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    23
    dic.
    2009

    Attentare alla critica

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    Mi arrivano dal Web filmati vari, con immagini riprese da vari punti di osservazione, sull’attentato a Berlusconi di domenica 13. Sono immagini con commenti che suggeriscono il sospetto di un “auto-attentato”. In attesa di saperne eventualmente di più, e certo che tutti gli uomini di buona volontà di questo paese si daranno da fare per indagare sulla veridicità di immagini e didascalia, Berlusconi per diradare anche la più piccola ombra sulla grave autenticità del lancio di miniatura, tutti gli altri per capire fino in fondo alla toscana “di che morte dobbiamo morire”, in attesa di tutto questo vorrei spendere due righe sul ragionamento da fare e non sul merito della delicata questione.

    Un po’ come farei sull’inciucio dalemiano di cui si parla in questi giorni (lapsus: in questi anni, quasi una generazione). Non è il termine a scandalizzarmi, e neppure il suo nobile sinonimo “dialogo”, e neppure l’idea acquisita che in democrazia si dialoga, ci si confronta, si vota rispettandone le regole. E’ tutto banale: il punto è con chi farlo, dove farlo, perché farlo. Sul perché, escludiamo “il bene del paese”. Un paese ridotto così dagli stessi che si ridisporrebbero a tavola, non può avere del “bene” da lorsignori. E’ materialmente impossibile. Sono Lorsignori che possono averne del bene, casomai, e i due “beni” non hanno mai coinciso. Sul dove, c’è appunto il Parlamento anche senza “crostate”. Un Parlamento svuotato di significato dal potere esecutivo, che considera il potere legislativo come una sua dependance mettendo a rischio la democrazia e i suoi tre poteri comunicanti ma separati. Quindi si ipotizza di parlare in Parlamento, mentre il Parlamento viene smontato da anni come un meccano. Leggera presa per i fondelli (Berlusconi, da quel gran capo azienda che è, ha già specificato che preferirebbe trattare solo con i capigruppo per non perdere tempo con i peones fannulloni alla Brunetta…), dunque. Sul chi, questo giornale ha già dato abbondantemente e credo che continuerà a dare. Ma che c’entra tutto ciò con l’ipotesi sibillina e travolgente di un “auto-attentato”? C’entra con il fatto di poterne parlare. Detto altrimenti, posso parlare o scrivere di quest’ipotesi, ovviamente con la pregiudiziale minima e massima che essa va verificata fino all’ultimo pelo del naso di Berlusconi, senza incorrere in accuse di Silvicidio o similia? Posso insomma ragionarci sopra, considerarla un’ipotesi anche se più incisiva di altre sul volto del premier (questa sì che metaforicamente gli insanguinerebbe del tutto la faccia…), discuterla senza riserve naturalmente non avendo a priori l’idea di prenderla per buona ma al contrario di smontarla del tutto, a condizione che sia smontabile? In un paese non ancora del tutto imbarbarito sarebbe una bella prova di “dialogo”, di “inciucio”, di espressione della libertà di critica. Pensare non è un reato, ipotizzare neppure. E’ da qui credo, per il premier ma per tutti, che si dovrebbe ricominciare un percorso che da una generazione ci ha affondato nell’incultura e nell’irrazionalismo più cupi, a destra come a sinistra. Essere liberi di fare ipotesi senza partiti presi né imputazioni ridicole (ormai diffuse anche tra i Velardi e i Rondolino e non solo intorno a Berlusconi) come quella sui “mandanti morali”: ragionarci sopra con tutti i “se” e i “ma” di un ragionamento compiuto sembra una chimera irraggiungibile, oggi e qui. Eppure sarebbe normale. Chiedete in giro, nei paesi meno sconvolti da questa crisi reale di democrazia messa a rischio dalle “miniature” e dagli “inciuci”.

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