciclismo ormai da anni. Il Tour, dieci anni dopo lo scandalo più vasto della storia di questo sport,  quello della retata di corridori neanche fossero passeggiatrici notturne,  ha pensato di non rischiare e di fare ufficialmente da solo: tutto autoctono, in una materia così scivolosa come il doping. Ma perché Riccò sì e gli altri no,  se vale il discorso su accennato?E qui c’è spazio per ogni genere di congetture e diffidenze. Tendenzialmente, semplificherei: il sospetto molto fondato è che tutti farebbero tutto pur di rimanere a galla, dando tra l’altro Pantani in primis in grande tragicamente quel pessimo esempio ai giovani, che cominciando faranno lo stesso a base di sostanze pericolose, dagli adolescenti ai veterani. Ma si tende nell’ambiente a vederla craxianamente, e cioè “chi è senza doping scagli la prima pietra: nessuna pietra?Dunque tutti colpevoli, cioè tutti innocenti”, teorema che ci perseguita da troppi anni in vari campi. Almeno in Italia. Perché in Francia ieri fischiavano al Tour il Riccò campione ma disonesto. E qui entra in gioco Del Turco, che intervistato da quel simpatico collega spione di Renato Farina, nome in codice “Betulla”,  promosso deputato del Pdl dopo i fasti di Pompa, dice che “sì, andrà ad Hammamet sulla tomba di Craxi” come a dire una rimpatriata tra “innocenti” (virgolettatura che mi auguro non valga per Del Turco), ma non dice nulla sulle parti oscurissime della vicenda giudiziaria. Ora, andrebbe chiesto a Riccò magari da quello stesso “Betulla” campione di giornalismo investigativo: ma  come pensavi di farla franca se i controlli sono severissimi?E se Del Turco fosse colpevole, come pensava di svicolare dal momento che poi le cose emergono?La risposta per tutti è che comunque per un ciclista come per un politico vale oggi sempre la pena di provare. Di provare a violare le regole di tutti i giochi, che siano il doping o la cattiva amministrazione. Perché tornando al caso Pantani metro di misura nell’opinione pubblica, l’etica è talmente vanificata e la “damnatio” sociale così ristretta  per chi sbaglia in confronto al suo talento o al suo potere o al suo denaro, che nessuno fa più caso a nulla. L’antidoping andrebbe esteso, ci vorrebbero controlli “francesi” sul suolo italiano, a partire dalla “morte” della reputazione,  quasi soltanto intesa come “cattiva” e non come valore fondante collettivo, maestra di vita dei nostri tempi ormai consegnati all’amoralità. In bici, in auto o a piedi.

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    renfio .
    Certo che è possibile farcela ricordo, con vero piacere, un ciclista toscano con un carattere forte che correva al giro d'italia di giorno, portava documenti segreti per dei rifugiati di notte. Finito il giro d'italia correva al tour de france. Stò parlando, ovviamente, di Gino Bartali un grande campione che con il suo gran cuore e i suoi insostituibili stantuffi vise le più belle gare ciclistiche della storia ma, sopratutto, ebbe la stima e l'affetto di tutti coloro che vissero grazie alle sue folli avventure notturne. Questi sono per me gli uomini da ricordare e da prendere ad esempio sia per la correttezza sportiva che per l'altruismo e l'umiltà. Di questi dopati di oggi ne ho solo schifo; le società sportive sono anche peggio perchè non posso credere che ne siano estranee anzi penso che siano prima i medici sportivi a dopare i ciclisti e quando si accorgono che le loro gambe non sono così forti come credevano non gli resta che continuare se vogliono la gloria (fosse almeno buona per una cupolata). un abbraccio
    Chip En Sai .
    Chi e perché avrebbe consegnato i nostri tempi all'amoralità?!... La moralità ha... forse... esaurito le sue potenzialità di sviluppo e di novità?!... o... forse... oggi più di ieri... ci giunge maggior cronaca su ciò che è immorale e/o amorale piuttosto che su ciò che è morale?!... In quest'ultimo dubbio... sarebbe evidente un ruolo decisivo del mercato dell'informazione... con tutte le conseguenze ben prevedibili da chiunque s'intenda di un po' di Economia e di economia!

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