• Biografia
  • articoli
  • scrivimi
  • Oliviero Beha
     
    Home > articoli > Un pezzo di roma
    18
    ago.
    2008

    Un pezzo di roma

    Condividi su:   Stampa

    Quando se ne va definitivamente una persona che era già sparita quasi completamente dalla scena pubblica purtroppo da mesi perché abbandonato dalla salute, di solito c’è come una notifica notarile della sua scomparsa, e basta. Nel caso di Franco Sensi, volato via ieri l’altro ieri a 82 anni, questo non è successo: è sembrato che la città, e naturalmente la città romanista, avvertissero fisicamente questa perdita, come se fosse stato sottratto loro solo ora un pezzo di presepe. Nel Natale di Roma, e soprattutto nel Natale della Roma, Sensi era una statuina importante. Forse San Giuseppe, forse il bue, forse i tre Re Magi messi insieme.

    Diceva il presidente più longevo dell’album giallorosso e l’intestatario del terzo scudetto, quello con Capello e Batistuta, che aveva quattro figlie,le sue tre che ne hanno raccolto l’eredità, Rosella in primis, e la Roma. Diceva anche che Totti era il suo figlio maschio, quindi il Gesù del presepe laico di questi anni tifosi, soddisfatti, esosi, turbolenti, sempre più lontani dall’epoca in cui era nato esistenzialmente e calcisticamente Franco figlio di Silvio, quel Silvio che aveva contribuito con partite di legname alla costruzione del padre di tutti gli stadi romanisti, cioè Testaccio.Storie di guerra, dopoguerra e ancora guerra, storie appena accennate anche per un impegno importante dei Sensi nel salvare gli ebrei perseguitati, per una famiglia di antico legnaggio se non proprio lignaggio, spuntata cinque secoli fa nelle Marche ispide di Visso e poi tra una transumanza e l’altra arrivata a Roma dove le pecore dall’inizio del XX secolo volevano dire spesso terreni, e poi terreni edificabili, da cui la fortuna dei Sensi.La famiglia, e Franco in particolare nel dopoguerra, hanno edificato un impero immobiliare, poi petrolifero, quindi editoriale e in parte turistico, dedicando intermittentemente la loro attenzione e partecipazione al calcio, cioè alla Roma. Giocatori Franco e prima di lui Silvio, dirigente negli anni ’60, ”salvator mundi romanisti” nel ’93 quando l’andreottiano e non solo Franco raccolse dall’andreottiano Ciarrapico sempre a cavallo una società in bancarotta, all’inizio (e onomasticamente per forza…) insieme al costruttore Mezzaroma e poi da solo.Da allora la Roma ha smesso quasi del tutto, salvo peripezie iniziali, di essere la “Rometta” per competere con Totti con tutti, fino appunto a farsi negli anni Duemila scudettata e plurivicescudettata, sempre in prima fila.Per ottenere un simile risultato, a parte qualche disavventura ambientale come la brutta vicenda dei Rolex donati agli arbitri (cfr.il mio – con Andrea Di Caro – “Indagine sul calcio”), Sensi si è svenato economicamente vendendo, svendendo e rischiando la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro sia pure eticamente sotto traccia degli “squadroni del Nord”, come direbbe un suo biografo sportivo. Più volte è stato sul punto di vendere la società, messo all’angolo dal debito crescente o smisuratamente crescente, tra un ballon d’essay e l’altro di acquirenti più o meno fantasma che forse oggi, ”a babbo morto”, torneranno alla carica.E se torneranno alla carica, e la signora Sensi e le figlie riterranno opportuno cedere il club “perché niente sarà più la stessa cosa senza Franco”, ciò avverrà proprio perché senza il Presidente si perderà quella scena d’insieme del presepe romanista. Presepe che facendo dei passi indietro per essere messo a fuoco, è anche un po’ molto il presepe della metropoli slabbrata di oggi a volte tenuta insieme anche cruentamente dalla tifoseria di Roma essenzialmente romanista, ed è anche il presepe di memoria di una Roma a cavalli e pecore, una Roma post-bellica e americana, una Roma da Ricostruzione in cui Franco Sensi ha recitato una parte di spicco, vantandosi fino all’ultimo e con respiro “storico” commovente di “non essere andato mai in galera”. Un po’ come si diceva una volta, per la sua generazione, di chi “era finito sui giornali”, vergogna pubblica e raccapriccio privato. Oggi se non finisci sui giornali o in tv sei un povero coglione. Sensi ha conosciuto la fama mediatica come Presidente della Roma e nessuno ha mai pensato che lo fosse. Adesso è in un altro stadio.
     

     commenti
    Commenti
    0

    Lascia un Commento

    L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

     
    Newsletter
    Resta sempre aggiornato sulle novità del sito di Oliviero Beha
    * Questo campo è obbligatorio
    Facebook