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    03
    nov.
    2011

    Imparassimo a dire: “Stavolta ho sbagliato”

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    di Oliviero Beha per Il Fatto Quotidiano, 1 novembre 2011

    Se questo giornale avesse una squadra di calcio, consiglierei di farla allenare a Devis Mangia, il tecnico del Palermo: non ho dimenticato gli allenatori che vanno per la maggiore, e tantomeno i miei due pupilli su fronti diversi, entrambi attualmente in B ma magari a termine, cioè il saggio tradizionalista Ventura e il filosofo offensivo Zeman. Ma dopo aver sentito il Mangia, un passato ricco di esperienza come “misteri-no” di squadre Primavera e da due mesi sul tabooga Palermo di Zamparini, intervistato in tv alla fine della partita persa con l’Udinese, me ne sono invaghito.

    A parte il fatto che fa giocar piuttosto bene la squadra, è un giovane maturo brillante e saggio, schietto e civile in un ambiente che brucia tecnici come un inceneritore di Malagrotta. Che cosa ha detto di tanto sconvolgente il detto Mangia ai microfoni e alle telecamere? Ha detto una cosa ovvia e sorprendente che tiene insieme i due argomenti di oggi per questa domenica non così maledetta anche se densa di preoccupazioni. Per la salute di Cassano, da un lato, e la vergogna di striscioni inneggianti all’Heysel al Meazza anti-Juve e di cori razzisti juventini e fiorentini contro Mihaijlovic, dall’altro. Bravo Della Valle junior a condannarli come meritano (i discorsi tecnico-tifosi sono altra, diversissima cosa), timido Moratti (e Agnelli) a non farlo abbastanza, più preoccupato dalla zona retrocessione che dall’inciviltà dei suoi.

    Ma torniamo a bomba a Mangia: ha detto, a proposito di un rigore non concesso al Palermo, che gli piacerebbe “che se ne parlasse, anche solo per chiarirsi: magari l’arbitro dice ‘ho sbagliato’ e ci sta, come sbaglio io o un mio giocatore, ma almeno si raffredderebbe la temperatura, sarebbe meglio, no?”. Ha ragione Mangia: sarebbe meglio, ed è uno sforzo che dovremmo fare tutti, dico dovremmo perché gli addetti ai lavori che vendono una merce, l’indotto del pallone, potrebbero pensare a fare meno i “pusher” del tifo e più i logografi dell’avventura rotondolalica. O rotondolatrica. Sugli arbitri, tema sempre caldo e ovviamente ancora più caldo e rocambolesco se in testa rimangono vicini in tanti e quindi un rigore o un’espulsione possono fare nel livellamento (verso il basso) la differenza e in coda si giocano decine di milioni di euro per la sopravvivenza in A, ha acceso i riflettori Rizzoli, non dando un rigore sesquipedale alla Juventus contro l’Inter. Anche qui, ci sarebbe da obiettare che un errore anche marchiano nella “versione di Mangia” ci sta eccome.

    Se non fosse che da settimane Moratti e soci lamentano arbitraggi contrari a colpi di rigori, a volte effettivamente inventati: e che quindi Rizzoli è arrivato al Meazza con un ronzio. La Juve ha vinto lo stesso, anche perché l’Inter “rottamabile” di oggi sta alla nomenklatura del Pd come la Juve di Conte sta a Renzi ed (ex) compagni… voglio dire che per quest’ultima non stiamo (ancora?) parlando di grande squadra. Ma se non avesse vinto? Con tutte le polemiche secolari – e più recenti nell’alveo di Calciopoli – che sarebbe accaduto? Invece con un ragionamento alla Mangia, ma “prima” di Inter-Juve, forse si sarebbe evitato tutto il can-can della vigilia, comunque dannoso. Vedete, una squadra in salute teoricamente ha più probabilità di ottenere dei rigori di una squadra malmessa: anche solo perché più frequentemente e meglio va davanti al portiere avversario. Da sempre poi il potere, cioè la forza dei club quando vantano risultati (ovverosia quello che accadeva all’Inter del “triplete” e il contrario di ciò che accade all’Inter rottamabile di oggi) e classifica, influenza, condiziona, plasma il fischio di un arbitro: prima era la sudditanza, poi si è pensato con Calciopoli “ecco finalmente le prove di una cupola, di un’associazione per delinquere”, quindi dopo le sentenze sportive non potendo ammettere che era tutto come prima se non peggio ci si è rifugiati in frasi indeterminate a effetto, come la formula interista del “non mi piace questo andazzo”. Adesso si aspetta la sentenza di Napoli, ormai prossima, per capire quanto di penalmente rilevante ci sia stato nella “cupola” che le successive intercettazioni rivelate hanno dimostrato almeno non essere “cupola”, giacché tutti telefonavano a tutti. La prova? L’Alta Corte di Giustizia del Coni, chiamata a decidere sulla radiazione di Moggi, Giraudo e Mazzini, dopo quindici giorni di conclave ha chiesto altri due mesi di tempo e soprattutto tutti i documenti sulla vicenda (e sulla radiazione “finta” di Preziosi e Dal Cin) che la Federcalcio aveva negato agli imputati radiati non proprio all’istante : in effetti la Figc ha impiegato 5 anni… Non credo che si debba aver paura di saperne di più su una vicenda che ha fatto il giro del mondo.

    Nel frattempo fioccano gli esoneri in A e in B. Si scelgono male gli allenatori, si fanno campagne-acquisti scriteriate o “sospette” (chi fa la cresta a chi?), c’è una impreparazione dirigenziale nel campo che mette paura. Va tutto sotto la voce “azienda anomala” con cui si etichetta il calcio. Sì, è vero, è anomala per tanti motivi: ma se dall’anomalia si passasse all’analogia con altri settori, tra incapaci e ladroni, laddove il demerito sul “terreno di gioco per destinazione” fosse solo il risultato della mancanza di trasparenza e meritocrazia nei club? Che ne dite?   Nel dubbio, mi terrei Mangia che perde piuttosto di Mihaijlovic che vince… e naturalmente so bene che lo charme di Luis Enrique è imparagonabile con le “pantofole” di Reja, o di Guidolin. E com’è allora che questi due vincono con pochi denari, forse nemmeno i trenta della vulgata?

    Postato da Redazione
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