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    13
    nov.
    2008

    30 giorni per 30 articoli

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    Tra 30 giorni, il 10 dicembre 2008, in tutto il mondo verrà celebrato il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Un documento di straordinaria importanza che in 30 articoli parla di ciascuno di noi, della dignità e del valore di ogni persona e definisce con parole chiare e semplici i nostri fondamentali diritti. Sono diritti civili e politici ma anche diritti economici, sociali e culturali. Sono diritti individuali, universali e indivisibili. Poche parole. Solo 30 articoli. Eppure, ancora oggi, pochissimi italiani li conoscono.

    Eppure, dietro a ciascuno di questi articoli ci sono stati tanti giovani che hanno lottato e spesso pagato con la vita l’impegno contro la guerra, la dittatura e l’oppressione, per la libertà e la giustizia. Eppure quei diritti continuano ad essere violati in tante parti del mondo e anche nel nostro paese.
    Ecco perché, a partire da, lunedì 10 novembre 2008, invitiamo tutti a leggere un articolo al giorno. Chiunque tu sia, ovunque tu sia, bastano pochi secondi al giorno per imparare, ogni giorno, uno dei nostri fondamentali diritti e, insieme, delle nostre responsabilità. Non lasciare dunque che restino sulla carta. Conoscili. Comprendili. Meditali. Imparali. E impegnati a promuoverli e a difenderli: per te, per noi e per tutti gli esseri umani. Non lasciare che la violenza e l’indifferenza abbiano il soprav¬vento. Hanno già fatto troppo male a molti.
    Ai direttori dei TG della RAI servizio pubblico, chiediamo di dedicare da oggi al prossimo 10 dicembre, pochi secondi dei TG alla semplice lettura giornaliera di uno degli articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Un servizio ai cittadini. Un modo semplice per adempiere ai doveri istituzionali del servizio pubblico e di aiutare il nostro paese a riscoprire le basi della convivenza.
    Questo invito vale, naturalmente, anche per tutti i responsabili del mondo della comunicazione e dell’informazione, per tutti i protagonisti e responsabili del mondo della scuola e di tutte le altre agenzie educative.
    Da oggi, ogni articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che leggeremo (uno al giorno) fino al 10 dicembre 2008 sarà accompagnato da una riflessione del prof. Antonio Papisca, direttore della Cattedra UNESCO “Diritti umani, democrazia e pace” presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell’Università di Padova.Oggi il “commento” del prof. Papisca è triplo: sul preambolo della Dichiarazione Universale, sull’Articolo 1 e sull’articolo di oggi: l’Articolo 2.
    Leggiamo insieme il secondo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
    Articolo 2 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani
    “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia  che tale territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità”. Questo articolo, affermando che tutti i diritti e libertà enunciati nella Dichiarazione “spettano ad ogni individuo”, potrebbe sembrare pleonastico rispetto all’articolo 1, è invece il suo completamento con  l’ammonizione: giù le mani dalla dignità della persona e dai diritti che le ineriscono. L’espressione “senza distinzione”, richiama implicitamente il principio di eguaglianza e introduce quello di non discriminazione, che verrà esplicitato dall’articolo 7. Il divieto di discriminazione è già espresso, in termini generali, nell’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite (1945), che annovera tra i fini quello di “conseguire la cooperazione internazionale nella soluzione dei problemi internazionali di carattere economico, sociale, culturale ad umanitario, e nel promuovere e incoraggiare il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzione di razza, di sesso, di lingua o di religione”(corsivo aggiunto). La dottrina e la giurisprudenza sono concordi nell’annoverare il divieto di discriminazione tra quelli assoluti, come tali ad altissima valenza precettiva: al riguardo si parla di ius cogens, i cui principi obbligano tutti a prescindere dal fatto di averli accettati per iscritto. Siamo nel diritto consuetudinario, che comprende anche i divieti di schiavitù, di genocidio, di violazioni estese e reiterate dei diritti umani.Il divieto di discriminazione è ribadito in tutte le Convenzioni giuridiche internazionali, in particolare nella Convenzione contro la discriminazione razziale, in quella contro le donne, in quella sui diritti delle persone con diasbilità, in quella sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie.L’articolo 2 della Dichiarazione universale offre una tipologia di cause e forme di discriminazione. Va sottolineato il secondo paragrafo che attiene allo ‘statuto politico, giuridico o internazionale’ dei paesi e dei terrritori di afferenza delle persone. L’appartenenza di una persona ad uno stato a regime totalitario non può essere motivo di discriminazione da parte di governi e cittadini di stati a regime democratico. Per i diritti umani non vale il principio mercantile della reciprocità.Forme sempre più frequenti di discriminazione attengono alla sfera della pratica religiosa, dell’educazione e della cittadinanza. Per esempio, le classi scolastiche ‘differenziate’ per i bambini degli immigrati costituiscono flagrante violazione, oltre che del generale divieto di discriminazione, anche degli espliciti obblighi delle Convenzioni Unesco in materia sia di educazione (1960) sia di “protezione e promozione della diversità delle espressioni culturali” (entrata in vigore nel 2006). Una forma particolarmente odiosa di discriminazione è quella che si traduce nella pulizia etnica e, spesso, nei collegati processi di vero e proprio genocidio. La discriminazione investe anche il mondo del lavoro. Le politiche che assumono come fisiologica la disoccupazione e la precarietà contravvengo il divieto di discriminazione. Le politiche di neoliberismo, improntate alla de-regulation (economica e istituzionale) e che danno per scontato che ottocento milioni di esseri umani debbano morire per fame e povertà estrema, sono flagrantemente discriminatorie. C’è chi pensa, a ragione, che tali politiche debbano essere annoverate tra i crimini contro l’umanità.La discriminazione è l’alleata, talora subdola ma sempre perniciosamente efficace, di intolleranza, razzismo, xenofobia, guerra. Antonio PapiscaCattedra UNESCO “Diritti umani, democrazia e pace” presso il Centro interdipartimentale sui diritti della persona e dei popoli dell’Università di Padova————-da Articolo 21 – di Flavio Lotti

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